I segreti della disinformazione – Decima puntata

Nelle puntate precedenti abbiamo visto quali obiettivi si prefigga la disinformazione e come li realizzi sfruttando i vari canali di comunicazione disponibili nell’era moderna. In particolare abbiamo visto come si possa fare disinformazione sfruttando l’equivocità intrinseca del linguaggio naturale, la rappresentazione grafica dei dati, il materiale multimediale. Abbiamo anche visto l’applicazione di queste tecniche a un notiziario televisivo. Vediamo adesso quali ulteriori strumenti metta a disposizione la carta stampata, soprattutto i quotidiani, in aggiunta alle tecniche che abbiamo già descritto in passato.

Disinformare sulla carta stampata

Come nel caso del telegiornale, la peculiarità di un giornale è quella di avere una struttura, ovvero di essere formato da diverse pagine, ognuna caratterizzata da una specifica composizione degli articoli. Ovviamente l’elemento centrale di un giornale è la prima pagina, perché è la prima che si legge e quindi quella che mette o meno in evidenza una notizia, rimandando eventualmente parte dell’articolo a una delle pagine interne. Essere o meno in prima pagina ha quindi rilevanza in termini di visibilità. Già mettere la notizia in una pagina interna, magari in una colonna secondaria o un trafiletto a piè di pagina, vuol dire ridurre la possibilità che venga letta o notata.
Come nel caso del telegiornale, quindi, gli strumenti specifici di un quotidiano sono:
– il posizionamento assoluto dell’articolo
– il posizionamento relativo dell’articolo
– la titolazione dell’articolo
Ovviamente l’articolo stesso poi può essere strutturato in modo da sfruttare tutti quei meccanismi che abbiamo visto in passato e che permettono di orientare l’opinione del lettore, ma di questo abbiamo già parlato, quindi non ne riparleremo in questa puntata.
Torniamo all’impaginazione, tenendo presente che ci riferiremo al modo in cui sono strutturati i quotidiani italiani. Ogni Paese ha suoi standard, infatti, ma i principi generali che riporteremo sono comunque applicabili a qualsiasi tipologia di giornale o rivista. In Italia, per molti anni il formato classico è stato quello 55×40cm, in bianco e nero, che si sviluppava su 9 colonne di testo. Da qui il termine “titolo a nove colonne” per indicare un titolo importante che prendeva tutta la larghezza della pagina. A partire dagli anni ’70, ci sono state una serie di evoluzioni nel formato e nell’impaginazione dei quotidiani italiani. Alcune testate, come La Stampa, ad esempio, hanno ridotto il numero di colonne a sette.
Nel 1967 La Repubblica introduce il formato 47×32cm, ovvero il tabloid. Ovviamente, anche in questo caso, il numero di colonne si riduce ulteriormente. Non solo: mentre prima le colonne avevano tutte la stessa larghezza, con i nuovi formati anche la larghezza delle colonne varia, ovvero alcune colonne diventano più larghe di altre. Nei quotidiani moderni, lo stesso concetto di colonna perde di significato, o meglio, ogni articolo può essere suddiviso su una o più colonne, ma queste non caratterizzano più tutta la lunghezza del giornale, facendo riferimento a un’unica griglia, ma sono limitate solo a una fascia orizzontale all’interno della pagina. Anche il posizionamento degli articoli cambia di conseguenza.
In passato determinati tipi di articoli erano posizionati sempre nello stesso riquadro o colonna. Alcuni di questi posizionamenti sono tuttora rispettati dalla maggior parte dei quotidiani, come l’articolo di fondo, che in genere è pubblicato in alto a sinistra nella prima pagina. Tuttavia, la maggiore variabilità dell’impaginazione dei giornali moderni, dovuta anche alla disponibilità di strumenti di composizione digitale (desktop publishing) sempre più sofisticati, ha portato a una serie di evoluzioni, se non di rivoluzioni, anche in questo specifico ambito. Perché l’impaginazione è importante?
