Sword Art… che?

Circa un anno fa, complici le festività natalizie, mi ritrovavo sdraiato sul letto senza nulla da fare e in preda alla noia più profonda, chissenefrega direte voi, ma è un’intro necessaria per farvi capire l’animo col quale mi avvicinai al mondo di Sword Art Online. Parliamo di un anime realizzato nel 2011 dall’A1-Pictures – che ricordiamo anche per altre opere come Fairy Tail, Blue Exorcist – e prodotto dalla Aniplex; nelle nostre terre è stato acquistato e distribuito dalla Dynit nel 2013 in versione sottotitolata, per poi essere trasmesso nel 2014 su Rai4 in versione doppiata. La storia è basta sulle light novel scritte da Reki Kawahara, ed è ambientata nel 2022, anno nel quale si è toccato un livello d’immersione videoludica mai visto prima. Scordatevi i vari Kinect, Move, Wii e bubbole varie… qui si parla di VRVirtual Reality – nella sua forma più pura, quella che prende il concetto di “immedesimazione” talmente tanto alla lettera da renderti parte del gioco.

Siete confusi ammettetelo, allora vediamo di fare chiarezza e partire dalle basi: se siete gamer sapete cosa sono gli RPG (Role-Playing Games) e i MMORPG  (Massively Multiplayer Role-Playing Games) e forse avete anche giocato, o giocate tutt’ora, a qualche titolo appartenente alla categoria. Ma qual è la caratteristica di questi giochi? La possibilità di crearsi un proprio alter-ego, dargli un nome e renderlo, a tutti gli effetti, una nostra copia più conforme ai nostri gusti estetici e personali. Volete essere alti, mori, con gli occhi azzurri e infami fino al midollo? Potete esserlo! Vi vedete meglio come dei cavalieri senza macchia, pronti a gettarsi nelle fiamme per salvare la fanciulla di turno? Potete esserlo! Optate per un look più alternativo, capelli fucsia, pelle rosso fuoco e occhi bicolore? Eh… non esageriamo adesso, anche se in effetti le possibilità non mancano. All’interno di un MMORPG potete essere chiunque, perché – seppur limitati dall’universo di gioco – la libertà che vi è concessa è totale. Per farvi un esempio pratico, vi riporto brevemente una mia giornata di scazzo su Final Fantasy XIV: stanco di battaglie, mazzate, mostri e robe varie, un giorno ho preso il mio personaggio, gli ho messo un cappello di paglia, ho acquistato una canna da pesca e delle esche, e ho passato 4/5 ore a pescare in un laghetto! Ora, chissenefrega del mio laghetto, ma questo è il livello di libertà che vi può offrire un MMORPG… e calcolate che il mio alter-ego è figo, bianco di capelli, occhi azzurri e fa robe che io mi stanco solo a guardare! Ora che avete più chiaro il concetto di MMORPG, aggiungete alla sigla un VR e avrete una cosa fighissima, nucleo dell’intero universo di Sword Art Online: Virtual Reality Massively Multiplayer Role-Playing Game. Prendete tutto ciò che vi ho detto prima sugli MMO, mettetevi un paio di occhiali per la realtà aumentata e avrete la quint’essenza dell’immersione videoludica; il vostro personaggio non è più solo un personaggio, ma una vostra copia fatta di pixel e dotata di barra della vita, e una volta indossati quegli occhiali ve ne sbatterete se accanto a casa vostra è scoppiata un’apocalisse zombie! Tutto molto figo, ma la trama dell’anime, quindi, qual è? Semplice: Kazuto “Kirito” Kirigaya, un ragazzo come me e voi, ha da poco acquistato l’ultimo VRMMO uscito sul mercato – lui e ¾ della popolazione giapponese pare – inforca il suo casco superfigo (perché gli occhiali saranno tecnologia retrò nel 2022), si sdraia sul letto dopo aver sfanculato il mondo, e avvia la simulazione ritrovandosi nel fantastico mondo di Aincrad; ma, ovviamente, non è un normale giocatore, ma un pro-gamer che ha avuto anche l’onore di essere uno dei betatester del gioco… e scusate se è poco. Galoppando l’entusiasmo il nostro eroe si butterà nell’avventura, passando metà episodio a far capire a un noobie i comandi di base. Il sole sta per calare, quando insieme a tutti gli altri giocatori, viene teletrasportato nella piazza centrale della città, per assistere a un bel discorso indetto dal creatore del gioco tal Akihiko Kayaba che riassumeremo in “Ah belli! Vi piace Aincrad? Ottimo perché sarà la vostra casa d’ora in avanti, visto che, colto da un lampo di genio, ho rimosso il pulsante logout dal gioco!”

