Riflettiamo sulla scrittura femminile giapponese, in occasione della proiezione dello special Violet Evergarden Gaiden, spin-off dell’amata serie di KyoAni, nelle sale nipponiche dal 6 al 26 settembre

Un effetto collaterale dell’avanzamento tecnologico è l’inevitabile e graduale perdita di usanze, tradizioni e metodi analogici, soprattutto per quanto riguarda i mezzi di comunicazione e di scrittura, che ora consentono di inviare e ricevere messaggi e contenuti con estrema immediatezza. Questo progresso però fa sì che vengano perse anche sensazioni ed emozioni, che non sempre sono facilmente recepibili tra i caratteri digitati su una tastiera.

In Violet Evergarden troviamo una singolare soluzione per questo problema. L’ambientazione che ricorda il periodo vittoriano con qualche elemento steampunk permette di conferire una certa credibilità all’esistenza del ruolo delle Auto Memory Doll: ragazze istruite appositamente per aiutare le persone ad esprimersi nel migliore dei modi nella loro corrispondenza, che sia una lettera d’amore, di incarico per un lavoro o una missiva che porta brutte notizie. Queste ragazze, dunque, si occupano non solo del servizio postale vero e proprio ma anche di infondere sentimenti e pensieri intimi che il mittente, da solo, non sarebbe altrimenti in grado di trasmettere in maniera efficace, grazie ad una scrittura attenta alle emozioni di entrambe le parti coinvolte.

Le donne hanno dato il loro contributo culturale praticamente da sempre anche in Giappone, pur venendo sempre messe in secondo piano rispetto agli uomini. Eppure, attraverso le loro opere, si può percepire una sensibilità diversa e incline non solo allo struggimento e altre emozioni della sfera amorosa, ma anche ad osservazioni acute e piuttosto colte, che nulla hanno da invidiare a quelle contenute in testi di pugno maschile. E ci sarà pure un motivo, infatti, se le Auto Memory Doll sono tutte donne.

violet evergarden

Quando le persone provano qualcosa, vogliono esprimerlo”: la scrittura femminile giapponese nelle sue forme più riuscite

In epoca Heian, gli uomini scrivevano poesie e testi in cinese classico, mentre l’alfabeto in kana era una prerogativa femminile. Questo perché le donne venivano ritenute non abbastanza intelligenti per essere istruite in tal senso e, inoltre, la narrativa di cui scrivevano non era considerata degna di attenzione.

Eppure, una delle opere importanti della tradizione giapponese è stata scritta proprio da una donna: Murasaki Shikibu era una donna di corte che ricevette un’istruzione pari a quella di un uomo, grazie al padre che occupava una posizione governativa. Ciò le permise di sviluppare doti di scrittura che spaziavano dalla narrativa alla poesia e anche al diario personale, in cui faceva osservazioni sull’ambiente di corte e sulle altre poetesse. La corte divenne quindi il palcoscenico per la storia quasi leggendaria di Hikaru Genji, Genji lo Splendente.

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All’interno del Genji Monogatari, ad intervallare le parti narrative scritte in kana, sono presenti numerose poesie chiamate waka, scritte in cinese, che segnavano i momenti emotivi più alti, insieme ad altri contenuti scritti dai personaggi come le lettere che ci si scambiava tra amanti.

In uno degli episodi di Violet Evergarden, una giovane principessa incarica Violet di scrivere per lei lettere che, per tradizione, lei e il suo futuro sposo devono scambiarsi pubblicamente, senza mai vedersi fino al giorno del loro matrimonio. Il rituale di scrittura che si crea è molto simile a quello che avviene nel Genji Monogatari e dunque nella corte di Murasaki: la donna non poteva essere vista dall’amato e per questo si ricorreva a lettere nelle quali venivano scritte poesie che elogiassero la bellezza della donna e che riflettessero la tensione amorosa provata dall’innamorato.