Il motivo è semplice: nessuno (o quasi) legge tutto un quotidiano dalla prima all’ultima pagina. La maggior parte dei lettori decide cosa leggere in base ad alcune regole euristiche che sono strettamente legate al linguaggio e al modo con il quale acquisiamo le informazioni. Tanto per fare un esempio, dato che i linguaggi occidentali sono basati sull’alfabeto latino (o latino esteso) e che questo si sviluppa da sinistra a destra e dall’alto in basso, i pezzi che si trovano a sinistra e/o nel taglio alto della pagina, attirano di più l’attenzione del lettore degli altri. Il blocco in alto a sinistra è quindi uno dei punti focali di un quotidiano. Se procediamo verso le pagine interne, quelle di destra e in particolare i blocchi a destra delle pagine di destra, sono altri punti focali importanti, dato che aprendo un giornale, torna più semplice guardare le pagine dispari (a destra) che quelle pari.
A questo punto diventa ovvio in che modo la disinformazione possa sfruttare l’impaginazione: se l’articolo è in un punto focale, avrà buone possibilità di essere notato. Viceversa, un articolo fuori dai punti focali, potrebbe essere scartato a priori indipendentemente dalla rilevanza della notizia. Spesso, infatti, una notizia “scomoda” va comunque data, o perché si potrebbe essere accusati di censura se non lo si fa, o perché comunque lo fanno anche gli altri, quindi ha poco senso non pubblicarla. Questo non vuol dire tuttavia che la si debba per forza evidenziare, anzi, il pubblicarla comunque mette al riparo la testata dall’accusa di aver taciuto la notizia; il posizionarla fuori da un punto focale, di contro, garantisce che molti dei lettori non la notino neppure.
Un secondo meccanismo di disinformazione consiste nel posizionamento relativo, ovvero come è posizionata quella notizia rispetto ad un’altra. In effetti i meccanismi sono due: uno di paragone e uno di selezione. In termini di paragone, si mettono due notizie accanto in modo che una rafforzi o indebolisca l’altra. Il modello è simile a quello già visto per i telegiornali di posizionare vicine o lontane fra loro nel palinsesto due specifiche notizie. Un classico è il seguente: un politico “amico” viene coinvolto in uno scandalo. Si affianca a quella notizia, che purtroppo non si può non dare, quella di un altro scandalo o presunto tale di un politico di un partito avversario. Da notare che non è necessario che il secondo scandalo sia contemporaneo al primo: si può anche usare uno scandalo di qualche mese prima, semplicemente riportando la notizia come “Proseguono le indagini su…”.
Affiancare due articoli “per selezione”, invece, fa leva su quanto detto in precedenza, ovvero il fatto che quasi nessuno legga un intero giornale. Se metto una notizia appetitosa o interessante in un certo blocco, è probabile che il lettore finirà per ignorare quelle vicine, ovvero per leggere solo l’articolo in quella specifica pagina. Se poi quello stesso articolo “civetta”, è anche riportato in uno strillo in prima pagina, ovvero un blocchetto che rimanda al pezzo in questione, avrò maggiori possibilità che venga letto e quindi che vengano ignorati altri articoli nella stessa pagina.
Il meccanismo più importante, tuttavia, che ha un giornale per fare disinformazione è la titolazione. Il titolo di un articolo è generalmente composto di quattro parti: l’occhiello, che serve ad introdurre il fatto; il titolo vero e proprio; il sommario, che serve ad aggiungere ulteriori dettagli al titolo; il catenaccio, che collega il fatto ad altri articoli del giornale. Se in passato il titolo doveva identificare subito il fatto, ovvero rispondere a una delle tradizionali cinque domande dello stile giornalistico anglosassone (chi, cosa, quando, dove, perché), oggi si tende a dare al titolo un contenuto emotivo piuttosto che descrittivo, rimandando quest’ultimo aspetto al catenaccio. In genere sommario e catenaccio sono alternativi, ovvero appaiono come sottotitolo. Se il titolo ha già un sommario, il catenaccio è spesso sostituito da uno o più richiami all’interno delle colonne.

Perché la titolazione è importante? Perché essa risponde a un’esigenza specifica, ovvero la stessa già menzionata in precedenza: cosa leggo? O meglio, come leggo? In effetti il titolo ha due funzioni: una, quella di dare comunque la notizia, e quindi diventare giustificazione per NON leggere l’articolo; l’altra, quella di indicare quali articoli valga la pena leggere.
A livello di disinformazione, quindi, non solo fare leva sul carattere emotivo del titolo può portare il lettore a leggere o non leggere un certo articolo, ma può trasformare il titolo stesso in un elemento di disinformazione a sé stante, tanto che spesso il titolo dà della notizia un’impressione completamente diversa, se non addirittura contraria rispetto a quella che viene poi data nell’articolo stesso.
