I segreti della disinformazione – Quarta puntata

L’efficacia della disinformazione

Nella scorsa puntata abbiamo visto che per fare disinformazione non è necessario mentire, anzi, la menzogna è forse lo strumento più debole di una strategia di disinformazione, perché può essere confutata e soprattutto può far crollare l’intero impianto. La migliore informazione la si fa utilizzando un insieme di verità e sfruttando la natura intrinsecamente equivoca del linguaggio naturale. Ovviamente si tratta di verità manipolate, plasmate e soprattutto proposte secondo determinati schemi e su specifici canali. Quali canali utilizzare e come è fra gli argomenti di questa puntata.

Prima però è bene ricordare due punti che abbiamo evidenziato il mese scorso: il primo riguarda come si modella la verità per renderla funzionale a una strategia di disinformazione, il secondo come si rende efficace tale strategia.

Abbiamo detto che la verità si modella sfruttando specifici schemi e la natura equivoca del linguaggio naturale. Ne abbiamo visti alcuni la volta scorsa. Ad esempio, l’omissione, ovvero dire solo una parte della verità, quella che ci fa più comodo. Poi i meccanismi di associazione e dissociazione, ovvero accostare due affermazioni o tenerle ben lontane fra loro nel processo informativo. Entrambi i meccanismi riguardano il fatto che ogni volta che riceviamo più informazioni, tendiamo naturalmente ad associarle fra loro, ovvero cerchiamo dei collegamenti logici fra le stesse. Spesso questi collegamenti sono tuttavia suggeriti dall’emotività e non dalla logica, come vedremo quando parleremo di efficacia della disinformazione. Quindi, se si accostano due informazioni, faciliteremo questa operazione, mentre se si tengono ben separate, la renderemo più difficile. In pratica, se non vogliamo che qualcuno faccia due più due per ottenere quattro, dobbiamo tenere i “due” ben separati fra loro. Se invece vogliamo suggerire una relazione causa effetto là dove non esiste, dobbiamo accostare le informazioni.

Facciamo un esempio pratico. Secondo alcune teorie, le Torri Gemelle non possono essere crollate l’11 settembre 2001 a causa dell’incendio prodotto dall’impatto dei due aeroplani con i due edifici, perché l’acciaio fonde a una temperatura compresa fra i 1370°C e i 1530°C, a seconda della sua composizione, mentre gli incendi non potevano aver sviluppato una temperatura superiore agli 800°C. Detta così sembra un’affermazione ragionevole. Bisogna solo far attenzione a parlare solamente di fusione e non di indebolimento strutturale. Una trave d’acciaio, infatti, già a 250°C si indebolisce parecchio e potrebbe avere problemi a sostenere il carico per il quale è stata progettata. A 800°C poi, la tenuta meccanica di carico dell’acciaio può ridursi dell’80% e anche di più. Tale riduzione non permetterebbe più alle travi di sostenere l’edificio. In questo caso, quindi, se voglio sostenere la prima tesi, devo operare una dissociazione, ovvero tenere le due affermazioni ben distanti far loro se non addirittura omettere la seconda.

Tipici casi di associazione invece sono quelli in cui si confrontano fra loro due grafici con lo stesso andamento o andamenti opposti, per dimostrare che due tipologie di eventi sono correlate positivamente o negativamente. In realtà è quasi sempre possibile trovare due andamenti simili anche fra eventi del tutto indipendenti, ma se si scelgono bene gli eventi e si costruisce una buona teoria che li correli, ecco che il grafico diventa la “prova definitiva” che la teoria è corretta. Non ci credete? D’accordo, vi faccio alcuni esempi chiaramente farlocchi. Tenete presente che non è solo importante la selezione dei dati, ma anche come si presenta il grafico, le scale, le unità di misura, persino i colori e lo spessore delle linee e dei punti che corrispondono ai vari valori può servire per accentuare una correlazione comunque apparentemente alta. Il primo esempio mostra un’elevata correlazione, ben oltre il 94%, fra il consumo pro capite di formaggio negli Stati Uniti e il numero di decessi dovuti a soffocamento durante il sonno a causa delle lenzuola. Da non credere quanto sia pericoloso il formaggio!

