Star Wars: L’ascesa di Skywalker. La fine, 42 anni dopo.

42 anni. Questo è il lunghissimo periodo che intercorre tra il primo film della saga di Guerre Stellari, Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza, e l’ultimo e definitivo Star Wars: L’Ascesa di Skywalker.

Tre trilogie, due prequel (uno ben riuscito, l’altro decisamente meno), una decina di Premi Oscar e un bel po’ di ulteriori riconoscimenti, per un totale di incassi che ha superato i 9 miliardi di dollari, rendendolo il secondo franchise cinematografico più redditizio di sempre, ma soltanto perché il Marvel Cinematic Universe ha preso il via nel 2008, quindi oltre 30 anni dopo Una Nuova Speranza. Se ragioniamo in termini di proventi extra cinema, infatti, il brand Star Wars non ha rivali.

A tutti questi numeri che fanno girare la testa si aggiunge ovviamente quello corposo dei personaggi creati dalla saga e tutte le trame e sottotrame che in questo lungo periodo ci hanno tenuto compagnia, e a cui Star Wars: L’ascesa di Skywalker ha il gravoso compito di dare un significato e soprattutto una più che degna chiusura.

Ovviamente sappiamo bene che Guerre Stellari non chiuderà per sempre il portellone, ma si tratta soltanto di uno “stop di qualche anno”, una pausa di riflessione nei meandri dell’universo, che però sancisce la fine della storia che per 42 anni ci ha fatto provare sentimenti contrastanti, ma per la quale proviamo inevitabilmente amore. E non parliamo solo della fanbase più pura. Tutti, chiunque mastica cinema e ha visto i film di Star Wars, pur se in maniera più fredda e distaccata rispetto ad altri, non può non provare una piccola morsa al cuore all’idea di una resa dei conti di queste proporzioni.

Il brand creato da George Lucas è passato nel 2015 nelle mani della Walt Disney Company, che insieme a J.J. Abrams ci ha restituito una saga nuova, diversa da quella a cui eravamo abituati, sicuramente più moderna e – appunto – disneyana, ma in grado di intrattenere nel modo giusto.

Se Il Risveglio della forza, nonostante le inevitabili critiche dei puristi, ci aveva fatto sperare in una trilogia di successo, l’ulteriore passaggio di consegne da Abrams a Rian Johnson aveva poi prodotto un Episodio VIII, Gli Ultimi Jedi, totalmente destabilizzante, ed ecco allora che tutte le speranze sono di nuove riposte ne L’ascesa di Skywalker.

J.J. Abrams torna nella plancia e al comando, ma sa che deve rimboccarsi le maniche perché i fan di Star Wars sono esigenti e pretendono, giustamente, una conclusione degna di tale nome.
Il pubblico vuole emozionarsi, avevamo detto all’inizio, tra le righe. E non abbiate paura, potrete persino versare delle lacrime se siete sensibili al punto giusto.

Star Wars: L’ascesa di Skywalker è sostanzialmente un film diviso in due grandi blocchi, con la prima parte che si perde in modo fin troppo prolisso nel darci spiegazioni e preparare il terreno per quel che vedremo nella seconda: è J. J. Abrams che sta mettendo mano al lavoro di Rian Johnson. Vuole riappropriarsi di ciò che reputa suo. Ciò che appare certo è che il lavoro del regista dividerà il pubblico, con coloro che hanno apprezzato Gli Ultimi Jedi che potrebbero arrivare a detestare L’ascesa di Skywalker, ma che probabilmente soddisferà chi ha reputato la pellicola di Johnson un passo falso.

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Kylo e Rey: Storia di un (quasi) matrimonio

Andando avanti il film sembra assestarsi, mette da parte la frenesia e il didascalismo per entrare nel vivo e sporcarsi le mani con la tanto attesa dose di epicità.
Abrams consegna a Daisy Ridley/Rey le chiavi del destino, affidandosi totalmente ad una protagonista qui come non mai al centro dell’azione. Lei, dal canto suo, ha affianco a sé un comprimario imponente e non soltanto di stazza, perché Kylo Ren di Adam Driver guadagna a suo modo sempre più spazio sia sulla scena, anche quando non si vede.

