Più forti della vita

 

Larger than life, più grandi della vita. Un modo di dire, un concetto tipicamente statunitense che indica un modo di affrontare la realtà. Essere più grandi della vita, esagerati, perfetti, invicibili.

Qualcosa che si rispecchia bene quello che è il concept dei supereroi della Golden Age del fumetto, quel periodo che si concluse nel 1951, con la fine della JSA, il primo grande supergruppo della DC Comics.

Se pensiamo ai grandi personaggi nati in questo periodo ci vengono in mente figure come Superman, Shazam, Lanterna Verde, la prima Torcia Umana o Namor, ovvero figure fuori dai canoni dell’umano, personaggi con poteri e capacità così straordinarie da farli diventare più simili a divinità che agli esseri umani. Anche i più “umani” come Batman e Captain America mostravano a modo loro delle capacità e una rigidissima e ferrea morale che li poneva su un gradino superiore rispetto a noi poveri mortali.

In tre parole… larger than life.

Questo concetto dei supereroi era un segno dei loro tempi. Gli Stati Uniti avevano affrontato la Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione, mentre lo spettro di un nuovo conflitto si faceva sempre più vicino. Era inevitabile che l’essere umano sembrasse poca cosa, che le saghe reclamate dai lettori dovessero avere come protagonisti più che dei semplici uomini. Qualcosa che andò via via scemando con la crisi del fumetto di genere supereroistico. I supereroi rimasero troppo a lungo fedeli a se stessi, perdendo la loro presa sul grande pubblico. Un semplice esempio sono le avventure di Captain America, che nella sua prima incarnazione continuò a lottare contro i nazisti anche dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, fino al 1954 che, non a caso, è l’anno di uscita del best seller dello psicologo Fredric Wertham, Seduction of the innocent, nel quale si scagliò contro il mondo dei comics accusandoli di traviare le coscienze dei ragazzi.

Più o meno in questo stesso periodo la DC Comics immagina quello che potremmo definire il suo primo vero reboot: riprendere i personaggi storici della propria casa editrice e renderli più moderni, più accattivanti per i lettori. Il primo grande successo fu il Flash incarnato da Barry Allen. È la Silver Age, una vera e propria rinascita degli eroi in costume, di cui Flash è a buon diritto il primo portabandiera.

Sono anni in cui la DC domina il mercato. Anni in cui la Marvel Comics, così rinominata da poco tempo, stenta a trovare la sua via per poter competere. È il 1961 quando il destino è in agguato sotto forma di una partita di golf. Martin Goodman, direttore della Marvel, viene invitato a farsi diciotto buche con Irwin Donenfield, all’epoca direttore editoriale della DC.

E qui le cose cambiano per sempre. Sicuro della sua posizione di vantaggio Donenfield si lascia scappare qualcosa sui piani futuri della sua società, accennando alla nascita di un supergruppo che riunirà i maggiori eroi del mondo DC. È la nascita della Justice League of America. Goodman deve correre ai ripari. E, per farlo, chiede a Stan Lee di inventarsi un gruppo di supereroi che possa competere sul mercato.

E il Sorridente Stan ci riesce, collaborando con Jack Kirby e dando il via a un sodalizio destinato a cambiare per sempre il mondo del fumetto. I due creano così i Fantastici Quattro. Si tratta di un gruppo molto diverso da quelli che avevano costituito in precedenza la JSA e la All-Winners Squad, un gruppo che doveva essere ciò che Lee aveva sempre voluto leggere. Supereroi fatti di carne e sangue, con i loro superpoteri, certo; ma soprattutto dovevano avere i loro problemi, le loro paure idiosincrasie. Una miscela capace di attirare il pubblico, anche grazie alla capacità di parlare di famiglia, un caposaldo nell’ideale americano degli “Happy Days”.

