“Dove tutto è come sembra”


Dopo aver diretto di Le idi di Marzo e Monuments Men, il premio Oscar George Clooney ritorna sul grande schermo con un thriller grottesco e delirante, volto ad attaccare la bigotta e razzista società americana degli anni ’50 (e non solo): Suburbicon, nelle nostre sale dal 14 dicembre.


La prima guerra mondiale è ormai alle spalle, e negli Stati Uniti è nato da pochi anni un centro abitativo di modeste dimensioni di nome Suburbicon, dove qualsiasi cittadino statunitense può trovare un luogo di pace, quiete e serenità, un vero paradiso per bianchi.
Ebbene sì, una delle caratteristiche che contraddistingue la ridente cittadina dei sogni di qualsiasi famiglia tipo americana è l’essere abitata unicamente da bianchi cattolici/episcopali.

La pellicola, partorita originariamente dalle menti dei fratelli Cohen, ed in seguito riadattata e diretta da Clooney, sembra il preludio ad una storia di dickiana fantasia, dove gli scenari postbellici plasmano e modificano totalmente la popolazione americana, mettendola all’interno di una gigantesca scenografia quasi distopica, che mette a nudo tutta la falsità dell’apparente quieto vivere del quartiere.
Tutto infatti cambia quando il fittizio ed illusorio equilibrio cittadino viene rotto da un misterioso omicidio, che vede protagonisti personaggi degni del teatro dell’assurdo di Beckett o Adamov.

Con Suburbicon, lo spettatore si ritrova davanti ad un prodotto interessante e ben strutturato, capace di attirare l’attenzione grazie ad una regia brillante.
Un film difficile da poter inquadrare in un genere ben definito (diffidate da coloro i quali lo presentano come una commedia), risultato di una commistione di stili ed eventi volti, sì ad intrattenere, ma principalmente a denunciare e far riflettere.
Uno dei pregi, o delle particolarità, maggiori di Suburbicon è il fatto che durante l’intera proiezione ci sembra di ritrovarci davanti ad un unico frame, una macrosequenza omogenea, figlia di uno script lineare, di una fotografia nitida che mette in mostra i vivi ed accesi colori di una palette priva di grigi e neri e da un ritmo equilibrato e mai forzato, che tende ad aumentare in alcune scene conclusive, ma che non compromette mai il colore della pellicola, la quale resta coerente con se stessa dall’inizio alla fine.

Tutta l’opera vede come veri protagonisti il premio Oscar Matt Damon ed il giovanissimo Noah Jupe, che attraverso le loro brillanti interpretazioni ci mostrano lo sviluppo del delirante giallo tramite due ottiche diametralmente opposte.
Questa doppia visione, che viene apprezzata solo dopo un’analisi lucida, è resa in maniera così convincente sia per le doti degli attori – e qui sottolineiamo più volte come il giovanissimo Jupe (classe 2004) riesca a destreggiarsi con facilità in mezzo a veri pilastri del cinema – sia per la direzione di Clooney, che dimostra una netta maturazione rispetto alle sue precedenti esperienze registiche.
Altrettanto interessante è il comportamento della famiglia americana “tipo” all’interno della propria dimora, dove si spoglia di tutta la falsa ed apparente genuinità che la contraddistingue, mettendo in evidenza la sua vera e duplice natura.

Suburbicon però presenta dei piccoli problemi, quasi impercettibili, ma che minano la serietà di tutto il lungometraggio.
Va bene la trama lineare e, sostanzialmente semplice, con incastri facili da comprendere e che impediscono di identificare il tutto come un vero e proprio giallo, ma sembra che tutta la proiezione di 104 minuti voglia portarti, con una calma apparente, al messaggio finale di denuncia.

Attori, musiche (del pluripremiato Alexandre Desplat), fotografia e tutto il resto sembrano quasi come anonime pedine utili unicamente a far dama, finendo per far uscire dalla sala lo spettatore felice a metà o, comunque, ricco di dubbi.
Il prodotto di Clooney riesce a svincolarsi magistralmente dalla possibile accusa di “politicamente corretto” che contraddistingue 2/3 della scena hollywoodiana degli ultimi tempi, ma il risultato finale è paragonabile ad una bella pietanza, con un gusto delicato, seppur non indimenticabile.

Nonostante ciò, senza alcun dubbio il premio Oscar esce vincitore da questa prova, mettendo in scena, probabilmente, il suo miglior film, figlio di un esercizio di stile di qualità e ricco di spunti interessanti, però, forse, incapace di saper (o voler) osare.

suburbicon

Verdetto:

Suburbicon è sostanzialmente un film al limite del grottesco, impossibile da categorizzare.
Un giallo che vuole mettere a nudo una problematica sociale, presente nel sottobosco culturale della società statunitense, dura da estirpare.
Composto da un cast ben nutrito e di tutto rispetto, dove spiccano su tutti Matt Damon e Julianne Moore, e caratterizzato da uno script lineare, studiato, ben messo in scena.
L’esercizio di stile di Clooney è evidente, e attraverso la sua Smokehouse, produce una pellicola che vezzeggia grazie a costumi, scenografie e fotografia capaci di catapultarci negli Stati Uniti degli anni ’50, perfetti per far apparire sullo schermo una società bella solo in apparenza, ma sostanzialmente marcia.
Idea di base veramente affascinante, in grado di attirare sin da subito lo spettatore, incuriosito da una storia apparentemente tranquilla, però ricca di colpi di scena.
Il vero neo risulta essere il messaggio finale del film, non che sia poco interessante o trito il tema trattato (il problema dell’odio razziale è oramai, quasi, una costante della produzione cinematografia hollywoodiana), ma sembra come se l’intera proiezione sia volta unicamente all’analisi di tale “denuncia”, senza dare particolare risalto a tutte le sequenze intermedie, utili solo ad arrivare alla risoluzione finale.
Tuttavia si tratta di un falso problema, visto che Suburbicon resta di fatto un buonissimo film, in cui avremmo gradito un po’ di coraggio in più da parte di Clooney, che avrebbe potuto regalarci qualcosa di ancor più gustoso.

Suburbicon - Recensione
7.2Voto
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