James Wan rivitalizza il genere horror ancora una volta.

Dopo una breve parentesi dedicata all’azione e ai motori con Furious 7, James Wan torna a fare quello che gli viene meglio, l’horror, ripescando quella che è forse la sua opera più riuscita del genere, The Conjuring, per ampliare le avventure dei coniugi “acchiappa fantasmi” Warren con un altro caso di eventi paranormali da risolvere, “Il caso Enfield”, che per l’appunto sottotitola questo sequel su cui, personalmente, da estimatore del primo capitolo, riponevo molte speranze, ma anche molte paure.

Non è mai facile dare un seguito ad un film dell’orrore, almeno in questo momento storico del cinema. Senza scomodare illustri eccezioni come Nightmare, Venerdi 13 ecc. in quest’epoca gli horror più riusciti sono quelli che in qualche modo presentano un comparto narrativo “a tenuta stagna”, auto conclusivo, in quanto raccontano storie invero già difficili da gestire in 90 minuti di pellicole, visti i mille rischi di stucchevolezza in cui incorre il genere oggi come oggi. Eppure James Wan ci riesce, confezionando un film degno del primo, riuscendo addirittura a “riempire” ben 2 ore e 14 minuti di pellicola senza mai annoiare lo spettatore. Un risultato da vero campione della tensione, quale possiamo sicuramente ritenere Wan a questo punto. Ma qual è il segreto della sua formula vincente? Innanzitutto Wan sa gestire la grammatica dell’horror movie con stile e disciplina, grazie ad una serie di elementi che ormai sono diventati il suo marchio di fabbrica, che ritroviamo in toto in questo “Il caso Enfield” e che vi suggerisco di andare a consultare in questo pezzo che scrissi proprio per elogiare il primo film e le sue caratteristiche (Consigli Cinematografici – L’evocazione: The Conjuring).

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Il Caso Enfield poi vince “semplicemente” nelle battaglie da cui gli horror escono oggi sempre sconfitti, riuscendo a trasformare difetti “congeniti” del genere (o più semplicemente scogli difficili da superare) in virtù. Spesso questi film presentano infatti una prima parte piuttosto noiosa e totalmente funzionale alla seconda, o in alcuni casi, succede il contrario, ma in ogni caso è molto difficile che si riesca a gestire un equilibrio perfetto per tutta la durata del film. Il caso Enford invece è ottimo nella sua prima parte, che ci presenta una famiglia londinese, composta da madre e quattro figli. Una famiglia indipendente ed emancipata, con qualche problema economico, la cui quotidianità viene piano piano ulteriormente complicata dalla solita” presenza di spiriti in casa (elemento si scontato, ma scardinato dalla banalità grazie a delle scelte meno convenzionali del solito nel gestire la natura delle entità). Ed è ottimo anche nella seconda parte, in cui finalmente vengono coinvolti Ed e Lorraine Warren, e la storia comincia cosi a dipanarsi verso l’intrigante risoluzione della faccenda attraverso le indagini dei due.

Il Caso Enfield sono quindi quasi due film in uno, entrambi perfettamente funzionanti, entrambi densi di input interessanti, tensione e grande attenzione nel rivolgersi allo spettatore con intelligenza, mostrandogli quindi un horror che rispetti i canoni del genere più classici, ma con cognizione di causa, con modernità, costruendo la messa in scena per fregarlo, per esempio, quando si aspetta che un certo movimento di camera corrisponda ad un imminente jump scare, che poi verrà a mancare per essere ripresentato quando meno uno se lo aspetta. Inoltre confonde sagacemente lo spettatore, tirando in ballo diverse entità, incubi, fantasmi, demoni, e addirittura lo scetticismo e la possibilità di una finzione orchestrata dalla famiglia stessa vittima delle presenze ultraterrene. Vari elementi, alcuni dei quali scollegati tra loro in maniera decisa, che non ci permettono di adagiarci –e potenzialmente annoiarci- su una serie di prevedibili speculazioni e facili intuizioni su dove andrà a pare infine la vicenda, ma anzi, ci invita a tenere ancora più occhi e orecchie tese.

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E poi finalmente, abbiamo dei personaggi all’interno di un contesto del genere degni di questo nome, e questo è l’altra grande rivincita che Wan dona all’horror e che contribuisce non poco alla credibilità e al coinvolgimento nel racconto. Il cast è vincente, ogni ruolo è perfetto, sia quando parliamo dei protagonisti, Patrick Wilson e Vera Farmiga (Ed e Lorraine Warren), che approfondiscono in questo film ancora di più il loro rapporto, la loro vita professionale, sentimentale e il loro carattere, donandolo di nuove sfaccettature che rendono i loro personaggi sempre più interessanti. Se nel primo film ci confrontavamo con i limiti e le paure di Lorraine e sull’indole protettiva di Ed nei suoi confronti, questa volta le carte in tavola verranno rimescolate. C’è un evoluzione quindi nei protagonisti che non li rende archetipi sempre uguali a se stessi.

Ma il bello di The Conjuring 2 è che anche gli altri personaggi sono vivi e vividi. Ci si affeziona nella prima metà del film alla famiglia vessata dalla presenza sovrannaturale, si impara a conoscere la personalità di ogni componente della stessa.  Le loro disavventure con il fantasma che proprio non vuole lasciarli tranquilli ci catturano e non annoiano, perché appunto tanto i ragazzi (soprattutto la giovane che viene presa di mira dallo spirito) quanto la mamma Peggy (Frances O’Connor) veicolano benissimo disagi e tensioni, ma anche carattere. Quasi ci si scorda ad un certo punto dei Warren (si fa per dire ovviamente) fino al momento in cui si palesano in terra Inglese per risolvere la spinosa e macabra questione. Anche i comprimari, come l’investigatore dell’occulto Maurice Grosse, interpretato con talento da Simon McBurney, sembra sulle prime un personaggio insulso e fastidioso, salvo poi rivelarsi molto più interessante di quello che si poteva pensare.

È questo il modus operandi di James Wan, vuole bene a tutti i suoi personaggi, ci mette passione, creatività, senza ricercare artistici voli pindarici difficili da assimilare e poco verosimili o al contrario accontentarsi di far funzionare gli ingranaggi del film in modo blando e automatico. The Conjuring 2 è l’opera di chi ha le idee chiare, sa cosa vuole fare e lo fa nel modo migliore possibile. Certo, rimane in sottofondo sempre una certa “superficialità” dello sviluppo della trama dovuta ad un “buonismo” generale che forse rende anche poco sferzante e incisivo qualche momento particolarmente terrificante. Ma il film non vuole irrigidire lo spettatore oltremodo in maniera pesante, ma renderlo partecipe della tensione dei protagonisti grazie alla grande carica visiva che riesce ad imprimete per mezzo dell’ottimo utilizzo di effetti speciali, regia e sonoro. Il caso Enford riesce quindi ad essere uno dei migliori horror degli ultimi tempi e, paradossalmente, anche un film ”per tutti”. Cosa, non da poco.

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