Quattro pinne all’orizzonte! Gli Street Sharks son quattro eroi al servizio dell’umanità

Chi erano realmente gli Street Sharks? E perché la loro fine fu tutta colpa degli Extreme Dinosaurs? Per dare una risposta bisogna fare un passo indietro. Precisamente all’inizio degli anni Novanta.


In quel periodo storico in ambito televisivo e fumettistico imperversavano i mutanti. Tantissimi mutanti. Gli anni novanta furono furono infatti l’habitat ideale in cui proliferavano creature con le sembianze antropomorfe. Metà umani, metà qualsiasi cosa. Tartarughe, dinosauri, topi, cinghiali, rinoceronti e squali.
Il successo planetario delle Tartarughe Ninja aveva travolto generazioni di bambini, che ovunque andassero si portavano nello zaino Invicta (o Seven, se eri alternativo) i pupazzetti di Michelangelo e Co. Al tempo nessuno le chiamava Action Figure.

Nell’onda dell’entusiasmo collettivo, le principali società produttrici di giocattoli si tuffarono in questo remunerativo mare popolato da mutanti e crearono un esercito di cloni. Cambiava l’animale, il numero di componenti della banda di eroi aumentava o diminuiva, ma l’architettura strutturale su cui si costruivano le varie saghe degli eroi mutanti era la medesima. La mutazione, il cattivo simbolo di un turbocapitalismo ante litteram, l’amico/a umano che sa tutto, la presenza nel team di un elemento simpatico, uno intelligente e uno serissimo. Vladimir Propp docet.

Negli anni ottanta e novanta l’ideazione e messa in commercio di giocattoli anticipava la creazione di cartoni e fumetti. Masters of The Universe fu ideato nel 1976 dalla Mattel come tentativo in extremis di ovviare all’errore di non aver commercializzato le action figure di Star Wars. Di lì a poco He-Man prese vita nei fumetti presenti all’interno delle confezioni dei giocattoli e poi nella fortunata serie animata firmata Filmation.

Nel 1987 la Playmates Toys firmò un accordo con la neonata Mirage Studios, fondata dai disegnatori Kevin Eastman e Peter Laird. I due avevano da poco auto pubblicato, con un budget irrisorio di 1200 dollari, il primo numero di una serie destinata a sbaragliare la concorrenza, a detta dei due giovani autori: Eastman & Laird’sTeenage Mutant Ninja Turtles.

Il vero successo arrivò però proprio con le action figure: i modelli snodabili raffiguranti le quatto tartarughe trionfarono e i giocattoli furono subito affiancati dalla produzione di una serie televisiva. Il passaggio dal fumetto alla TV modificò radicalmente i personaggi ideati dalla Mirage Studios, ma al giovane pubblico degli anni novanta poco importava. In fondo non c’era Internet a generare sdegno e petizioni! Analogamente la produzione dei giocattoli legati ai Biker Mice, ad opera della Galoob, fu decisiva per il successo mondiale della serie.

street sharks

 

La Mattel era intenzionata a replicare l’esito sensazionale delle vendite delle tarta-figure commercializzate dalla Playmates Toys e ideò una linea di giocattoli dalle fattezze ubertamarre. Dopo aver passato in rassegna l’intero universo animale, l’industria statunitense fondata da Elliot Handler e Harold “Matt” Matson scelse di dare connotati antropomorfi ad uno degli animali più “coatti”del globo: lo squalo.

Ed ecco arrivare sugli scaffali dei negozi di giocattoli statunitensi gli Street Sharks. Rispetto alle tartarughe ninja ci fu una cura maniacale nel creare il packaging. Un font aggressivo per il nome, scatole voluminose e uno stile Urban degno dei bassifondi newyorkesi. Dietro due sbarre piegate, inserite per rafforzare il concetto di ribellione e cafonaggine, c’erano loro. Muscoli ultrapompati, teste enormi, una miriade di denti aguzzi e uno sguardo da ultima ripresa di un match di boxe.

street sharksPer lanciare e far apprezzare gli Street Sharks al pubblico più giovane, ancora infatuato delle cugine tartarughe, non bastavano questo look ammiccante e materiali d’alto livello. Come per le Ninja Turtles, bisognava abbinare una valida trasposizione televisiva. Fu così che la Mattel si affidò alla DiC Entertainment, una delle società leader nei cartoni degli anni ottanta e novanta.

