Tanto tempo fa, in una galassia lontana e senza spoiler…

E così ci siamo… qualcuno un giorno dirà “così cominciò”. Star Wars Episodio VII è finalmente realtà, dopo oltre un anno di hype smodato e dopo mesi in cui la macchina della comunicazione Disney ci ha propinato qualunque griffe in salsa Guerre Stellari giusto per ricordarci che, tra uno spot e un altro, (guess what?!) Star Wars sta tornando al cinema, in quello che è un piano di uscite praticamente quinquennale tra trilogia, spin off e chi più che ha più ne più Chewbacca. Noi abbiamo visto il film in anteprima, e la prima e più importante reazione dopo la visione è stata di leggerezza, come essersi tolti un peso (ed un pensiero) dopo un esame che ci si aspettava fosse difficile e, forse, insormontabile. Ora, come da nostro costume, ci toglieremo subito un dente: Star Wars VII non è un film perfetto, e non è neanche quel capolavoro che tutti avrebbero voluto. Ma è un buon film, ed un grande momento di intrattenimento cinematografico. Meglio ancora, Il Risveglio dell Forza è un buon compito a casa, svolto con competenza e professionalità da un regista che, lo si ami o lo si odi sa decisamente il fatto suo, quel J.J. Abrams che ha dato i natali a progetti ambiziosi come Lost e che, più recentemente, si era già lanciato nel remaking di un’altro caposaldo della fantascienza: Star Trek.
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Abrams, senza nascondere la sua fascinazione per il mito ‘starwarsiano’, si impegna allora da vero fan(boy), in quella che sembra, in tal senso, quasi un’opera di fan fiction, legata saldamente ai canoni della prima, indimenticabile trilogia, e quasi strafottente verso quello che è stato invece l’ultimo lascito di Lucas. C’è tanto in questo risveglio della Forza, così tanto che non tutto si incastra a dovere. Il punto è che è per diversi motivi, che si dividono tra amore (e quel che ne consegue) e lucidità, Episodio VII è anche un film maledettamente difficile da recensire, analizzare, criticare dopo una sola visione. Lo è perché vuoi l’attesa, vuoi la passione, vuoi quel che ti pare, è difficile ritirarne le fila. E ancora, è evidentemente un film costruito per favorire più i newcomer che i fan storici, scegliendo una strada che punta evidentemente ad espandere la fanbase piuttosto che a soddisfare in pieno chi della serie è già fan anche se, sia chiaro, non prova in alcun modo a scontentare neanche questi ultimi. Il punto è che Abrams, evidentemente in obbligo di riacchiappare fan vecchi e nuovi, ha svolto un lavoro che mira a fare felici un po’ tutti, senza poi effettivamente osare alcunché di nuovo ma senza neanche scadere nel più comune e semplice citazionismo. Si tratta di un quasi continuo “stare nel mezzo”, in cui le scelte più ardite non sono poi così ardite, ed anche dove cercando di esserlo si dimostrano, in fin dei conti, abbastanza prevedibili. In ogni caso è da chiarire che Episodio VII ha comunque un proprio carattere ed una propria identità, e questo non va sottovalutato; soprattutto se si pensa che questo episodio ha sulle sue spalle un compito importante e gravoso: quello di riavviare un universo cinematografico che ha alle sue spalle una tradizione lunga e complessa, e con quel retaggio da “cult” che difficilmente ammette errori e che, pertanto, con difficoltà li perdona (e non sarà un caso se Jar Jar Binks ci fa ancora girare le palle). Si poteva scadere in una becera manovra nostalgica per accaparrarsi consensi facili, invece, almeno da questo punto di vista, si è provato a fare di più.