Queste lettere venivano studiate in ogni dettaglio: il tipo di carta utilizzato, i riferimenti stagionali nella poesia, la grafia con cui veniva vergato il messaggio… Tutto era importante per rendere la lettera il più elegante e armoniosa possibile con ciò che realmente si provava nei confronti dell’amato o amata. Tant’è che Murasaki Shikibu stessa diceva:”Passiamo ora alla calligrafia: colui che, privo di una solida base, lascia correre qua e là il pennello con una certa ostentazione può in un primo momento dare l’impressione di possedere talento e originalità, mentre viceversa la sapiente scrittura di chi padroneggia l’arte del pennello può non rivelare a prima vista alcun pregio particolare, ma basta metterla a confronto con l’altra e subito se ne potrà riconoscere il valore autentico. Se ciò che ho detto vale per argomenti così leggeri, a maggior ragione, quando si tratti del cuore umano, penso che non ci si debba fidare di sentimenti superficiali e ostentati sul momento”.

In queste parole è racchiuso il senso delle lettere scritte da Violet e le sue colleghe.

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Nikki Bungaku, l’espressione più sincera delle emozioni umane nella scrittura femminile giapponese

Tuttavia, bisogna ricordare che quelle lettere vengono scritte da ragazze messe apposta per svolgere quel lavoro, con tanto di corso di studi per ottenere la licenza. Le dame di corte, invece, quando non scambiavano lettere con gli innamorati, tenevano dei diari, i cosiddetti nikki, che avevano lo scopo di ricreare la vita della donna che lo scriveva. Poiché l’intento era prettamente estetico e artistico, anche i nikki in realtà potevano essere commissionati e non contenevano confessioni segrete delle loro autrici perché la loro natura presupponeva che ci fossero dei lettori a cui veniva destinata l’opera.

Nonostante ciò, questi testi vengono considerati tra i più intimi e veri della letteratura giapponese. Le donne che li scrivevano vi includevano gli intensi scambi di lettere e poesie con i loro amati, come è possibile notare nell’Izumi Shikibu Nikki. Non è raro, inoltre, che l’autrice cercasse di distanziarsi dalla propria opera, operando cambi di stile e di prospettiva nell’intento di rielaborare a proprio piacimento gli eventi del passato da diversi punti di vista (ad esempio usando una narrazione in terza persona e non in prima), proprio come devono fare le Auto Memory Doll come Violet per esaudire al meglio le richieste dei committenti.

La riscrittura e l’immedesimazione sono ciò che accomuna le Auto Memory Doll e le autrici dei nikki. L’autrice del Sarashina Nikki, ad esempio, spiega come da giovane esprimesse sognante il desiderio di vivere le stesse situazioni romantiche che leggeva rappresentate nei monogatari e per questo cerca di riprodurle anche nel proprio diario, nonostante la sua vita reale abbia avuto risvolti più tristi che la fanno rimuginare sulle vane illusioni che le suscitava la lettura dei monogatari. Eppure, non ha potuto esimersi dal scrivere il proprio nikki, che più che essere un diario divenne una raccolta di “memorie”.

E un giorno, capirai che cos’è l’amore

Una cosa che Violet Evergarden ci ha insegnato lungo i suoi tredici episodi è che la scrittura, a volte, è il modo migliore per esprimere ciò che proviamo, non solo agli altri ma anche a noi stessi. La scrittura, nel corso del suo sviluppo formale, è divenuta un processo che richiede attenzione, accuratezza e tempo ma che permette di riflettere sulle parole e sul peso che hanno per noi e per chi ci legge. Chiunque può scrivere e trarre sollievo dalla scrittura, liberandosi di pesi dal cuore e lasciando una parte di sé sulla carta.

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Uno degli episodi più significativi della serie è il decimo, quando Violet aiuta una donna molto malata a scrivere lettere per la figlia, perché cresca leggendo le sue parole come se fosse presente anche quando non ci sarà più. Per Violet non è un compito facile ma ormai ha conosciuto diverse persone, ognuna con la propria storia da raccontare e custode di qualcosa che successivamente anche la ragazza finalmente comprenderà e riuscirà a mettere su carta come fosse suo: struggimento, dispiacere, gioia, amore. Ciò culminerà in una lettera a colui che l’ha protetta e amata e di cui fino a quel momento lei non riusciva a capire le ultime parole, dimostrando che la ricerca di sé può avvenire anche in forma scritta, superando i limiti dell’espressione orale e del tempo.

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