Giocare sul fatto che molti si limitano a scorrere il giornale, leggendo solo i titoli, per poi leggere con maggiore attenzione solo tre o quattro articoli, è il modo migliore per sfruttare la leva della disinformazione in un quotidiano. La scelta delle parole da usare nel titolo, diventa a questo punto essenziale per una buona campagna di disinformazione. La chiave, come al solito, è l’emozione. Non è importante cosa dica il titolo, ma quale emozione susciti. In alcuni caso il titolo può persino essere “falso”, o meglio riportare una verità così parziale o decontestualizzata da creare nel lettore un’opinione che potrebbe addirittura essere ribaltata se leggesse davvero l’articolo.
Ad esempio, nel 1999 il quotidiano spagnolo “El País” pubblicò un articolo il cui titolo era «El Pentágono sospecha que Belgrado tiene un arsenal químico». Letto così, uno immagina che gli americani avessero acquisito una serie di indizi sulla possibilità che Milosevic stesse producendo armi chimiche da utilizzare nella guerra del Kosovo. Se si va tuttavia a leggere l’articolo, si scopre che in realtà esso riguarda l’utilizzo costante da parte del Pentagono di notizie di questo genere per giustificare attacchi preventivi su obiettivi militari internazionali. In pratica, l’articolo denunciava esattamente il contrario di quello che il titolo da solo faceva ipotizzare.
Ovviamente non sappiamo se questa contraddizione sia stata voluta o sia stata semplicemente il risultato di una scelta superficiale da parte di un titolista che non ha neppure letto l’articolo, cosa che a volte succede. Fatto sta che titolo e articolo avevano contenuti effettivamente antitetici.
Un ultimo strumento che può essere usato, infine, è lo spazio che si dà alla notizia. L’articolo, infatti, può riportare in modo esteso la notizia o essere un semplice trafiletto. Se ad esempio voglio dare ampio spazio a un fatto, posso sviluppare il pezzo aggiungendo un’intervista, un’immagine o un infografica; inoltre posso sviluppare la notizia su uno o più articoli, trasformarla in un reportage o un’inchiesta, magari sviluppandola su più uscite, ovvero per diversi giorni.
Viceversa, posso “integrare” la notizia in un editoriale, un articolo di fondo o addirittura un corsivo. Questi strumenti danno un peso maggiore alla parte “opinione” nell’articolo, rispetto alla parte “fatto”, cosa che permette di utilizzare molte delle tecniche viste nelle puntate precedenti. In particolare il corsivo ha spesso un carattere polemico o ironico, particolarmente utile per creare nel lettore un’opinione negativa nei confronti di un fatto, un individuo, un partito e via dicendo.
Lo strumento in assoluto più efficace per colpire qualcuno è la vignetta. Dato che la vignetta ricade nella satira e dato che la satira, per definizione, non ha alcun obbligo di essere “politicamente corretta”, può essere utilizzata per riorientare l’opinione di un lettore a fronte di un articolo che, non è possibile o conveniente, per ragioni pratiche, manipolare più di tanto in un’ottica di disinformazione.
Disinformare, infatti, non vuol dire necessariamente “dare un’informazione errata”, ma far sì che l’opinione che qualcuno si fa su un certo avvenimento oppure su una specifica persona o gruppo, abbia un certo orientamento, indipendentemente dal fatto in sé.
Con questo decimo articolo concludiamo la serie dedicata alla disinformazione, sperando che l’abbiate trovata utile e interessante e vi abbia fornito una chiave di lettura e strumenti atti a migliorare la vostra capacità critica nel valutare l’attendibilità o meno di notizie e comunicazioni. Non dimenticatevi tuttavia la lezione più importante: non importa quanto siate intelligenti, smaliziati o abbiate spirito critico: ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a manipolarvi se ha le risorse, gli strumenti e le capacità per poterlo fare. La disinformazione è nata in ambito militare con l’obiettivo di ingannare gli analisti della parte avversa, quindi persone estremamente competenti e specializzate nel non farsi imbrogliare. Basterebbe questo per farvi capire quanto possa essere difficile smascherare una disinformazione ben fatta.
De Judicibus
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