Il fantasy e il mito delle donne come eterna figura secondaria

Parlare delle donne nel fantasy può non essere un’impresa facile. Né piacevole: vuol dire addentrarsi nel proverbiale pagliaio alla ricerca dell’ago. Solo che al posto del fieno ci si trova a fare i conti con dei rovi. Il risultato finale non è piacevole e ciò che si trova potrebbe non valere la fatica fatta.

La prima domanda che dobbiamo farci, quando analizziamo la figura della donna nel fantastico, è chiedersi quale sia stata la sua evoluzione. Cercare quale ruolo abbiano avuto le figure femminili in Lovecraft, Howard, Tolkien, e poi osservare come siano cambiate nel tempo, in Le Guin, in Pratchett, fino ad arrivare al fantasy contemporaneo, con Rowling e Martin. Ma se osserviamo bene tutti questi personaggi raramente ci troviamo di fronte a individui capaci di uscire fuori da alcune figure archetipiche. O, peggio, stereotipate.

E qui nasce un secondo quesito: esiste un’evoluzione della figura femminile nel fantastico? Domanda che potrebbe scatenarne molte altre a cascata, di cui forse non vogliamo avere una risposta per il rischio di aumentare la nostra sensazione di delusione. Ma ormai Pandora ha aperto il vaso, e dobbiamo andare avanti.

Tuttavia sarà bene non cercare un’evoluzione che forse non esiste. Proviamo a parlare degli archetipi di donne presenti nel fantasy. E, nel mentre, troviamo qualche figura degna di nota, cercando di capire se sia un’eccezione o effettivamente parte di una crescita. Un viaggio su una lama di coltello tra l’evoluzione dei miti e il banale stereotipo, dove il rischio di cadere è una costante.

donne fantasy

Sword & Stereotypes

Gli inizi del genere fantasy, se cerchiamo di escludere quelle che potrebbero essere le sue radici nel mito, non sono tra i migliori per le donne. I ruoli femminili all’interno del fantasy ci appaiono sin dal principio secondari. E questo nel migliore dei casi. Questa almeno sembra essere la regola nella narrativa per adulti. Se osserviamo alcuni personaggi di prodotti destinati a fasce di età più giovani troviamo diverse eroine dotate di personalità, come Alice e Dorothy. Sembra quasi che il fantasy, con la crescita dei propri lettori, dimentichi parte del suo pubblico. Un po’ come Susan Pevensie, cacciata da Narnia per aver scoperto la sua femminilità.

Un esempio ben distante nel tempo e non molto conosciuto può essere quello de Il Serpente Ouroboros, heroic fantasy realizzato quasi un secolo fa, nel 1922, da Eric Rücker Eddison. Siamo di fronte a una delle prime opere di genere fantastico secondo il senso contemporaneo, dove le conoscenze di mitologia e letteratura dell’autore plasmano un mondo nuovo. Tuttavia le figure femminili in esso contenute sono scarse e spesso non vengono tratteggiate a dovere. Nell’opera di Eddison risaltano due donne, Lady Mevrian e Lady Prezmyra, schierate su fronti opposti, sia nella trama del romanzo che negli archetipi che vanno a incarnare.

Mevrian ci appare sì come figura di donna capace, posta alla difesa del proprio castello in assenza del fratello, ma che fallisce nel compito e riesce ad avere salva la vita solo con l’aiuto dei cugini, che le permetteranno di fuggire. Dall’altra parte Prezmyra si configura come un personaggio tragico, donna orgogliosa che si uccide quando capisce che la sua fazione è stata sconfitta. Di lei il lettore riesce ad ammirare la caparbietà, ma il suo personaggio non riesce ad avere profondità, complice l’incapacità di distaccarsi da archetipi precedenti, specie quelli shakespeariani.

Insomma, le donne, nel momento in cui il fantasy muove i suoi primi passi, non sembrano dipinte in maniera lusinghiera. In parte è frutto di molta letteratura realizzata fino a quel momento, dove la donna era relegata a ruolo di secondaria importanza e non si sentiva la necessità di cambiare questo stato di cose.

Uno status quo che non migliora andando avanti nel tempo. Se leggiamo le storie di Conan, opera di Robert E. Howard, ci troviamo di fronte a un’altra versione poco lusinghiera dell’universo femminile. Nelle storie del Barbaro le donne si dividono in tre categorie: seduttrici che cercano di sviare l’uomo dalla sua missione, guerriere incapaci di completare il proprio incarico senza l’aiuto maschile, damigelle in pericolo destinate a diventare oggetti di piacere, trofei che per Conan hanno lo stesso valore di una coppa o di una spada.

Anche qui, tuttavia, ci troviamo di fronte a un’opera destinata a un pubblico esclusivamente maschile, molto più di quanto non fosse il romanzo di Eddison. Le riviste pulp su cui Conan trovò la sua prima casa non erano pensate per un pubblico femminile. Difficile credere che Howard potesse pensare alla volontà di una giovane lettrice degli anni Trenta.

