Il fuoco e la speranza.

Nell’articolo precedente abbiamo iniziato a fare la conoscenza di alcune delle principali divinità norrene. Abbiamo cercato di ricostruire non solo i loro miti, ma anche le origini del loro culto e le loro sfere d’influenza. Eppure questo viaggio appare ancora lungo e ben lungi dall’essere terminato. Procediamo dunque, per conoscere qualche altra divinità del pantheon del nord.

Tyr

Quando si parla di Tyr si parla del guerriero maturo, giusto e coraggioso, una sorta di esempio vivente per tutti i combattenti sul campo di battaglia.

Il culto di Tyr sembra essere molto antico, affondando addirittura le sue radici in un contesto indoeuropeo, ben lontano dai miti germanici e scandinavi, per poi giungere attraverso le migrazioni nelle selve oltre il Reno. Una testimonianza piuttosto antica ci deriva da un elmo datato al 400 a.C., segno che il culto di Tyr (o, più probabilmente, di una sua incarnazione precedente) era più antico di quello di Odino e Thor, ma che si sia unito al Pantheon norreno solo in epoca successiva, ottenendo parte delle sfere di influenza delle due divinità, rispettivamente la guerra e la giustizia. Non deve quindi sorprendere che uno dei nomi più antichi di questa divinità sia Hangatyr, ovvero “dio degli Impiccati”, epiteto comune anche a Odino.

Tacito lo associò a Marte, tuttavia la figura delle due divinità sembra essere molto distante nel modo di intendere la guerra: se il greco Ares era un sanguinario, amante della violenza sul campo di battaglia e perciò simile in questo a Odino, Tyr era il soldato impavido e giusto, colui che con la spada amministrava non solo la morte in guerra ma anche la giustizia in tempo di pace. Un guerriero, tra le altre cose, disposto al sacrificio personale, come narrato nel suo mito più famoso, quello che lo vede protagonista insieme al terribile lupo Fenrir, figlio di Loki e della gigantessa Angrobda.

Fenrir era un problema per gli dei. Il lupo era forte come non mai e la sua ferocia era tale che nessuno, escluso Tyr, voleva avvicinarlo. Per due volte il lupo aveva spezzato le catene che erano state poste su di lui per frenarlo. Odino cercò dunque l’aiuto dei nani, i quali crearono per le divinità  la catena magica chiamata Gleipnir, utilizzando come elementi il rumore del passo di un gatto, la barba di una donna, le radici della montagna, il respiro di un pesce e la saliva di un uccello. La catena, apparentemente, sembrava un semplice nastro di seta. Gli dei proposero al lupo una prova di forza per provare a spezzarla come era stato fatto con le pastoie precedenti. Tuttavia Fenrir, sospettoso di fronte all’esile natura del nastro, accettò l’idea di farsi legare solo quando Tyr mise la  sua mano tra le fauci della fiera come pegno di lealtà, perdendola nel momento in cui il lupo realizzò di non potersi liberare.

Nonostante il suo rapporto molto stretto con Fenrir a Tyr è destinato un altro nemico il giorno del Ragnarok, il segugio infernale Garmr, con cui ingaggerà una lotta che si concluderà con la morte di entrambi i contendenti.

Freyja

Tra le varie mogli di Odino Freyja è una dei pochi Vanir a comparire all’interno dei miti nordici con un ruolo centrale. Era la dea della bellezza, dell’amore e del desiderio sessuale, le cui voglie erano considerate insaziabili, come le rinfaccia Loki nel corso della Lokasenna. Il suo nome indicava anche il suo status; voleva infatti dire “dama” o “signora”.

Il culto di Freyja sembra risalire, secondo alcune prove archeologiche, almeno al secolo VII d.C., grazie a una rappresentazione ritrovata nella tomba di un guerriero nella Germania nord-orientale; l’attribuzione sembra essere piuttosto certa, grazie al cocchio tirato da due gatti rappresentato, uno dei simboli più noti della dea.

Sicuramente, come indicato dalla sua appartenenza alla stirpe dei Vani, l’origine di Freyja doveva essere “esterna”, forse distante dal mondo nordico in cui era stato accolto il suo culto.

Lo studioso tedesco Gustav Neckel fece risalire le sue origini al mondo greco, proponendo una connessione con la dea Cibele. L’ipotesi potrebbe anche essere supportata dall’assonanza tra il nome Freyja e Frigia, dove si trovata il principale santuario di Cibele, presso Pessinunte. Anche i ruoli delle due dee sembrano indicare una certa familiarità, essendo entrambe legate alla sfera della fertilità.

Oltre questa funzione Freyja prendeva parte attiva alle battaglie degli dei del nord, guidando le Valchirie per portare i Asgard i guerrieri più valorosi. Nonostante ciò il ruolo per cui era maggiormente conosciuta era quello di protettrice della sfera sessuale, al punto che le sue capacità amatorie erano decantate in canzoni detti Mansǫngr (letteralmente canti per uomini: a buon intenditore…).

