Un film simbolo della società moderna

Il 5 giugno del 1998 usciva nelle nostre sale The Truman Show, il masterpiece di Peter Weir (scritto da Andrew Niccol) con Jim Carrey protagonista.
L’importanza di questo film, anche (e soprattutto) fuori dal contesto cinematografico è incredibile, dal momento che ci ha mostrato, in maniera forte ed esasperata, quello che sarebbe stato da quel momento in poi il nostro futuro.

Esattamente un anno dopo, infatti, il gruppo olandese Endemol creava il primo Big Brother della storia, dando vita ad un format di successo che è stato ripreso e riadattato da tanti altri paesi nel mondo, e che ancora oggi sopravvive nelle nostre TV.

Il concetto di vetrinizzazione sociale è alla base della società degli ultimi 30 anni, con un’escalation in tal senso agghiacciante di questa cultura dello striptease, che è arrivata a toccare tematiche come la morte o l’intimità più stretta. È come se, una volta effettuato il giro di boa, la nostra comunità non sia stata più in grado di tornare indietro, senz’altro per via di internet e dei media che hanno costantemente supportato questo vouyerismo totalizzante, ma indubbiamente poiché dall’altro lato si è sviluppata un’ingordigia e una voracità verso un certo tipo di “realismo”, quella voglia di assistere a prodotti sempre più veri e sempre più vicini a noi, motivo per cui, esattamente un anno dopo The Truman Show ecco un altro film, letteralmente diverso da quello di Weir ma sempre appartenente alla fascia del “cinema verità”, The Blair witch project, infrangere record di spettatori.
La tendenza ad abbandonare volutamente la privacy, da quel momento in poi, è avvenuta in maniera rapida e progressiva, fino alle recentissime ed attuali storie Instragram, dove possiamo assistere a brevi estratti di vita quotidiana di VIP o persone comuni, amici o sconosciuti, ed il nostro privato diventa improvvisamente pubblico, per una scelta che crediamo sia del tutto nostra.

Tornando all’arte, non possiamo ovviamente non riscontrare in tutto questo delle previsioni di orwelliana memoria, in quel famoso 1984 che è stato fonte di ispirazione per una vastità di opere future, tra romanzi, film e – come abbiamo visto – persino programmi televisivi, con il già citato Grande Fratello, la cui produzione è stata peraltro denunciata dai parenti di Orwell, arrivando poi ad un accordo economico.

Così come accadrà un anno dopo nel GF, Weir e Niccol ci mostrano nel ’98 quello che il pubblico avrebbe presto desiderato, dandoci l’immagine di milioni e milioni di spettatori immobili davanti alle TV ad osservare la vita del povero Truman, che ignaro di tutto proseguiva normalmente con la quotidianità.

Per i pochi che non hanno ancora, e colpevolmente, visto il film in questione, facciamo un brevissimo excursus: Truman Burbank (Jim Carrey) è un trentenne che crede di avere una vita normale e felice, con amici, famiglia e fidanzata, ma in realtà tutta la sua esistenza, dal momento della nascita, è stata proiettata in diretta TV da un network, e “The Truman Show” è un programma di successo mondiale, il cui protagonista non sa di essere ripreso live h24 in tutto il globo. E che, di conseguenza, quella che crede essere la sua vita non è altro che finzione.

L’importanza di questo racconto, credo possiate capirla da soli. Il tripudio di falsità su cui si basa l’esistenza vetrinizzata del povero Truman è il concetto per il quale la società del nuovo millennio ha imparato a costruire immagini di sé, non necessariamente vere, ma quelle che si vuole dare in pasto al pubblico, quello che legge ciò che scriviamo sui social o che osserva le nostre stories, mentre fingiamo 15 secondi di pura esaltazione e divertimento in assoluta naturalezza e spontaneità, cristallizzando quel momento nel 15 secondi successivi, in cui siamo assorti davanti al piccolo schermo del nostro smartphone, pubblicando il tutto.

Una necessità che sentiamo ormai come elemento costante delle nostre vite, tutto all’insegna di quella promozione di se stessi che passa attraverso tanti piccoli step che scandiscono le nostre giornate e ai quali ormai non facciamo nemmeno più caso. Si consuma tempo prezioso per scegliere la foto migliore da pubblicare, quello che potrebbe piacere di più ai nostri follower e ci garantisce una maggiore dose di like, e poi testa bassa ed occhi sullo smartphone, a osservare le vite degli altri.
Ciò a cui assistiamo passivamente, i reality show prima, le storie Instagram adesso, catalizzano la nostra attenzione perché la finzione, quando è costruita a pennello, attira inevitabilmente. La vita all’interno della casa del Grande Fratello piace perché è studiata a tavolino, e i video live dei VIP (o pseudo tali) che seguiamo ne sono l’emanazione diretta.

In tutto ciò il confine tra realtà e finzione diviene sempre più labile, ci confonde al punto che non sappiamo davvero più dove finisca il vero e dove cominci l’immaginario.
È un principio che si estende a macchia da un medium all’altro, dalla TV al cinema al videogioco, ed è proprio per questo che il significato ultimo di The Truman Show assume una valenza gigantesca.
Innanzitutto la vita perfetta del protagonista può esser vista con un doppio significato: la sua esistenza è ideale poiché studiata e letteralmente sceneggiata, ma in fondo lo è anche perché Truman è l’unico in tutto il mondo a vivere davvero, senza la necessità di apparire, in quel confine sottile che esiste tra l’osservare le vita degli altri e mettere alla mercé di tutti la propria.

Truman non sa nulla di tutto questo e vive felice, proprio finché ne resta all’oscuro.

the truman show

Il desiderio ed il bisogno di fuga da tutto questo è un po’ il simbolo dell’eterno contrasto uomo-Dio, laddove a tutti gli effetti coloro dietro la telecamera si sono sostituiti ad una figura divina ed onnipotente, e la conseguente liberazione da queste catene virtuali è un messaggio potente che mira a trafiggere il cuore del sistema.
Weir e Niccol, con The Truman Show anticipano i tempi che verranno e cercano di metterci sull’attenti, di svegliare le nostri menti prima che vengano soggiogate dalla spirale vouyeristica che minerà la nostra libertà.

In un certo senso sembrano augurarci di fare come Truman, lo Spartaco del nuovo millennio, ma purtroppo abbiamo disatteso colpevolmente le loro aspettative.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Deputy Editor e Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), Francesco Totti, i navigli di Milano (vabbè, so' un romano atipico), la pizza e la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryn Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna la mia attuale sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.

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