L’azienda fu fondata a Parigi con il nome di DIC Audiovisuel nel 1971 ad opera del produttore Jean Chalopi. Dietro al marchio parigino si celano tantissime gemme che hanno entusiasmato generazioni, basti pensare che la società francese ha prodotto L’ispettore Gadget, M.A.S.K., The Real Ghostbusters e Dov’è finita Carmen Sandiego?.

Il cartone era destinato ad occupare la fascia mattutina domenicale nel prestigioso Amazin’ Adventures, un programma del canale Bohbot Kids Network, che negli anni precedenti aveva mandato in onda le trasposizioni cartoon di Double Dragon e Mighty Max, la risposta maschile alle Polly Pocket.

I creatori degli Street Sharks furono Martha Moran e Phil Harnage, che confezionarono una prima stagione pilota, contraddistinta da sole tre puntate. Il primo episodio dal roboante titolo “Sharkbait” (tradotto in italiano Vita da squali) fu scritto dalla stessa Martha Moran, che in passato aveva sceneggiato episodi di G.I. Joe e della serie di Super Mario.

La puntata andò in onda il 7 settembre 1994 e conquistò tutti. Fu subito commissionata una seconda stagione, sempre datata 1994, con ulteriori dieci puntate. Tra il 1995 e il 1997 fu rilasciata la terza e ultima stagione, composta da ventisette episodi, il cui finale viene ricordato ancora oggi come uno degli epiloghi più deludenti mai visti in una serie animata. Ma ne parleremo.

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La trama degli Street Sharks ha il forte sapore del deja-vu, come quasi tutte le produzioni con protagonisti muscolosi antropomorfi di quel periodo. Le premesse sono molto semplici: nell’immaginaria città di Fission City uno scienziato pazzo, il Dr. Luther Paradigm, laureato all’età di nove anni, sta conducendo una serie di esperimenti genetici insieme al collega, il Dr Bolton. I due hanno ideato un macchinario, chiamato nella versione originale “gene-slammer”, che è in grado di trasformare gli animali acquatici in esseri antropomorfi, combinando il DNA.

Paradigm ha in mente di usare la macchina per scopi personali, creando un esercito in grado di conquistare il mondo (ovviamente). Nel tentativo di fermare il diabolico Paradigm, Bolton viene colpito dal raggio della macchina e si trasforma in un mostro, per poi fuggire nell’oscurità. Se ve lo steste chiedendo, nella serie Bolton non comparirà nemmeno una volta. Senza alcun motivo apparente. Lo si vedrà solo con le sembianze di un’ombra e come voce guida della banda di pescecani, attraverso dei messaggi su mega schermo.

 

Non appagato dal suo atto criminale, Paradigm cattura anche i quattro figli di Bolton, John, Bobby, Coop e Clint, e li combina con degli squali, con la vana speranza che possano aiutarlo con i suoi sporchi piani. “I quattro splendidi fratelli ora sono quattro Street Sharks”, ma decidono a sorpresa di non supportare il “pazzoide, cattivo e genialoide”. In fondo il dottore aveva solamente storpiato e allontanato per sempre il loro padre. Nel secondo episodio il Dr Paradigm si trasforma nell’ancor più perfido Dr Piranoid, quando il suo DNA si mescola con quello di un piranha. Per nascondere il proprio deforme nuovo aspetto, il professore indossa una veste con fattezze umane. Il tipico abbigliamento quattro stagioni di un uomo di successo: armatura da palombaro, un uncino al posto di un braccio e una benda sull’occhio. Per non rimanere troppo in vista.

Aiutati dal geniale umano Benz, che fornirà apparecchiature e mezzi avveniristici, gli Street Sharks faranno di tutto per sventare le continue trame malvagie di Piranoid e cercheranno in ogni modo di riacquistare le proprie originali sembianze umane. Invano. Perché Street Sharks è e sarà sempre un cartone irrisolto, per colpa di un finale totalmente no-sense. Ma non è ancora il momento.

street sharksChi erano le quattro pinne all’orizzonte? Come in ogni cartone del tempo, ogni membro della banda aveva propri connotati, oltremodo accentuati e macchiettistici.

Rip (John Bolton) ha le fattezze di uno squalo bianco ed è l’anziano del gruppo. Da buon vecchio saggio, è il più intelligente, esperto in ambito informatico e chimico. Come il padre, è un inventore e crea continuamente accessori utili per la lotta a Piranoid. Oltre al suo acume fuori misura, Ripster ha poteri sensoriali, con cui capta le presenze, ed è un abile pilota di moto.