Numerosi sono stati gli amanti della dea, non solo tra le schiere degli Aesir e dei Vanir, ma anche tra i giganti, tra gli elfi e i nani, i quali fabbricarono per lei la collana Brísingamen. La cosa non fece piacere a Odino che, con l’aiuto di Loki, le sottrasse la collana, imponendo come prezzo per la restituzione che la dea causasse un conflitto tra due regni.

Il fatto che Freyja compaia come moglie di Odino potrebbe far pensare a qualche sorta di relazione con Frigg. Le due figure, nonostante abbiano compiti simili, appaiono comunque distinte, con un proprio culto e una propria mitologia alle spalle.

Freyr

Corrispettivo maschile di Freyja apparteneva anch’egli alla stirpe dei Vanir. Rappresentava la bellezza e la virilità maschile, venendo considerato allo stesso tempo il portatore di fertilità per gli uomini, così come la sorella Freyja lo era per le donne.

Non sono molte le testimonianze sulle origini del suo culto. Nei suoi scritti Tacito parla di una divinità nota come Yngvi, oggi comunemente associata con Freyr, il quale sarebbe un epiteto del dio col significato di “Signore”. Possiamo quindi stabilire che una venerazione con oggetto questa figura era già in atto prima del secolo I d.C.

Freyr è il signore di Alfheimr, reame che gli fu concesso dagli Aesir alla fine della guerra contro i Vanir. Suoi attributi sono il cinghiale d’oro Gullinbursti, la nave magica Skíðblaðnir e la sua spada magica, capace di sferrare colpi da sé.

Quest’ultima tuttavia viene donata dal dio a Skìrnr, in cambio di un’ambasciata presso la terra dei giganti per chiedere in sposa Gerðr. Proprio per questo dono tanto affrettato il dio soccomberà il giorno del Ragnarok, costretto a una lotta impari contro il signore dei Muspell, Surtr.

Hel

La dea degli inferi, una dei tre mostruosi figli di Loki partoriti dalla gigantessa Angrobda. Delle figure presenti nel pantheon norreno Hel ci appare come una delle più oscure e inquietanti, come una terribile spada di Damocle posta sul capo degli déi di Asgard in attesa del giorno in cui le porte del suo regno, Helheimr (o Niflheimr) si schiuderanno per permettere ai morti privi di onore di unirsi nella schiera dei dannati e combattere nel giorno del Ragnarok.

Il culto di Hel appare molto difficile da ricostruire. Se le prove archeologiche non ci forniscono dettagli prima dei periodi di migrazione dei popoli germanici, intorno ai secoli IV e V d.C., il suo culto e la sua figura appaiono già abbastanza radicati all’epoca da far pensare a un’origine precedente.

Jacob Grimm, il più anziano dei due fratelli e noto filologo, teorizzò che l’origine di Hel fosse Indoiranica: a supporto di ciò vi sarebbero alcune similitudini con la dea indiana Kali. Oltre a questo Grimm rilevò come Hel potesse legarti a un culto zoolatrico della Danimarca, nel cui folklore è presente la figura di un cavallo spettrale noto come helhest. Hel potrebbe anche non aver avuto una rappresentazione negativa in origine: in effetti potrebbe essere, come molti altre dee del pantheon norreno, una divinità assimilabile alla Grande Madre, quindi la rielaborazione di un culto della terra presente in tempi antichi.

La figura di Hel ci appare in effetti ambivalente. Quando Odino la pone come regina di un reame buio e desolato, la figlia di Loki non sembra prendersela a male e, anzi, dona al Padre del Tutto i suoi due corvi, come ringraziamento. Oltre a questo Hel appare sempre pronta ad ascoltare le suppliche di chi scende negli inferi per poter ottenere un favore, concedendolo a patto che vengano rispettate delle condizioni, talvolta molto difficili. Quando Baldr morì accetto che il dio tornasse in vita a patto che il mondo intero piangesse per lui (cosa che non riuscì per colpa di un trucco di Loki). Questa doppia natura di Hel appare testimoniata anche nel suo aspetto: metà del suo volto è scheletrico e orribile a vedersi, l’altra metà è normale, del tutto simile a quello degli altri Aesir.

Oltre al dominio della morte una delle sfere d’influenza di Hel è la malattia: quando circola per il mondo porta con sé la pestilenza, spazzando le strade con una scopa o con un rastrello; nel primo caso non ci saranno sopravvissuti, nel secondo sì.