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In poche parole tutti i giocatori si ritrovano intrappolati in quel mondo, e l’immersione raggiunge un nuovo apice quando le fattezze dei loro personaggi, assumono quelle dei loro veri corpi spostando la loro stessa esistenza dal mondo materiale, al mondo virtuale. Un bug peggio di quelli presenti in Assassin’sCreed Unity? Una burla del creatore del gioco atta a far pubblicità? No… una botta di megalomania di Kayaba stesso, che incita i giocatori a finire il gioco per conquistare la libertà, tenendo presente che i loro corpi umani, ancorati nel mondo reale ma privi di volontà, tendono a deteriorarsi se impossibilitati a compiere attività marginali come il nutrirsi… così, giusto per dirne una. Se per caso qualcuno stia pensando “Vabbè ma che boiata, basta ammazzarsi e chissenefrega del game over no?” Ma per niente proprio, poiché il corpo non sopravvive senza mente e se la mente muore, il corpo muore, e se in questo caso la mente ha fattezze fisiche ed è immersa in un mondo virtuale fatto di spade, mostri, dungeon, boss finali e via dicendo, capirete da soli che morire in Aincrad, significa morire nella vita reale. Il nostro eroe Kirito, forte della sua esperienza da betatester, saluta tutti e parte nella sua crociata personale contro il mondo intero, con l’intenzione di finire il gioco da solo nel più breve tempo possibile. Ora, non siamo in sede di recensione – se non volete spoiler saltate le seguenti righe –  ergo vi basti sapere che trova l’amore, perde amici, sconfigge il cattivo, salva il mondo e trova pure la voglia di buttarsi dentro altri giochi simili, creati da altrettanti malati di mente. Trama abbastanza scontata, a mio avviso e, in più d’un occasione, mi son chiesto dov’erano Neo, Morpheus e Trinity visto che sui punti in comune tra SAO e Matrix ci si potrebbe scrivere un articolo a parte… ma andiamo avanti verso il nostro obiettivo.

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Sogno o incubo?

Questa è forse la domanda che più mi son posto guardando i vari episodi di Sword Art Online. Sono un giocatore incallito da anni e ho provato di tutto, rifinendo i miei gusti col passare del tempo come la maggior parte degli esponenti della categoria. Di RPG ne conosco diversi, di MMO un po’ meno ma ho sulle spalle 2/3 anni di un titolo finito nel dimenticatoio per la maggior parte del pubblico (trattasi del leggendario Dark Age of Camelot, al quale dedico una lacrima colma di feels!) e quando mi son ritrovato a vedere il primo episodio, mi sono entusiasmato così tanto da andarmi a comprare i box della Dynit. Premesso che non sono né un tecnico né un esperto di anime ma un semplice esponente della categoria “c’hai trent’anni e te guardi ancora li cartoni animati!”, posso tranquillamente dire che non mi è dispiaciuto per niente. A prescindere dalla trama, l’idea dietro al tutto è stupenda per un gamer: l’immersione fisica, o almeno mentale, all’interno di un mondo di gioco, rompe quell’ultima barriera che c’è tra il videogiocatore e il titolo in sé per sé; non si parla più di “impersonare” un personaggio – scusate il gioco di parole – ma essere quel personaggio, che, parliamoci chiaro, a fare quattro capriole e dare spadate premendo quattro tasti siamo bravi tutti, ma il fare fisicamente quelle capriole e dare fisicamente quelle spadate (senza rimetterci pezzi di corpo) è qualcosa che va al di là del gioco e, forse, è il sogno di ogni giocatore esistente… con determinate condizioni almeno, dettate principalmente dall’istinto di autoconservazione. Già perché ci vuole poco a trasformare il sogno in un incubo.

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Prendiamo un esempio, che fanno sempre la loro porca figura: avrete sicuramente sentito parlare della serie dei Souls (Demon’s Souls, Dark Souls I, Dark Souls II, Bloodborne), ora immaginatevi se fossimo stati nel 2022 e se per giocare a questi titoli avessimo dovuto utilizzare uno degli aggeggi di Sword Art Online per la realtà aumentata. Figo? Assolutamente no! Potete essere grossi quanto vi pare, avere tutto il coraggio e la forza fisica del mondo, ma avete presente quanto è grande il più scemo dei boss di Dark Souls? Si ma se si muore si torna in vita e non si sente dolore, direte voi, giustissimo… Ma se così non fosse? Se quelle mazzate le sentiste sul vostro corpo, se quel bestione lo vedeste con i vostri occhi… Cosa fareste? Domande che, almeno a me, hanno dato parecchio da riflettere. Certo ci sarebbe tutto l’aspetto videoludico da tenere a mente, ad esempio in Dark Souls non sareste ragazzi/e normali che passano il tempo libero giocando che d’improvviso si ritrovano a salvare il mondo, avreste un personaggio – mezzo morto in questo caso –  dotato di facoltà fisiche non indifferenti (non so voi ma io mi stanco solo al pensiero di indossare un’armatura, figuriamoci andarci in giro), capacità di combattimento, stat e skill da alzare e bla bla bla, ma vi dovreste sempre e comunque confrontare con bestioni abnormi, incazzati che danno mazzate paragonabili a un uno-contro-uno contro un bulldozer. Non so a voi ma a me provoca ansia la cosa, e immaginarmi di essere costretto a vivere in un mondo del genere, o lasciarmi morire in maniera abbastanza triste, non migliora di certo le cose.