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E dunque, frullando, senza farne mistero, i concetti basilari di Episodio IV, J.J. Abrams svolge un lavoro competente, di fino, cercando l’equilibrio giusto tra il passato ed il futuro, e lo fa con quella volontà di avvinghiare un pubblico nuovo, giovane, che di sicuro, catturato dalla macchina dell’hype, si è avvicinato al brand pur non sapendo nulla degli episodi precedenti. In questo senso Episodio VII è ovviamente un film introduttivo, che prepara il campo al futuro del brand, mettendo in scena un set di personaggi che, tra vecchi e nuovi, sa costruirsi un posto più che dignitoso nelle oltre due ore di film. Frullando, si era detto, perché in effetti quel che Abrams fa è ripescare molti dei leit motiv del primo film di Lucas, riproponendoli al pubblico in forma diversa, più attuale, ma senza intaccarne la sacralità. Ribaltando, giusto quanto serve, alcune dinamiche narrative, aggiornandole a quelle che sono le necessità del mercato di oggi sia in termini di presenza scenica che di linguaggio, avvicinando il tutto ad un pubblico che, come si è detto, è più giovane e smaliziato. L’approccio di Disney, infine, temutissimo per i suoi ben noti exploit di “politically correct”, non intacca minimamente la costruzione del film, ed anzi il personaggio di Ren, ragazza cresciuta sola come venditrice di rottami tra i deserti di Jakku, non si dimostra banale e la performance attoriale è convincente e ben costruita. Anche Finn, ex membro del nuovo e temibile Primo Ordine, si dimostra un compagno di avventure più che lodevole, con tanto di alcune gag che, piuttosto che stonare “a la Jar Jar”, fanno da corollario ad alcune soluzioni del cinema di genere (quello d’avventura), tale da richiamare (come fu per Super 8) uno stile autenticamente “spielberghiano”. Tenendosi poi in bilico tra le due trilogie, ritorna l’antagonista che è anche un po’ protagonista, quel chiacchierato Kylo Ren che sarà al centro della vicenda molto più di quanto non ci si sarebbe immaginati nonostante, almeno a mio giudizio, la scelta dell’attore non mi lasci entusiasta per una mera questione di phisique du role. Lo stesso Kylo Ren, inoltre, per quanto molto godibile, non riesce del compito di imporsi in modo deciso come villain, come per motivi diversi non ci riesce il suo “mentore”, con il risultato che talvolta si sente un po la mancanza di un vero e proprio villain, come invece era stato per Darth Vader, prima, e per Palpatine poi. Per fortuna a sostegno del Lato Oscuro c’è il Primo Ordine, che attinge la propria estetica, in modo evidente, a quella che era la macchina di comunicazione bellica del periodo nazista. Stendardi, un forte uso dei colori e divise da ufficiali in pelle con tanto di cappelli a visiera stretta. Il Primo Ordine ci si mette di impegno per raccogliere l’eredità dell’Impero compiendo, se possibile, anche un lavoro migliore in termini di estetica risultando più che mai come un esercito coeso, cosa che a conti fatti si ricorda a fatica per l’Impero se non fosse per l’iconicità dei trooper in sé.