formaggio_vs_soffocamenti

Il secondo esempio è ancora più interessante perché, siccome entrambe le serie di dati riguardano le automobili, si potrebbe costruirci sopra un’interessante teoria complottistica che dimostra che chi compra automobili giapponesi è più portato a suicidarsi in un incidente automobilistico che attraverso altri sistemi. Magari potremmo darle anche un nome accattivante, cosa da non sottovalutare in una buona strategia di disinformazione: Effetto Harakiri.

automobili_suicidi

Il grafico mostra anche in questo caso un elevatissimo livello di correlazione, quasi il 94%, fra il numero di persone che ogni anno si suicidano con la macchina negli Stati Uniti, e le vendite di automobili giapponesi nella stessa nazione. E stiamo parlando di una correlazione su 10 anni, quindi su un periodo di tempo significativo.

Si potrebbero fare centinaia di esempi come questo, anche con dati molto più facili da correlare logicamente fra loro di questi, e quindi più adatti a costruire una strategia di disinformazione. La cosa interessante è che situazioni che vedono reali correlazioni causa-effetto fra eventi di natura diversa, sono spesso caratterizzate da fattori di correlazione più bassi di quelli visti qui, ovvero fra l’80% e il 90%. Quindi l’indice di correlazione è un ottimo strumento di disinformazione. Solo il nome è spesso più che sufficiente, perché fa credere che se è particolarmente alto, esista un’elevata correlazione fra due serie di eventi. In realtà esso misura solo quello che graficamente è già evidente, ovvero che le due serie hanno lo stesso andamento.

Abbiamo poi parlato di contestualizzazione e di decontestualizzazione, ovvero come si cambia la percezione di un’informazione se la si sposta in un contesto diverso. Si tratta di un “trasferimento spaziale” dell’informazione. Un analogo trasferimento, ma temporale, si ha con la composizione, ovvero associando due o più informazioni legate a momenti storici diversi come se fossero avvenute nello stesso momento. Ad esempio, se affermo che uno scienziato ha sviluppato una certa teoria e poi che ha ricevuto un riconoscimento d’eccellenza, avrò rafforzato la convinzione che la teoria in questione sia vera o comunque sia stata riconosciuta valida dalla comunità scientifica internazionale. Questo anche se in realtà, magari, il premio lo ha ricevuto dieci anni prima di sviluppare tale teoria, cosa che ovviamente ometterò di dire. Ovviamente si può anche fare il contrario, ovvero prendere due eventi contemporanei e far credere che siano avvenuto in momenti diversi (decomposizione).

Fin qui per quanto riguarda gli schemi. Ovviamente ce ne sono molti altri, ma sarebbe troppo lungo descriverli tutti. In una prossima puntata vedremo specificatamente quelli relativi ai contenuti multimediali, ovvero immagini e video.

C’è poi la questione linguaggio. La lingua naturale è intrinsecamente equivoca. Inoltre uno stesso termine può avere più significati o avere, a seconda dell’ambito culturale, accezione negativa o positiva. Vediamo alcuni esempi.

Consideriamo l’utilizzo di avverbi e di altri termini che “vestano” un’affermazione di un significato “orientato”. Ad esempio, se dico “purtroppo” esprimo rammarico, do un senso negativo a un’informazione altrimenti neutra se non addirittura positiva. Analogamente aggettivi e avverbi intesi a quantificare un concetto possono creare analogamente percezioni orientate: molto, poco, scarso, abbastanza, più, meno e via dicendo. L’uso del condizionale così come del verbo “potere” suggerisce possibilità: «Mangiare carne può portare a un maggior rischio di infarto.» Vero? Falso? In effetti quella frase potrebbe anche essere vera in determinate circostanze, ma non ha alcun significato scientifico. Quanta carne? Quale carne? Chi la mangia? In che condizioni? Quali altri cibi mangia? Pratica attività fisica o no? Se non si specificano il contesto, i criteri di selezione del campione preso in esame, i parametri presi in considerazione, i valori misurati e soprattutto l’eventuale campione di controllo, quella frase in sé non ha alcun significato. Eppure, se usata bene, coadiuvata da dati opportunamente selezionati, messa in un apposito contesto, citata in mezzo ad altri riferimenti, può essere estremamente efficace nel sostenere il fatto che non si debba assolutamente mangiare carne perché fa male.