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C’è una componente però che differenzia i Souls dal mondo di Aincrad, l’essere un MMO e non è di certo un aspetto secondario. Come già detto la sigla indica un gioco totalmente multigiocatore, dove siete costretti – volenti o nolenti – a rapportarvi con altra gente e, forse, è proprio questo a rendere così accattivante tutto il concept dell’anime. Al giorno d’oggi il mercato videoludico è quasi saturo di MMO, soprattutto di MMORPG – Final Fantasy XIV, World of Warcraft, Star Wars The Oldrepublic, The ElderScrolls Online per citarne alcuni – ce ne sono realmente per tutti i generi e gusti, alcuni con i server stracolmi, altri con pochi utenti, ma in tutti la caratteristica comune è una e una sola: i giocatori devono, per forza di cose, collaborare tra loro per andare avanti. Con quest’ottica torniamo all’esempio di Dark Souls e immaginiamoci di essere intrappolati all’interno di quel mondo, stavolta insieme ad altra gente, magari anche qualche amico, con i quali pianificare e studiare la tattica migliore per affrontare il bulldozer di turno, sapendo che in gioco non c’è una “barra della vita” ma la vita punto. La cosa non acquista forse un’altra prospettiva? Non siamo più soli contro le belve dell’Inferno, ma abbiamo altra gente intorno a noi spinta dalle stesse nostre motivazioni per conseguire l’obiettivo…certo c’è sempre il rischio del “LEEEEEEEROOOOY JEEEEENKINS!” ti turno, ma con la prospettiva di una possibile morte reale anche la “cazzaraggine” passa in secondo piano.

Figo ma quanto manca?

Argomento che non possiamo non toccare, visti gli ultimi sviluppi nel settore. Siamo vicini o no a un concetto di realtà aumentata come quello illustrato nell’anime? La mia risposta è un secco NO e ve la motivo anche. Tempo fa ebbi l’occasione di provare i tanto decantati OculusRift e, mentre facevo la fila, mi sentivo come un bambino davanti all’albero di Natale… entusiasmo che è morto nel momento nel quale mi sono accomodato, mi sono stati dati i Rift e mi è stata detta una frase “Eh ma devi toglierti i tuoi occhiali no?Eheheheh”…la risatina finale fu il tocco di classe e, vista l’insegna luminosa che mi era apparsa in testa recante la scritta “AMAREZZA”, risposi al ragazzo che io senza occhiali non vedevo neanche la sedia sulla quale ero seduto. Ora, non sono Enrico La Talpa, ho un lieve difetto della vista e senza occhiali non vedo i contorni delle cose, ma comunque vedo… Ma chi sta peggio di me? Interrogativo sul quale torneremo, per ora andiamo avanti un attimo col racconto: mi accomodai, indossai gli occhiali e il simpatico ragazzo di prima mi chiese “Che titolo ti metto?”; optai per un gioco di logica, nel quale devi risolvere dei piccoli enigmi per andare avanti. Il primo, e il più grande di tutti fu: “Dove stanno le mie mani?”. Già perché la vocina automatica – in inglese ovviamente – ti spiega come inquadrare le tue stesse mani e muoverle in maniera corretta al fine di interagire con gli oggetti… e io ancora oggi mi chiedo non solo dove stavano le mie fottute mani, ma perché non riuscivo neanche a muovere un cubo per guardarci sotto e risolvere l’enigma! Insomma il mio primo, e unico, rapporto con il Rift fu deludente, amareggiante e mi fece sentire un noob in maniera tristissima, soprattutto quando vidi il bimbo dopo di me che, con quelle stesse manine virtuali, lanciava delle fottute palle di fuoco. Certo aveva scelto un titolo diverso, ma il concetto userfriendly l’avete completamente ignorato se io, a quasi trent’anni e cresciuto a pane e videogame, non riesco neanche a muovermi in un mondo virtuale. Magari ragiono male io, ci può anche stare, non sono qui a fare il guru della situazione, ma realmente dovrò impazzire così tanto per giocare utilizzando i Rift? Sinceramente non ho una risposta, sicuramente rispetto alla mia prova sono stati perfezionati, tanto che ora hanno anche una struttura adattabile a diversi modelli di occhiali da vista, ma i miei dubbi continuano a rimanere e se ne aggiungono anche altri nati dopo l’immissione in mercato degli stessi Rift: tutto molto bello ma che ci faccio? Abbiamo dei software adatti? Visto il costo sono da considerarsi un’oggetto riservato a pochi?

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Troppe domande, che preferisco passare a chi ne sa più di me in termini di tecnologia, invece di costruirci teorie sopra, e per il medesimo motivo preferisco non esprimermi sui Playstation VR, dei quali tra l’altro non posso neanche portare una mera esperienza diretta. Sta di fatto che ora come ora sono le due tecnologie che più si avvicinano al futuro illustrato in Sword Art Online, e sinceramente, ai miei occhi è ancora un po’ distante come futuro… ma sicuramente non impossibile da raggiungere.

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