Con 50M2 Netflix continua a scommettere sulle serie turche, stavolta con un mix di generi che non passa inosservato 

Un’atmosfera alla Don Matteo, un paesino alla Montalbano, un pizzico di violenza alla Walker Texas Ranger e una buona dose di ispirazioni da film di mafia, spionaggio e serial killer. No, non è il risultato di una testata (anche bella forte) contro il muro, ma piuttosto il modo più veloce di descrivere 50M2, tra le novità nel catalogo di Netflix, una serie turca che fa della commistione di generi il suo punto cardine, nel bene e nel male.

Scritta dal parecchio prolifico Burak Aksak, che ne ha anche diretto la metà degli episodi, con l’altra metà affidata a Selçuk Aydemir, 50M2 è la storia di Gölge (nome parlante che in turco significa “ombra”), interpretato da Engin Öztürk, un sicario orfano di entrambi i genitori che, nel tentativo di saperne di più sul suo passato, viene a conoscenza di alcune verità che lo portano a tradire Servet, l’uomo che lo ha cresciuto come un figlio e per il quale lavora.

50m2 Netflix

Nel tentativo di sfuggire alle ritorsioni di Servet, Gölge trova rifugio in un quartiere sconosciuto di un paese vicino, precisamente in una piccola sartoria abbandonata (i 50M2 del titolo sono esattamente la sua superficie). Il titolare del negozio è venuto a mancare da poco, così la gente del posto inizia a credere che Gölge sia Adem, il figlio perduto del sarto: il sicario non ha altra scelta se non quella di continuare con questa facciata, sperando di farla franca con i suoi inseguitori.

Se la vita di quartiere incontra la malavita

Proprio la vita all’interno di questo quartiere è l’aspetto probabilmente più riuscito di 50M2: la precisione con cui sono ricostruite le dinamiche tra gli abitanti – dal factotum/benefattore del quartiere Muhtar a sua figlia Dilara al malavitoso Mesut – è tale da permettere allo spettatore un’immersione totale nell’ambientazione. Che forse, per un italiano, è anche più semplice del previsto: potrebbe essere ambientata in un qualsiasi paesino siciliano, e la differenza sarebbe minima.

La vera chicca, però, è il fatto che l’ambientazione non sia solo un contorno: gli abitanti del quartiere finiscono per diventare parte attiva della trama orizzontale, ossia Gölge che scappa da Servet, grazie al loro coinvolgimento nelle varie trame verticali: ogni puntata presenta infatti un suo inizio e una sua fine, dove solitamente al centro c’è un problema da risolvere con qualcuno del quartiere, dal pignoramento di case e negozi all’omicidio – problemi che Gölge talvolta crea e aiuta sempre a risolvere, soprattutto grazie all’aiuto del vecchio Muhtar, punto di riferimento della comunità.

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In questo si concretizza, infatti, la questione della commistione di generi. 50M2 presenta a chi guarda situazioni che definire serie è poco, con malavitosi, sangue, armi, spionaggio, botte. Ma, inserendole in un contesto dove tutto questo suona alieno, le rende al contempo più serie e meno serie: gli abitanti del quartiere sono attoniti di fronte, per esempio, ai tentativi di estorsione da parte di Mesut, ma non possono fare a meno di filtrare ciò che accade a modo loro: con battute, soluzioni poco probabili, ingenuità. La dark comedy, genere in cui la serie ricade, qui è presa quanto mai alla lettera.

Di 50M2 Netflix pubblica tutte le puntate subito. Ma c’è bisogno del bingewatching?

Certo, non è una serie perfetta. Le trame verticali di ciascun episodio finiscono a volte per eclissare la trama orizzontale, interagendovi ma lasciandola comunque in secondo piano, tanto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare per una serie di mafia e spionaggio, non ci sono cliffhanger alla fine degli episodi che spingono a premere il tasto per vedere il successivo. Piuttosto, come una delle fiction italiane citate in apertura, meglio guardarli con calma, dandosi il tempo di assaporare i legami tra i personaggi e di affezionarsi a loro, tra un problema e l’altro.

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Dall’altra parte, va detto che, sempre in controtendenza con quanto farebbe pensare il genere, le otto puntate di 50M2 non contengono eclatanti colpi di scena: a parte l’ultima, le altre sono più “prevedibili”, con ben poche novità a scuotere il grado di certezze dello spettatore fino a quel momento. Non che questo sia un male, per una serie che mette al centro le dinamiche di quartiere con i loro pregi e difetti, ma neanche un bene per chi invece cerca il brivido che una serie del genere sembra promettere di mostrare.

Tutto sommato, comunque, con 50M2 Netflix mette a segno una serie intelligente, che mischia bene i generi che abbraccia e riesce nell’intento di abbinare una storia di malavita a un microcosmo rionale, impresa né scontata né semplice. In attesa della seconda stagione che il finale sembra promettere, il consiglio è quindi quello di dare a questa serie la possibilità che merita. Lasciandola ossigenare tra un episodio e l’altro, come un vino d’annata, darà il meglio di sé.

Nasco in un soleggiato mercoledì a Milano, in contemporanea col trentesimo compleanno di Cristina D’Avena. Coincidenza? Io non credo: le sue canzoni sono un must nella mia macchina, e non è raro vedermi agli incroci mentre canto a squarciagola. Altri fatti random su di me: sono laureata in cinema, sono giornalista pubblicista, ho dei gusti musicali che si prendono tragicamente a pugni tra loro, adoro la cultura giapponese, Mean Girls è il mio credo e soffro ancora di sindrome da stress post-traumatico dopo il finale di Game of Thrones.