Aspettando Godzilla

Che è un po’ come Godot, lo si aspetta per tanto tempo, forse per tutta la vita, e nel frattempo succedono così tante cose, belle e brutte, che alla fine che Godzilla arrivi o no è poco importante, perché l’importante è quello che è successo nel frattempo.

Ero bambino, ma proprio piccolo, e ai tempi di quell’era geologica c’erano ancora le videocassette. Se vi ricordate le videocassette, allora siete vecchi quanto me. Non fate gli spiritosi: chi è nato dopo gli anni ’90 probabilmente non ha mai visto una cassetta né una videocassetta, e se commentate “vabbé ma chi è nato dopo gli anni ’90 è ancora piccolo” allora vi do questa sconcertante notizia: i nati nel 2000 quest’anno sono maggiorenni. Sentite questo colpo al cuore? È la vecchiaia.

Comunque, vi dicevo, quando ero piccolo c’erano le videocassette. E c’era anche mio padre che, investito della responsabilità di fare il buon papà, registrava programmi adatti alla nostra infanzia su canali regionali dai nomi impronunciabili e probabilmente ormai non più esistenti, sicuro che sarebbe stato meglio metterci davanti alla settecentonovantesima replica videoregistrata di un classico Disney piuttosto che farci vedere i cartoni animati con le sigle cantate da Cristina D’Avena che passavano sulle reti nazionali. E difatti ho un buon ricordo di quei pomeriggi. Pomeriggi in cui trascorrevo ore e ore a rivedere per l’ennesima volta lo stesso cartone animato di Paperino e Qui Quo Qua. Ma un giorno accadde un imprevisto.

 

Programmando la registrazione di un cartone animato su una di queste reti regionali assurde, accadde che l’emittente, del tutto a caso, decise di non trasmettere il classico Disney programmato e mandare in onda invece un film di Godzilla. Mio padre, qualche giorno dopo, ci sottopose alla visione del materiale registrato senza sapere che in quella videocassetta non c’erano Qui Quo Qua bensì dei mostri di gomma che facevano a schiaffi sopra dei modellini di città, distruggendo tutto, mentre giapponesi gridavano e fuggivano ovunque terrorizzati. La mia prima impressione fu la versione da decenne di “che cazzo ho visto?”. Poi lo rividi. E lo rividi ancora. Si trattava di uno spezzone (sì, mio padre non aveva registrato né l’inizio né la fine) di un filmaccio di Godzilla a caso che ci fu riproposto come se fosse un classico Disney, per giorni. Ricordo che il mio prode papà a un certo punto si rese conto che non erano cartoni animati, ma fece spallucce. Ci chiese: “Vi piace?” Io e i miei fratelli rispondemmo di sì, e lui ci lasciò in compagnia dei mostri giapponesi senza farsi alcun problema. Grazie papà.

Forse è in quel momento che la mia asticella di sopportazione del posticcio e del grottesco fece un salto in alto, non lo so. Fatto sta che crescendo venni a sapere della cultura giapponese dei film di mostri, di Godzilla, Gamera e Ultraman, e accanto alla sempre verde domanda “ma come può avere successo ‘sta spazzatura?” cresceva in me anche il desiderio di vedere un film di Godzilla decente.

column narratore esterno febbraio 2018

Ebbene, decine di anni dopo posso tranquillamente concludere di non aver mai, e dico mai, trovato un film giapponese di Godzilla decente. Fanno tutti schifo, sono tutti dei film di un trash assurdo con trame ridicole e schemi narrativi fotocopiati. Senza contare la gomma e i modellini. Eppure quel trash assurdo ha il suo fascino. Quando Roland Emmerich, il re dei blockbuster-spazzatura americani, alla fine degli anni ’90, fece la sua versione di Godzilla, ottenne solo di eliminare il trash dallo schifo, sostituendo i costumoni di plastica con degli effetti digitali. Risultato: il Godzilla di Emmerich faceva schifo senza nemmeno essere grottescamente trash. Ho dovuto attendere l’ottimo Godzilla del 2014 di Gareth Edwards (sì, è il regista di Rogue One, e sì, è su Netflix) per potermi gustare il primo e unico film di Godzilla degno di essere chiamato “film”. E nonostante il Giappone continui a sfornare titoli di Godzilla a tutta forza (vedi lo Shin Godzilla di Hideaki Anno o l’anime Godzilla – il pianeta dei mostri prodotto da Netflix), tutti questi film continuano ad essere talmente brutti, inconcludenti, permeati da parabole e messaggi scialbi, da farmi rimpiangere di non essere più quel bambino di 10 anni seduto davanti a una televisione.

So che c’è un altro Godzilla, sequel di quello di Edwards, in arrivo. Lo attenderò con ansia, gustandomi per l’ennesima volta tutta la bellezza di attendere con disincantata illusione il prossimo film con protagonista il lucertolone atomico.

A cura di Luigi Bigio Cecchi

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