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Il resto è un tripudio di azione, esplosioni, inseguimenti, in un ritmo che per la prima ora di film sembra non avere eguali, salvo poi assestarsi un attimo per riprendere fiato, e riportarci di nuovo al centro dell’azione fino alla conclusione, volutamente sospesa per darci un saluto sino al prossimo episodio. Quel che funziona è tutto l’aspetto sacrale, e non parodistico, che contraddistingue il lavoro di Abrams, evidentemente a suo agio con il mondo di Star Wars, tanto che l’intero confezionato sembra, e non solo per motivi narrativi, il proseguo naturale dei primi tre episodi di Lucas. Inquadrature, tonalità, fotografia, ma anche alcune scelte nella costruzione dei set e dei personaggi, si rifanno in modo palese alla trilogia originale, con la chiara volontà di rispettare quello che è un lavoro ritenuto dai fan inarrivabile. Abrams, dunque, non svilisce, ma cerca di evolvere ed “aggiornare” il mito, per renderlo masticabile a tutti. Siamo lontanissimi dalle piroette e dalle “complesse” trovate narrative della trilogia prequel. Episodio VII è un film più diretto, per certi versi più schietto, come schietto è ogni membro del cast, che si trova a compiere pochi giri di parole esprimendo le proprie emozioni in modo un po’ più diretto (ma spesso “telefonato”). Ciò significa anche che per vari motivi (non si capisce se, ancora una volta, per citazione o semplicismo) la narrazione è spesso un po’ zoppicante, con buchi di trama ad ora sconnessi, e situazioni sempliciotte e semplicistiche che, come per un certo cinema di fine anni 70, sceglie l’utilizzo di un deus ex machina per una soluzione altrimenti irraggiungibile. Ma qualcuno dirà che “ci sta” perché in fondo, sono cose che in Star Wars ci sono sempre state, e che nel costrutto complessivo non mancano. Quel che invece mancava, è che oggi c’è, è una costruzione dei personaggi più consistente e concreta, tale da trasformare, sì, dei perfetti sconosciuti in eroi, ma con una certa cognizione di causa. Persino il villain, evidentemente montato per ricalcare Darth Vader in OGNI sua forma, si impegna in qualche modo per trovare una sua formula, una sua personalità, che di sicuro avvinghierà chi di Star Wars non sapeva nulla o poco più.
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Episodio VII è, insomma, costruito ad arte per avvinghiare lo spettatore, anche se non possiamo dire che il film ci abbia lasciato completamente entusiasti. Ci sono una serie di buchi e mancanze che saltano all’occhio quasi subito, a prescindere che si sia o meno fan dell’universo di Guerre Stellari. Su tutto, dobbiamo dire che le trovate amarcord, che si trasportano lungo buona parte della pellicola, per quanto piacevoli, diventano ben presto stantie. Avete presente il più celebre trailer legato al film? Quello in cui si vedono Han Solo e Chewbacca dire “siamo a casa”? Ecco, senza spoilerarvi nulla, immaginate che per buona parte del film ci sia qualche personaggio che tenta di strizzare l’occhio al passato con una scena simile. Capirete che all’inizio non si può non restare avvinti, tanto che in sala ci siamo trovati tutti ad applaudire tali scene dal sapore squisitamente citazionista. Ma con l’incedere del film gli applausi sono scemati sempre di più, causa di un sovrafollamento di ricordi che, volenti o nolenti, ti fa poi dire “si ok, ho capito, andiamo avanti”.

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Ci sono poi una serie di momenti decisamente telefonati che un po’ spezzano il mordente dell’intrattenimento, nonché delle scelte che per quanto tentino di riscrivere (o “frullare” se siete stati attenti) lasciano un pochino perplessi… tipo l’ennesima fottuta Morte Nera che ora è bigger and better, but still Morte Nera. Manca poi un momento che sia veramente memorabile e incisivo. Il film ci prova, con una scena particolarmente “forte”, ma ancora una volta la narrazione telefonata rovina tutto, lasciando che la scena in question vada e venga in un battito, creando più amarezza che “epica”. C’è poi un vago sentore di distacco, attuato, più che altro, per rendersi facile il lavoro di rivendere il brand ad una generazione che quel brand non lo ha vissuto affatto. Il mito di Star Wars, che ha percorso con aderenza sei film, utili a scoprire buona parte degli aspetti di quella galassia lontana lontana, è qui un mero sotteso ed anche le vicende passate sono trattate in modo marginale, tanto che le uniche informazioni che se ne traggono sono nei titoli di testa. Il resto è lasciato tutto all’immaginazione, al caso e quasi certamente al futuro della serie. Non c’è più un mondo con all’interno dei personaggi, ma piuttosto la sensazione che ci siano i personaggi, che per un motivo o per un altro si trovano sballottolati in giro, il che non è un male, ma di certo prende le distanze da quello che era il costrutto di Lucas… e questo per motivi più che scontati.

L’illustrazione esclusiva per Stay Nerd che potete ammirare poco sopra è a opera di Stefano “Bruciatore” Manieri

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