Il legame telepatico ed empatico tra i due è un fil rouge che intreccia inevitabilmente trama e sottotrame coinvolgendo tutto e tutti, spettatori compresi, nonostante Abrams ceda a più riprese al sentimentalismo, portando la pellicola verso una deriva melò che lascia piuttosto interdetti.
Per fortuna J.J. sa recuperare in fretta, e piazza nella seconda parte del film un po’ di plot twist che, telefonati o meno, scuotono inevitabilmente l’animo dello spettatore nel modo giusto, lasciandoci emozionare e galvanizzare come un film di Star Wars deve fare.

Eppure nonostante ciò, e nonostante il legame tra Rey e Kylo funzioni, si rimane alquanto confusi di fronte alle modalità fin troppo scolastiche e abbozzate con cui Abrams snocciola le origini di un personaggio chiave come Rey, quasi con una immotivata fretta di chiudere la faccenda per passare ad altro. Ma è soprattutto la maniera in cui gestisce i turbamenti dell’animo di Kylo, uno dei protagonisti più complessi della saga e potenzialmente ricco di spunti, a non convincere affatto. Si crea con forza un varco tra le crepe della sua maschera, banalizzando il suo scompiglio interiore ad una questione etica eccessivamente disneyana.

Tornando comunque al lavoro della nostra diade, sebbene Adam Driver sembri a volte ingabbiato in ruolo che, anche alla luce degli ultimi sviluppi professionali, appare sempre più fuori dalle sue corde, il massimo impegno profuso per donare credibilità al suo Kylo Ren e la complicità sullo schermo con Daisy Ridley costituiscono uno dei punti di forza di Star Wars: L’Ascesa di Skywalker. È senza dubbio un’opera meno corale delle precedenti due, poiché più incentrata – appunto – sui due annunciati protagonisti, ma mette comunque in risalto la consueta pletora di personaggi, a partire dai soliti noti Finn (John Boyega) e Poe (Oscar Isaac), a Chewbecca, C3-PO e la compianta Carrie Fisher, presente grazie al montaggio di alcune scene inedite de Gli Ultimi Jedi e che J.J. Abrams nel film omaggia con dei momenti decisamente toccanti.
Le novità sono poche e alcune vengono dal passato, come il gradito ritorno di Lando (Billy Dee Williams) o i nuovi innesti Zorii (Keri Russel) e soprattutto Jannah (Naomi Akcie).

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È il finale epico che tutti volevano?

C’è un metodo, oltre l’emotività, per misurare obiettivamente l’epicità di un’opera o meglio del suo finale? Una saga dell’importanza di Star Wars merita obiettivamente i fuochi d’artificio, e quanto a spettacolarizzazione Abrams sa sempre il fatto suo. Anche dal punto di vista dell’impatto visivo ci sono momenti davvero magnifici, tra grandiosi combattimenti e mari in tempesta a là Interstellar, e la fotografia mirabile di Daniel Mindel che disegna come non mai l’equilibrio della forza e contribuisce attivamente in alcune scene di una potenza e un’intensità inimmaginabile.

Rispondere circa l’epicità del finale, quindi, è piuttosto difficile, perché anche qui l’equilibrio è davvero sottile. Dubbi e incongruenze attanagliano la visione, nello sguardo complessivo di una trilogia e persino della saga intera, quando assistiamo all’evoluzione del piano di Palpatine o notiamo sbucare dal nulla flotte spaziali da una parte e dall’altra, rimaste nell’ombra fino ad ora per motivi che non ci è dato sapere.

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Ma uno spettatore sa bene che creare un finale perfetto per una saga che dura da 42 anni e su cui hanno messo mano in molti, cambiando e modificando tutto di continuo anche in base allo scorrere del tempo e, perché no, alle esigenze degli spettatori, non sarebbe stato francamente possibile.

È soprattutto per questo che J.J. Abrams punta tutto sulle emozioni e fa bene. Star Wars l’Ascesa di Skywalker è una grande festa, annunciata e celebrata anche attraverso un passaggio all’inizio del film che gli spettatori più attenti sapranno cogliere, e da quel punto in poi magari guarderanno il film con aspettative e occhi diversi.
Lasciatevi guidare da Abrams, dalle puntuali, costanti e coinvolgenti musiche di John Williams e vedrete che in fondo apprezzerete questo ultimo viaggio in quella galassia lontana lontana.

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