In effetti è bene tenere presente il periodo storico della stesura delle opere, prima di lanciarsi in strali contro di esse. Sono gli anni ‘20 e ‘30 e il ruolo della donna nella società ottiene un riconoscimento del suo essere persona al di fuori del ruolo di moglie e madre, conquistando il diritto di voto dopo decenni di proteste del movimento delle Suffragette nel Regno Unito e negli States. Eppure questa non è una ferita che il tempo sembra in grado di sanare.

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Storie di uomini per ragazzi

La generazione di autori fantasy successiva iniziò a farsi un nome negli anni a cavallo delle due guerre e si affermò dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. Sono gli anni di C.S. Lewis e di Tolkien, quelli che segnano la nascita dell’High Fantasy.

Si è a lungo discusso sulla scarsa importanza data ai personaggi femminili nelle opere del Professore. Catharine Stimpson, nota studiosa femminista, accusò apertamente Il Signore degli Anelli di presentare figure femminili distanti, stereotipate e schiacciate sul fondo della vicenda. Quell’accusa verrà cristallizzata nel modo di dire che etichetterà il romanzo del Professore come “una storia di uomini, scritta per dei ragazzi”.

In effetti l’impressione che si ricava dalla lettura della trilogia tolkieniana è che non sia semplicemente stato preso in considerazione il pubblico femminile. Come spiegherà anche la studiosa Linda Voigts, pur essendo felicemente sposato e avendo una figlia, la vita di John Ronald Reuel Tolkien si svolgeva quasi completamente in un ambiente maschile, quello dell’Università di Oxford.

Nonostante questo nei libri che compongono il Signore degli Anelli sono presenti tre figure femminili importanti come Galadriel, Arwen ed Eowyn. Tutte e tre, pur in modo diverso, presentano una propria caratterizzazione e prendono parte a eventi di grande importanza per la trama. Diversi studiosi di Tolkien hanno analizzato le tre donne sotto una luce in particolare: l’affrontare sfide e tentazioni al pari dei corrispettivi maschili.

In questo Galadriel spicca per la sua capacità di rinunciare all’Unico Anello che Frodo Baggins arriva a offrirle. Pur potendo esercitare tramite esso un potere immenso, tale da oscurare Sauron e poter governare sulla Terra di Mezzo come regina, la Dama di Lothlórien rifiuta. Un gesto che poche persone nella storia erano riuscite a compiere, come ricordato dallo stesso Gandalf nel secondo capitolo de La Compagnia dell’Anello. Un gesto dove Isildur aveva fallito e che Bilbo non era riuscito a compiere da solo.

Lasciando il Signore degli Anelli e concentrandoci sul Silmarillion notiamo che le figure femminili aumentano, così come il loro ruolo in eventi di elevata importanza per la trama. Se pensiamo a quanto compiuto da Luthien o alle azioni di Varda e Yavanna, l’impressione è che in Tolkien ci siano i primi tentativi di dare maggiore spazio alle donne nel genere fantasy.

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Le regole del mercato editoriale

Passano gli anni, ma la marginalità presente in Howard ed Eddison appare ancora presente, così come alcuni dei tratti più stereotipati in autori come Lieber o nel ciclo di Dragonlance.

Inutile girarci intorno: nel mercato del fantasy il pubblico di riferimento resta quello maschile per buona parte del secolo scorso. E questo non risparmia neppure alcune autrici, note per la loro bravura e per il lustro dato al fantastico con le loro opere.

Nell’epopea di Earthsea, scritto da Ursula K. Le Guin, il protagonista assoluto è Sparviere. Certo, il ruolo principale nel secondo libro del ciclo, le Tombe di Atuan, spetta alla sacerdotessa Tenar, alla sua giovinezza sacrificata sull’altare degli Innominabili. Una vita in cui il futuro arcimago Ged entra marginalmente. Ma, alla fine, la storia di Tenar è solo un passaggio nella strada che condurrà il vero protagonista della saga a ottenere potere e saggezza.

Stesso discorso si potrebbe fare per Harry Potter. Le figure femminili sono tante, alcune delle quali sono anche oggetto di un’evoluzione caratteriale degna di nota, come per Ginny, o capaci di trasmettere enorme carisma al lettore, quali la professoressa McGranitt ed Hermione. Ma, nonostante tutto, il centro della scena spetta sempre ad Harry.

L’impressione è quasi che esista un timore nel dare risalto a una protagonista femminile nel fantastico. Forse proprio per il forte rischio di cadere nella banalità o nello stereotipare la propria protagonista.

Per esempio potremmo parlare di Nihal, eroina creata da Licia Troisi. Il tentativo di porre una ragazza al centro della narrazione costituisce un passo importante, ma che si scontra con il suo inserimento in un contesto androcentrico. Nihal è una ragazza costretta a comportarsi da uomo, e per questo spesso è protagonista di gesti poco credibili per un pubblico più adulto e smaliziato del target di riferimento del romanzo.

