Con C’era una volta a… Hollywood Tarantino colpisce ancora.

L’anteprima di “C’era una volta a… Hollywood” era uno degli eventi più attesi della 72° edizione del Festival di Cannes e la croisette, per due giorni, è stata affollata da fan e addetti ai lavori che non vedevano l’ora di vedere il film e di incontrare Quentin Tarantino, Brad Pitt, Leonardo DiCaprio e Margot Robbie. Sono mesi che si parla di questo nono film del regista pulp, annunciato come il suo ultimo, anche se molti non ci credono. Ed ecco finalmente anche la nostra recensione.

DiCaprio è Rick Dalton, un attore fallito che passa una vita nei panni di un cowboy e ora è alcolizzato e sempre di cattivo umore per un calo del lavoro. Pitt è il suo migliore amico e la sua controfigura, Cliff Booth, che ha un terribile segreto. Come una sorta di babysitter, Cliff controlla lo stato mentale e fisico di Rick, confortandolo quando scoppia in lacrime di autocommiserazione. Li unisce una solida lealtà come sottolinea il narratore del film: “Cliff è più di un fratello e un po’ meno di una moglie” per Rick. Quando la serie western Bounty Law di Rick Dalton viene cancellata, le cose prendono una brutta piega e il suo agente Marvin Schwarz, interpretato nientedimeno che da Al Pacino, cerca di convincere l’attore ad andare in Italia per reinventarsi prendendo parte ai mitici “spaghetti western”. 

C’era una volta a... Hollywood recensione

Rick vive in una casa confortevole su Cielo Drive, dove gli sposini Sharon Tate e Roman Polanski vanno ad abitare prima della tragedia che sconvolge l’America l’8 Agosto 1969. Margot Robbie interpreta Tate, la moglie incinta di Polanski che è stata pugnalata a morte nel Benedict Canyon dai membri della famiglia Manson, insieme a tre amici: l’hairstylist Jay Sebring, l’aspirante sceneggiatore Wojciech Frykowski e l’ereditiera Abigail Folger. Fino a quel momento l’attrice aveva fatto un po’ di tv e una manciata di film; bella ed elegante, ma anche capace di umorismo e autoironia. Senza svelare troppo di una trama che in fondo non esiste per volontà del regista, C’era una volta… a Hollywood è una storia fuori moda di alcuni personaggi sul viale del tramonto con un forte citazionismo e una chiara celebrazione del cinema. 

C’era una volta a... Hollywood recensione

La coppia d’oro

Non è un segreto che Quentin Tarantino sia prima di tutto un inguaribile cinefilo, soprattutto se si parla di alcuni generi in particolare. Così in questo suo “ultimo film” sceglie di fare un omaggio alla settima arte che ha plasmato la sua filmografia nel corso degli anni. Si tratta infatti di un film più intimo e personale rispetto a quelli che abbiamo visto fino a oggi. Ha voltato pagina dopo The Hateful Eight realizzando un progetto aperto a diverse possibilità, ambientato in una California anni 60, immersa nei colori primaverili e con dettagli che ricordano serie come Bonanza, The Green Hornet, Mannix. DiCaprio e Pitt funzionano molto bene insieme: il primo maliziosamente fanciullesco anche se stressato per le poche prospettive per il futuro; il secondo superbo, disinvolto, come un animale che conosce bene il suo territorio.

Nel cast anche Kurt Russell, Timothy Olyphant, Dakota Fanning, Luke Perry, Margaret Qualley, Emile Hirsch, Damian Lewis, Mike Moh e Scoot McNairy. Peccato per la mancanza di Burt Reynolds che avrebbe dovuto interpretare George Spahn, ruolo poi riassegnato a Bruce Dern dopo la scomparsa prematura di Reynolds, stroncato da un infarto poche settimane prima delle riprese.

C’era una volta a... Hollywood recensione

C’era una volta a… Hollywood è quindi un film malinconico ma anche divertente che riflette sulla mitologia dell’attore e vive di situazioni che rendono il ritmo alternato ma dinamico e coinvolgente. Tarantino si concentra sui rapporti umani e analizza personaggi con fragilità e incertezze che contribuiscono a portare sullo schermo una esperienza a tratti surreale in cui finzione e realtà si mescolano come se il regista si divertisse a proporre illusioni. Ci sono anche momenti puramente terrificanti con un tono che cambia verso il finale con una forma di violenza brutale, ma mancano scene tradizionalmente tarantiniane destinate a diventare cult.

Molti appassionati del regista apprezzeranno questo nuovo film, ma altri forse potranno ribattezzarlo: “C’era una volta Tarantino” per una nostalgia del suo stile collaudato.

A cura di Letizia Rogolino

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