Un’altra tecnica linguistica è usare parole che in contesti diversi abbiano significati diversi. Ad esempio, molte credenze associano oggi il termine “quantistico” a determinati principi “spirituali”, giocando su interpretazioni decisamente discutibili di evidenze scientifiche che hanno invece un significato ben preciso. In ambito scientifico, infatti, termini che nel linguaggio comune vengono usati in modo molto ampio e in contesti diversi, hanno una definizione univoca fuori dalla quale determinate affermazioni perdono del tutto di significato. Ad esempio, “relatività”.

Si potrebbero fare altri esempi, come quelli relativi al modo in cui determinati titolisti, ovvero coloro che nei giornali si occupano della formulazione dei titoli degli articoli, costruiscano sintesi accattivanti ma per niente attinenti, dei vari pezzi pubblicati dal giornale. Ma di questo parleremo ancora.

Ma come rendo davvero efficace una strategia di disinformazione? In due modi: su un piano psicologico/sociologico e su uno funzionale. Da un punto di vista psicologico e/o sociologico devo lavorare sia sull’aspetto razionale che su quello emotivo. Quello razionale mi permette di costruire una struttura solida, che si presta ad argomentazione e che dà un’impressione di serietà e professionalità. Posso farlo dando alle affermazioni un sostegno di tipo statistico, scientifico, legarlo alla reputazione di questo o quel personaggio, strutturarlo attraverso una concatenazione di relazioni singolarmente valide ma inconsistenti nel loro complesso.

Contemporaneamente devo dare una buona ragione a chi riceve l’informazione, per credermi, ovvero devo lavorare sulle emozioni: rabbia, indignazione, persino speranza. La cura miracolosa (e “naturale”, che ci sta sempre bene) per il cancro, quella che le case farmaceutiche non vogliono farvi sapere. Da una parte la speranza, dall’altra la rabbia contro il sistema. Più l’emozione è forte, maggiore sarà l’efficacia della mia disinformazione. In generale una buona disinformazione deve avere sempre un bersaglio di qualche tipo. Può essere un personaggio, un’organizzazione, un sistema, ma anche un modo di vivere, una scelta fatta, un’attività. Che voglia mandare un messaggio negativo o positivo, poco importa.

Nel caso di un messaggio negativo, la necessità di un bersaglio è ovvia. Anche nel caso di un messaggio positivo, tuttavia, è bene aggiungere implicitamente il fatto che se si agisce in un certo modo, non solo se ne ottiene un beneficio, ma si colpisce il “cattivo della situazione” che non vorrebbe che noi lo conseguissimo. Voglio distrarre l’opinione pubblica da un problema serio nel Paese? Trovo un cattivo fuori da esso su cui riversare la rabbia. Posso usarlo come “causa” del problema, o fare anche di più: se proprio voglio che di quel problema non se ne parli, il cattivo in oggetto dovrà essere collegato a un problema completamente diverso, che defocalizzi l’attenzione dell’opinione pubblica dal vero problema.

Altri fattori di natura psicologica/sociologica sono la pigrizia e l’interesse, ma di questo parleremo un’altra volta.

Sul piano funzionale devo invece decidere quali canali usare per disinformare. Ogni canale ha i suoi vantaggi e svantaggi. Ad esempio, la rete è rapida, un ottimo amplificatore, capace di trasformare un’affermazione, per quanto assurda, in una notizia, grazie al meccanismo della condivisione. Se infatti riceviamo l’informazione da un canale ufficiale siamo più portati a sospettare una qualche forma di manipolazione; se la riceviamo da un’organizzazione o da una persona di cui abbiamo fiducia, magari un amico, invece, saremo più propensi a condividerla, anche nella speranza che in futuro quella organizzazione o persona ricambi il favore condividendo qualcosa di nostro.