Il suo mondo accoglie tutti quei morti che non hanno avuto onori in vita. I ladri, i vigliacchi e coloro che sono morti di morte naturale devono attraversare una grotta vigilata dal segugio Gramr, un ponte guardato dalla gigantessa Modgudr e infine raggiungere la reggia di Hel, Éljúðnir. Qui verrà deciso il loro destino, il luogo in cui sconteranno la loro pena. Tra i vari ambienti che sono stati tramandati il più noto è la spiaggia di Náströnd, la riva dei defunti dove i dannati vengono torturati dai serpenti e dove è allestito il cantiere navale dell’orrida nave Naglfar, costruita con le unghie dei morti e destinata a portare le schiere del male nel mondo il giorno del Ragnarok.

Njörðr

Padre di Freyr e Freyja e il maggiore dei Vanir che presero dimora in Asgard dopo la fine del conflitto cosmico tra le due schiere.  Njörðr rappresenta il mare e, come lui, è volubile e capriccioso. Può cambiare la fortuna degli umani così come cambia il vento sugli oceani e, anche per questo, è considerato il dio della ricchezza.

Il culto di Njörðr sembra legarsi a quello descritto da Tacito di una divinità marina di sesso femminili, Nerthus, ma i tentativi di trovare un collegamento tra i due appare tuttora infruttuoso e fonte di teorie poco soddisfacenti.

Per contro è facile concepire quale importante ruolo abbia avuto Njörðr presso i vichinghi, semplicemente pensando all’importante tradizione navale di queste popolazioni. Un culto così radicato nella popolazione da sopravvivere anche alla sostituzione della religione degli Vanir a quella degli Aesir. Un curioso accostamento viene fatto in alcune tradizioni islandesi di età medievale tra Njörðr e Saturno: benché le sfere di influenza siano estremamente differenti, potrebbe essere dovuta a una correlazione dei Vanir coi Titani, e quindi al loro ruolo di antiche divinità.

Nei miti del nord la sposa di Njörðr è Skadi, una gigantessa che ottenne di poter sposare uno degli déi come guidrigildo per la morte del padre, ucciso da Loki, a patto che scegliesse il marito solo guardandogli i piedi. Skadi scelse Njörðr convinto che si trattasse di Baldr, ritrovandosi con un consorte indesiderato e in un matrimonio problematico. Lei voleva vivere sulle montagne e andare a caccia nelle foreste, il marito desiderava andare a pesca, soggiornando sul mare. Inutile dire che il rapporto non durò molto a lungo.

Njörðr appare nei miti del Ragnarok come uno dei pochi dei sopravvissuti. Alla fine del conflitto tornerà presso i suoi congiunti Vanir, riprendendo la propria dimora avita nel reame di Vanaheimr.

Baldr

Nella mitologia nordica il dio Baldr incarna la speranza. Derivazione forse di qualche culto solare precedente, nella sua figura sembrano mescolarsi le prime influenze tra il mito norreno e il cristianesimo. Rudolf Simek in effetti fa risalire il nome Balder o Baldur a una traslitterazione di “giorno splendente”, che potrebbe avere sia un riferimento a un culto solare che all’attesa del giorno della sua resurrezione. Sua consorte è Nanna, e suo figlio è Forseti, il giusto.

Il mito principale di Baldr è legato alla sua tragica morte, architettata dal perfido Loki. Dopo essere stato tormentato da incubi che preannunciavano il suo trapasso, Baldr confidò i suoi timori alla madre, Frigg, che pose tutte le creature dei nove mondi sotto un giuramento: quello di non nuocere mai al figlio.

Da quel giorno Baldr diventò invulnerabile e gli déi, riuniti per i banchetti, si divertivano a lanciargli contro qualsiasi genere di oggetto, divertendosi a vederli rimbalzare sul corpo del dio. Loki, geloso delle attenzioni rivolte a Baldr, non la prese bene. Riuscì a scoprire con l’inganno che il vischio, nato dopo il giuramento di Frigg, poteva ancora nuocere a Baldr, riuscendo quindi a convincere il guerriero cieco Hodr, primogenito di Odino e Frigg, a lanciare col proprio arco un rametto contro il fratello. Il vischio trapassò così Baldr come una freccia, uccidendolo.

Il dolore degli déi di Asgard fu senza eguali, al punto che Nanna morì di dolore, venendo posta sulla stessa pira del marito, insieme all’anello Draupnir, dono di addio concesso da Odino al figlio.

Dopo gli onori funebri Frigg non fu in grado di darsi pace: chiese perciò che qualcuno scendesse nel reame dei defunti per poter pregare Hel di restituirle il figlio. A rispondere alla chiamata fu Hermod, il terzogenito di Frigg e Odino.