Già nel primo numero tutto questo si vede in maniera perfetta. Reed Richards, leader addolorato e con un complesso di colpa per aver coinvolto il suo più caro amico, la sua fidanzata e il fratello di lei in una missione che ha stravolto le loro vite; Susan Storm, la quale si sente invisibile per il mondo intero, costretta a recitare un ruolo che la società le ha imposto; Johnny Storm, che maschera dietro alla spavalderia il suo dolore per la fine prematura della famiglia; e, infine, Ben Grimm, la Cosa, il primo grande supereroe con un superproblema della storia.

Superproblemi: un concetto semplice ed efficace, l’affiancare a un potere una grande responsabilità. Un senso del dovere verso un mondo che non sembra ancora pronto per accettare il radicale cambiamento portato dagli eroi. Il peso di una società che va protetta, ma che sceglie di fare del proprio eroe un paria, un escluso, un male necessario per salvaguardare la propria sicurezza.

Lee aveva alle spalle una solida cultura letteraria. Sin da giovane sognava di scrivere “il grande romanzo americano” e si era cimentato con la lettura di molti grandi maestri del suo tempo, quali Hemingway e Scott Fitzgerald. E non è difficile scorgere nel nuovo eroe concepito da The Man e incarnato da The King qualcosa di questi autori, la fine di un sogno, di quei personaggi Larger than life che ora scompaiono: un raggio di luce verde malinconico che Lee osserva da distante.

Con la sua famiglia disfunzionale di esploratori dello spazio Stan Lee sembra rispondere finalmente alle accuse di Wertham. L’imperfezione non va nascosta e nemmeno accusata: l’imperfezione va accettata e abbracciata.

Se i Fantastici Quattro sono stati la prima violenta picconata all’immagine dell’eroe mascherato a cui erano abituati i lettori dei fumetti, a sfondare del tutto quell’idolo fu il successivo personaggio creato da Lee, questa volta con Steve Ditko: l’Uomo Ragno, Spider-Man.

Il concetto di supereroe con superproblema viene qui portato al suo massimo splendore. Il conflitto presente in Peter Parker tra la sua vita mascherata, necessaria per proteggere la città da pericoli sempre maggiori, e quella privata, dove deve prendersi cura di un’anziana zia rimasta vedova, è l’emblema stesso di una società che impone scelte dolorose giorno dopo giorno, che costringe le persone ad andare contro se stesse pur di far convivere più aspetti delle propria esistenza. In Peter convivono due sensi di responsabilità antitetici tra loro, entrambi scaturiti dal senso di colpa per la morte dello zio Ben.

Se oggi la morte del personaggio di Ben Parker è diventata persino oggetto di scherno per l’eccessiva quantità di volte in cui è stata rappresentata, non tutte capaci di trasmettere le giuste sensazioni, nel 1962 l’idea stessa che un supereroe potesse fallire appariva inconcepibile. Eppure, nel suo albo d’esordio, Spidey sceglieva volontariamente di non prestare il proprio aiuto a chi ne aveva bisogno, scelta che si ripercuoterà in maniera terribile sulla sua vita. La morte di zio Ben lascia una pesante eredità su Peter: la colpa, il lutto, il senso di responsabilità nato da una morte personale che poteva essere evitata, determinando così le sue scelte per il resto della sua stessa pubblicazione.

Perché se è vero che dopo Spider-Man arrivano altri eroi, Iron Man, Hulk, Doctor Strange, gli X-Men, tutti con i loro superproblemi, è sempre Spidey ha incarnare il cambiamento dei tempi, a mostrare il lato più doloroso dell’essere un eroe, a segnare il tramonto e la nascita di una nuova era.

La linea tracciata da Lee fu seguita anche dai suoi successori. I superproblemi degli eroi mostrarono il loro lato più intimo e personale. Ma non furono subito in grado di evocare i loro demoni, non li mostrarono in pubblica piazza. Gli eroi hanno ancora una loro innocenza. Qualcosa che i fumetti perderanno per sempre nel 1971, con Amazing Spider-Man 121, La notte in cui morì Gwen Stacy.

