Cosa ci fanno otto fumettisti alle prese con fotoromanzi e posta del cuore?

Se il vostro diario delle medie (rigorosamente Smemo, a meno che non siate stati degli sfigati cosmici) è pieno di adesivi graficamente orripilanti di cantanti musicalmente osceni, se le vostre camerette portano ancora le cicatrici di strati geologici di biadesivo e rotolini di scotch usati per appendere sul letto la gigantografia di un attore dimenticabile e dimenticato, se anche voi almeno una volta nella vita avete provato a limonarvi la mano per fare pratica di baci alla francese, complimenti: siete usciti vivi dagli anni novanta.

Se volessimo scegliere un simbolo di quell’epoca di video musicali su MTV (che a dirlo ora sembra strano, ma una volta MTV era veramente una Music TeleVision e qui era tutta campagna) e squilli sul cellulare, un solo giornale in grado di farci sprofondare nel baratro della vergognosa nostalgia, la nostra scelta non potrebbe che essere Lui, il Giornalino, quello che ogni settimana per pochi spicci ti regalava interviste, fotoromanzi, storie vere, pillole di ginecologia e un lucidalabbra brillantinoso che non avrebbe incontrato l’approvazione neanche delle ballerine del carnevale di Rio. Stiamo parlando, ovviamente, di Cioè, il settimanale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, altro che La Settimana Enigmistica. Tra questi tentativi di imitazione, o di emulazione, possiamo annoverare Daje, il nuovo progetto del BABY RUTH studio che omaggia l’adolescenza di tutti noi e trova un nuovo modo per perdere tempo, anziché lavorare ai fumetti.

Sì, cioè, vabbè, boh.

Daje è il divertissement di otto fumettisti affermati che, tra un lavoro serio e l’altro per Marvel o Tunué, ci mettono la faccia per farci divertire, divertendosi. La faccia, sì, perché memori del successo degli immancabili fotoromanzi che hanno riempito le pagine dei giornaletti da teenager, i magnifici otto si prestano come attori di una mirabile narrazione per foto e didascalie sul tema della procrastinazione. Una normale giornata di non lavoro, potremmo dire, tratta veramente da una storia vera (sic.) e abile escamotage per presentare al pubblico lo studio in cui questi artisti lavorano, non lavorano, bevono caffè e lavano piatti. Del resto il fotoromanzo è la perfetta crasi tra una tavola a fumetti e una puntata su Netflix e noi tutti speriamo di poter binge-watchare al più presto le avventure dei BABY RUTH (che sono Michele Bandini, Fabrizio des Dorides, Mattia Iacono, Claudia SG Ianniciello, Bruno Letizia, Andrea Olimpieri, Sara Pichelli e Paolo Villanelli) nei prossimi numeri della rivista.

baby ruth studio daje recensione

Cara Dottoressa, ho letto Daje, sono incinta?

Ciò che rende Daje un prodotto riuscito, per quanto non di certo serio, impegnato e di un certo spessore (ma questo sono gli autori stessi i primi ad ammetterlo), è il perfetto ribaltamento degli stereotipi della rivista ggggiovane per ggggiovani con cui noi tutti siamo cresciuti: il concetto di fronte-retro del maxi poster è portato all’estremo lapallissiano, mentre il test “scopri che phumettista sei!” è sarcastico quanto basta da rendere necessaria la precisazione “se pensate che ci riferiamo a qualcuno in particolare nelle nostre battute, tranquillo non parliamo di te”. Un altro colpo di genio è rappresentato dalla versione 2.0 degli adesivi in quarta di copertina, sostituiti da un QR code per scaricare gli adesivi telegram targati BABY RUTH, ma la vera perla di questo primo (e speriamo non unico) numero di Daje è rappresentata, e non poteva essere altrimenti, dalla posta del cuore, in cui non si perde occasione di ironizzare sul mondo del fumetto ricalcando le assurde domande delle adolescenti del secolo scorso, convinte che le lavande alla Coca Cola fossero un anticoncezionale ineccepibile.

Una sola rubrica manca al nostro Daje per rendere perfetta l’illusione: stiamo parlando dell’intervista al vip, quella con le domande stupide (e l’immancabile intrusione nella sfera privata del “sei single?”), che ha fatto crescere un’intera generazione di adolescenti con il sogno di diventare giornalisti per passare un quarto d’ora da soli con il proprio idolo (poi cresci e nel frattempo il mondo si evolve e le interviste si fanno pure via mail. La sfiga proprio), quella che strappavi e ti portavi dietro nel portafogli, quella con la versione bimbaminkia del questionario di Proust che ti permetteva di scoprire il colore preferito e la data di nascita della madre dell’attore protagonista di qualsiasi serie tv andasse in onda in quel momento su Italia Uno.

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Verdetto:

In fin dei conti, Daje è un prodotto divertente e nostalgico che non si prende sul serio, tendenza rara di questi tempi, per una generazione così sfiduciata dal futuro e dalla truffa del ritorno del Winner Taco da dimostrarsi sempre pronta a far vedere al mondo le sue gioie mancate e le ansie immotivate, scordandosi che alla fine, se ancora ci interroghiamo su cosa resterà degli anni Ottanta, non possiamo dimenticarci che degli anni Novanta sono rimasti senza dubbio l’amore di tutti noi per il trash di qualità, quello che ti strappa un sorriso e ti impedisce di pensare, almeno per un minuto, a quello che ci aspetta alla fine della procrastinazione.

Baby Ruth Studio: Daje - Recensione
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