Streex (Robert “Bobby” Bolton Jr.): È il narcisista del gruppo. Veloce in azione e nell’arte della seduzione. Ama alla follia gli sport estremi. Per questo pratica una delle attività più pericolose di sempre: il pattinaggio sui rollerblade… Ha l’aspetto di uno squalo tigre, con improbabili striature viola su corpo blu.

Jab (Clint Bolton): Il più pigro dei quattro, si è trasformato in uno squalo martello, colorato con cinquanta sfumature di marrone. Ama la boxe e si diletta come maccanico. Usa la sua testa per distruggere qualsiasi cosa gli si ponga davanti. Non propriamente un pozzo di scienza.

Big Slamm (Coop Bolton) È quello che fa male. Enorme, con l’aspetto di uno squalo balena. Ha una potenza incredibile, il suo colpo brevettato è l'”effetto slamm”, con cui fa vibrare terreni e schermi a tubo catodico.

 

Accanto ai quattro si alternano vari strambi alleati. Una menzione particolare va attribuita a Moby Lick, metà umano e metà orca assassina. Ha una lunga lingua prensile e un aspetto meraviglioso, che ha consentito vendite strabiliante della sua action figure. Aiuta gli Street Sharks e nel tempo libero conduce battaglie eco-ambientaliste. Ad affiancare Piranoid invece troviamo una serie di creature, una più improbabile dell’altra. A comporre la gang dei Seaviates troviamo in primis Slobster, il cui DNA  è un mix tra quello di un’aragosta e quelli di… Genghis Khan e Thomas Blood. Rimarranno per sempre indimenticabili poi Slash, con le fattezze di un Marlin, Killermaro, con l’aspetto di un calamaro, e Repteel, metà uomo e metà murena e anguilla elettrica.

Ma come finì Street Sharks? E perché nessuno si ricorda l’epilogo di questa serie?
Semplice, perché non finì mai. Negli ultimi episodi, in modo totalmente inaspettato, arrivano sulla terra due nuove fazioni. Alieni con il corpo di dinosauri. Da una parte i Dino Vendicatori, i buoni, che si alleano immediatamente con gli Street Sharks. Anche perché sono l’esatta copia in versione giurassica degli eroi ittiformi. I cattivi sono definiti in maniera originale “Raptors“.

 

Da quel momento in poi viene totalmente accantonata la trama originale degli Street Sharks: i quattro fratelli non cercheranno più il padre e non tenteranno di tornare veri umani. I fratelli Bolton si ritrovano quindi coinvolti in questa battaglia tra le due squadre di dinosauri alieni, difendendo la terra.

Nel frattempo Paradigm, diventato a tutti gli effetti un piranha, ha un nuovo geniale e diabolico piano. Sfruttando le ampie conoscenze maturate durante il suo percorso accademico effettuato a nove anni, il dottore ha la medesima idea avuta nel primo episodio: creare un esercito di creature, metà umane e metà dinosauri. I raptors lo ingannano e gli rifilano il DNA di un semplice iguana, che lui abilmente inietta su se stesso. Ecco completata la genesi del Frankenstein più orripilante della storia televisiva: un terzo dottore umano, un terzo piranha e per finire iguana quanto basta.

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Nei minuti conclusivi della terza e ultima stagione degli Street Sharks, il capo dei Raptors viene finalmente sconfitto, dopo una battaglia approssimativa e mandata avanti con il tasto fast forward spinto al massimo. I raptors, dopo averlo salvato il proprio leader dai lavori forzati, se ne vanno mestamente dalla terra, alla ricerca di altri pianeti da conquistare. The end.

E il padre degli Street Sharks? Che fine ha fatto? Perché non si è mai ricongiunto con i figli? E perché i Bolton non hanno nuovamente il proprio aspetto umano? Non erano le cose che più agognavano in tutti e quaranta gli episodi della serie?

La risposta a tutti questi quesiti è che la parte finale degli Street Sharks serviva solamente a lanciare un’altra linea di giocattoli: Extreme Dinosaurs – Quattro dinosauri scatenati. Ma questa è un’altra storia.

Nel frattempo è giunto finalmente il momento per lanciare una petizione per chiedere a Netflix e Co. di far incontrare i Bolton con il proprio padre invisibile. E farli tornare umani in un ultimo, vero e straziante episodio. Senza dinosauri e nuovi giocattoli.
Dopo venticinque anni di buio e silenzio ci meritiamo di rivedere quattro pinne all’orizzonte.

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