Un esempio sono i nomi delle dita dei piedi. Sapevate che anche quelle dei piedi hanno un nome, esattamente come quelle delle mani? Si chiamano alluce, illice o melluce, trillice, pondolo, minolo o mellino. Carini, vero? Ebbene, è falso. In anatomia l’unico dito del piede ad avere un nome è l’alluce, e stiamo parlando di un sistema di catalogazione che assegna nomi a ogni singolo osso, muscolo, tendine ed organo possibile. Ma da dove sono giunti questi nomi? Provate a cercare in un dizionario o in un libro di anatomia. Non li troverete. Semplice: qualcuno se li è inventati e li ha messi in rete. Avere un nome a indicare qualcosa è sempre utile, così hanno avuto subito successo su alcuni siti di riflessologia plantare e di medicina tradizionale orientale, per cui si sono diffusi rapidamente. Qui i meccanismi sono due. Il primo è razionale, ovvero la necessità: quei nomi mancavano ed è comodo averli, quindi perché non usarli? Il secondo emotivo: sono verosimili, ricordano un po’ quelli delle dita delle mani e sono quasi omofoni con l’unico dito del piede che ha davvero un nome, l’alluce. Inoltre ricordano un po’ i sette nani di Biancaneve, cosa che li rende piacevoli all’udito e psicologicamente accettabili se non addirittura “carini”. La cosa divertente è che se la gente inizierà ad usarli, prima o poi entreranno a far parte della lingua e finiranno anche nei dizionari, anche se dubito che qualche trattato di anatomia finirà per introdurli.

La rete è un ottimo canale di disinformazione, quindi, ma ha anche uno svantaggio: se uno vuole, trova con altrettanta facilità anche l’informazione giusta. Se invece vogliamo una disinformazione più difficile da contrastare dobbiamo usare canali che non siano alla portata di tutti. Ad esempio i media tradizionali, come radio, televisione e, soprattutto, i giornali. Ognuno di questi si presta a diversi tipi di disinformazione e soprattutto ha un’audience più specifica. Ad esempio, possiamo selezionare giornali letti solo da una certa fascia di popolazione: uomini, donne, vecchi, giovani, cristiani, atei, persone di sinistra o di destra, e via dicendo. In alcuni casi possiamo lavorare su un gruppo estremamente mirato, se selezioniamo bene il quotidiano o la rivista e magari anche la pagina o la rubrica. Ad esempio, possiamo lavorare su un solo territorio, una regione se non addirittura una città o un quartiere. La radio ha un maggiore affetto emotivo, perché la mancanza di immagini esalta la capacità di immaginare dell’ascoltatore e quindi di contribuire all’efficacia della disinformazione. Ricordate il famoso sceneggiato radiofonico “La Guerra dei Mondi”, interpretato da Orson Wells, che nel 1938 scatenò il panico fra molti americani che credettero davvero che il loro Paese fosse sotto attacco da parte di una specie aliena? E non era neppure stato voluto.

C’è poi la televisione, ma questa richiede una serie di considerazioni a parte, che tratteremo in un altro articolo, perché sul canale televisivo è possibile usare moltissime delle tecniche descritte in questa rubrica, in modo che si rafforzino l’un l’altra. Inoltre la televisione spesso alimenta la diffusione per “passa parola” e quindi anche gli altri canali di diffusione.

Ovviamente la scelta del canale, o dei canali di diffusione della disinformazione, è fondamentale anche nella creazione dei contenuti da diffondere. A seconda del canale che utilizzo, dovrò quindi realizzare la mia strategia di disinformazione sviluppando tutta una serie di contenuti appositamente disegnati per quel canale. Sbagliare la forma del contenuto rispetto al contenitore può essere infatti un grave errore, che può ridurre di molto l’efficacia della nostra strategia. Ne parleremo ancora quando ritorneremo su come si possa usare la televisione per disinformare in modo molto efficace.

Per questa volta è tutto. Nella prossima puntata parleremo della disinformazione tramite immagini e filmati.

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