In sella al cavallo del padre giunse in Helheimr, dove chiese alla sovrana di restituire Baldr ai viventi. Ella lo concesse, a patto che ogni essere vivente tra i vivi piangesse la perdita del dio. La cosa, per colpa di uno stratagemma di Loki, mutatosi in una gigantessa dal cuore di pietra, non riuscì. Baldr rimase quindi nel reame di Hel, donando al fratello l’anello Draupnir affinché lo riportasse a Odino e attendendo il giorno del suo ritorno sulla terra. Sarà infatti lui, alla fine del Ragnarok, a governare su un mondo rinnovato, ristabilendo l’ordine cosmico dopo il caos.

Questo mito si collega a quelli tipici delle catabasi presenti in molte religioni del monto antico, da Ishtar fino a Orfero. Forse Baldr deriva da qualche divinità ctonia, rielaborata nel corso dei secoli.

Non è da escludere nemmeno che nella sua leggenda rientrino influenze di matrice cristiana come già accennato. La figura di Baldr presenta notevoli somiglianze con quella di Gesù: entrambi muoiono e compiono un viaggio negli inferi, seppur con esiti differenti; ed entrambi governeranno su un mondo rinnovando quando i giorni finiranno.Loki

Il trickster per eccellenza, il portatore di caos definitivo. Loki viene in maniera semplicistica definito come il dio degli inganni, eppure sembra essere molto di più.

Da un lato egli fu uno dei tre creatori del genere umano, colui che donò agli uomini il calore e la bellezza, dall’altro una sorta di demonio disposto a tutto per scombinare i piani degli déi, salvo poi redimersi e aiutarli a salvare la situazione.

Forse per questa sua doppia natura molti studiosi hanno proposto un’associazione tra la divinità e il fuoco, indicato con il termine logi, con cui presenta un’evidente assonanza: come il fuoco Loki può donare luce e calore, ma anche distruzione e morte.

La cosa più probabile è che Loki sia la crasi di diverse figure simili, maschili e femminili, presenti in molti culti che si sarebbero poi uniti per formare questa divinità, così diversa rispetto a tutte le altre. Anche le scarse prove archeologiche riguardanti il dio, risalenti al massimo al secolo X d.C., indicano Loki come una figura tarda, forse già influenzata dal cristianesimo e dalla figura del Lucifero biblico.

Loki discende dalla stirpe dei giganti, ed è stato accettato dagli Aesir in seguito a un patto di fratellanza con Odino, segnato dall’incisione delle piante dei piedi su una roccia, in qualche modo simile al giuramento rituale in uso presso i vichinghi noto come Heitstrenging.

Forse è anche per questo motivo che i poemi dell’Edda vedono spesso Loki come aiutante di Odino e Thor, sempre in prima linea per aiutare i due a cacciarsi fuori da qualche pericolo. Pericolo che spesso è lo stesso Loki a causare, ovviamente.

Uno dei tratti principali di Loki è la sua vicinanza con lo sciamanesimo, da cui gli derivano attributi sia maschili che femminili. Il dio ha infatti generato numerosi figli partorendoli come una donna, tra cui Fenrir, lo Jormungandr ed Hel, oppure Sleipnir, il cavallo di Odino. La prole di Loki non finisce qui, visto che dalla moglie, la fedele Sigyn, ha avuto Vali e Narfi. Oltre a questo è un esperto nell’arte della trasformazione, avendo mostrato di poter ottenere le sembianze di diversi animali, sia maschi che femmine, e di poter assumere l’aspetto che più gli aggrada. Tutto questo sembra essere un ulteriore riferimento alla bisessualità del dio, un modo come un altro per vederlo come “non inquadrato” e portatore di caos.

Il principale poema che vede il trickster protagonista è la già citata Lokasenna. Qui il dio viene invitato a una festa e, dopo essersi ubriacato, viene allontanato malamente. Stizzito, ritorna una volta smaltita la sbornia, iniziando un alterno in cui rinfaccia agli déi tutti i loro vizi e le loro malevolenze, rivendicando il suo posto alla mensa degli Aesir. In ultima battuta il dio offendo anche Sif, moglie di Thor, cosa che lo porterà a uno scontro col nerboruto dio del tuono.

Costretto alla fuga Loki verrà infine catturato e legato a delle rocce aguzze all’interno di una caverna, con un serpente velenoso che stillerà veleno su di lui per l’eternità, come punizione per aver ordito la morte di Baldr. Sarà qui che attenderà il giorno del Ragnarok, confortato unicamente dalla fedele Sigyn, che raccoglierà per lui il veleno del serpente. Nonostante questo, alcune gocce del tossico riescono comunque a cadere sul suo volto, causandogli atroci dolori e facendo tremare la terra.

Loki si libererà il giorno del Ragnarok, quando tutti i legami saranno sciolti. Alla guida di Naflgar, la nave dei dannati, porterà l’assalto al regno degli dei, salvo poi soccombere in un duello con Heimdallr, poco prima che il fuoco di Surtr consumi il creato.

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