Anche quando ci troviamo di fronte a ottimi esempi di personaggi femminili non è scontato che questi vengano sfruttati al meglio. La caratterizzazione delle donne di George R.R. Martin è stata spesso lodata, soprattutto nelle figure materne, per quanto agli antipodi, di Catelyn Stark e Cersei Lannister. Eppure, anche di fronte a personaggi femminili di indubbia forza e capacità, come Daenerys e Asha, Martin non esita a inserirle in scene “pruriginose”, che sembrano strizzare l’occhio soprattutto al pubblico maschile.

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Nonostante ciò non mancano esempi in grado di sfuggire da questa dinamica. Tra le protagoniste più riuscite e più realistiche c’è Sonea, creata dall’australiana Trudi Canavan per la trilogia di The Black Magician. Il comportamento della ragazza, braccata dalla Corporazione dei Maghi che vuole reclutarla a ogni costo, appare uno dei più naturali tra le donne della narrativa fantasy. In effetti il suo comportamento è quello che dovrebbe avere una giovane inserita in un contesto come il suo.

Il miglior esempio di una storia declinata al femminile resta tuttavia quello di Marion Zimmer Bradley, con il Ciclo di Avalon. Le sue protagoniste sono donne calate in un contesto fantasy, che vivono la vita coerentemente con l’ambientazione in cui sono inserite. Questo tuttavia non le appiattisce solo nel ruolo di mogli e madri che dovrebbe loro imporre l’ambientazione alto medievale scelta da MBZ. Ygraine, Morgana, Ginevra e le altre risaltano per il loro carisma, il loro carattere, la loro capacità di prendere decisioni difficili per riuscire a emergere e sopravvivere in un ambiente dominato da uomini. In questo, forse, vi è una forma di titanismo presente anche in altre produzioni dell’autrice. La vittoria, in questo contesto, non è scontata e deve far fronte a enormi difficoltà. Quello che è veramente importante è combattere per rivendicare il proprio ruolo.

Parità di riti

Se vogliamo ricercare un vero difetto nelle donne mostrate nella letteratura fantasy, esso è da ricondurre a due fattori. Da un lato la convinzione di scrivere per un pubblico maschile o prevalentemente maschile, almeno fino agli anni Novanta.

Dall’altro la tendenza a far risaltare il personaggio femminile “forzandolo”, rendendolo meno realistico per renderlo più accattivante. Abbiamo citato Nihal, personaggio di Licia Troisi. Una delle critiche di cui è spesso stata oggetto sono le scene al limite dell’assurdo, come il rimanere appollaiata su una statua per dimostrare il suo carattere ai lettori, prima ancora che agli altri personaggi, colpevoli di contrastare il suo ingresso tra i ranghi dei cavalieri dei draghi.

Un contesto molto simile avviene in un romanzo di Terry Pratchett, Equal Rites, malamente tradotto in Italiano come L’arte della magia. Nel romanzo la giovane Eskarina Smith ottiene in eredità da un mago il proprio bastone, diventando a tutti gli effetti una maga. Il problema è che per il Mondo Disco la magia è una prerogativa maschile, non femminile. I tentativi di Eskarina di entrare all’Università Invisibile trovano l’ostilità dei maghi. Pratchett, tuttavia, non sceglie di forzare il personaggio di una ragazzina, facendole compiere imprese al limite dell’impossibile per impressione i decani dell’università (e i lettori). Eskarina aspetta, studia, migliora e attende la sua occasione per dimostrare il suo valore e le sue capacità.

La differenza sostanziale nei due romanzi è che per Nihal diventare cavaliere dei draghi è solo parte di un percorso più ampio, mentre per Eskarina essere riconosciuta come una maga è la meta finale del viaggio. Ma nel confronto tra Troisi e Pratchett è Sir Terry a emergere vincitore, sia nella caratterizzazione che nel modo di proporre il personaggio.

In questo Pratchett sembra riconoscere anche un’altra realtà: la consapevolezza che le donne leggono fantasy e desiderano un personaggio in cui potersi identificare. Un personaggio che non debba per forza essere una donna costretta a comportarsi da uomo. Le regole del mercato impongono ancora adesso alcune linee guida molto severe per il successo di un libro, assunti che condizionano l’opera di autori e autrici. Che spesso costringono i primi a sforzi titanici per la creazione dei propri personaggi.

La difficoltà principale dello scrittore sembra essere quello di voler a tutti i costi calarsi nei panni delle donne in contesto fantasy. Nel far questo sembrano tralasciare un elemento semplice e, allo stesso tempo, di fondamentale importanza. Il compito di un autore è quello di calarsi nei panni di un altro essere umano e permettere al lettore di fare altrettanto. 

Immagine di copertina di David Demaret

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