Certo, abbiamo visto Spidey pronto a lasciare il ruolo di eroe per il troppo dolore che la sua doppia vita gli aveva causato, ma vederlo fallire ancora una volta, in una maniera così personale fu qualcosa di sconvolgente. Non solo il supereroe può fallire nella sua lotta contro il crimine, ma può pure essere colpito direttamente, con una violenza tale da mettere in crisi persino le sue stesse convinzioni. Finisce così l’età dell’argento e inizia la Bronze Age, un’era in cui l’eroe e l’uomo dietro la maschera vengono messi in discussione.

La linea tracciata da Lee fu rivoluzionaria. A incarnare al meglio questa nuova era del fumetto è il ciclo di Iron Man “Il demone della Bottiglia”, nel quale iniziano i problemi di dipendenza di Tony Stark dall’alcol. In una serie di numeri la vita del “genio, miliardario, playboy, filantropo” viene messa in discussione al punto da fargli pensare di abbandonare non tanto la sua identità mascherata, ma quella civile. Il mondo può fare a meno di un fragile essere umano; di Iron Man no.

Tanto l’eroe quanto l’uomo possono fallire. Il protagonista non è più invincibile, proprio perché l’uomo dietro la maschera è fragile, corruttibile. Una fragilità che Tony Stark si porterà avanti per il resto della sua vita editoriale e che il mondo del fumetto fa propria, anche dall’altra sponda, dalle parti della DC Comics, proponendoci negli anni a venire i lati più umani di Batman, di Wonder Woman, persino di Superman.

Il concetto di superproblema, come abbiamo visto, affonda le sue radici nella cultura americana, nella formazione narrativa di Stan Lee. Certo è un concetto nuovo per il settore dei supereroi, ma che presto abbandona la carta stampata per presentarsi anche nella televisione e nel cinema.

La perfezione inizia a essere vista con una certa antipatia nella cultura di massa. Il rispondere ai rigidi schemi della società, da sempre uno dei bersagli delle controculture, diventa sinonimo di sbagliato e viene visto in maniera quasi dispregiativa. Chi di noi, nella visione di un episodio dei Simpson, sceglie di parteggiare per il saccente e perfettino Ned Flanders?

A partire dagli anni ‘60, anche grazie all’influenza dei Fantastici Quattro e di Spidey, si moltiplicano le storie che tendono a mostrarci la realtà nel suo aspetto più crudo e cupo, che cercando di farci vedere il lato negativo del mondo finisco anche per darci un diverso tipo di conforto. Errare è umano, si può fallire, si possono affrontare momenti di dolore e di scoramento, purché alla fine sia possibile rialzarsi, sempre. E i supereroi sono lì per ricordarcelo.

Stan Lee, nel 1961, aveva capito che il mondo non aveva più bisogno di dimenticare i propri problemi. Voleva guardarli in faccia, affrontarli e superarli, per quanto possibile. Il mondo non aveva più bisogno di divinità dalle fattezze umane, in grado di mostrare un esempio di perfezione. Aveva bisogno di mostrarci eroi capaci di compiere il loro dovere, nonostante la vita avesse riservato loro ogni possibile avversità.

Il nuovo eroe della società contemporanea è Batman che dopo essere stato sconfitto da Bane, fisicamente e psicologicamente, riesce a rialzarsi e a riprendersi il mantello. Daredevil che riesce a rimettere insieme i frammenti della sua vita dopo aver perso tutto. Iron Man capace di guardare dentro di sé e ammettere le sue colpe di fronte al corpo senza vita di Cap. È Superman che nonostante la distanza di vedute riesce ad ammettere la sua ammirazione per un altro supereroe.

È un eroe che non ha più bisogno di essere più grande della vita, ma che riesce ad affrontarla a testa alta, rialzando la testa tutte le volte che qualcosa lo butta a terra, dimostrandosi più forte della vita stessa. Un supereroe che ora è stronger than life

 

 

 

 

 

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