Il nuovo e il classico

Non sempre in Italia abbiamo potuto apprezzare i migliori anime giapponesi. Spesso nello scegliere cosa importare nel Belpaese si sono lasciate indietro alcune opere interessanti, degne di maggiore successo.

È sicuramente questo il caso di Dororo, opera del maestro Osamu Tezuka che molti di noi conoscono per opere come Kimba il Leone Bianco e Astro Boy.

Come altre opere del Padre del Manga, Dororo riesce a distinguersi da altri prodotti dello stesso tenore. In questo caso di viene mostrata per la prima volta un’epoca Sengoku diversa da quelle a cui l’animazione, il cinema e la storiografia giapponese avevano abituato il proprio pubblico.

Dororo

L’apogeo dell’epoca dei samurai viene mostrato da Tezuka senza nobilitare quel periodo storico. Siamo distanti dal ritratto idealizzato, seppur malinconico, di Akira Kurosawa: in Dororo i samurai vengono mostrati in maniera nuda e cruda, non come nobili guerrieri, ma come una casta di privilegiati desiderosa di trarre vantaggio dai conflitti. E, sotto di loro, un popolo di contadini, manovali e artigiani che cerca di sopravvivere.

Si potrebbe azzardare un parallelismo, per meglio rendere l’idea, con l’opera di un grande regista del nostro cinema, Mario Monicelli. Nel suo capolavoro L’Armata Brancaleone (uscito appena un anno prima di Dororo) viene mostrato per la prima volta il Medioevo dei poveracci e degli ultimi, insieme alla crudeltà dei cavalieri. E si può dire che Tezuka con Dororo abbia raggiunto lo stesso risultato.

La domanda che sorge spontanea è perciò se il nuovo anime, liberamente adattato dal manga, abbia mantenuto questa linea generale. Una difficoltà non da poco, visto l’alto livello raggiunto da un’opera che, seppur datata (ricordiamo che l’adattamento animato è del 1969), resta una pietra miliare dell’animazione giapponese.

Dororo

Cercare se stessi

In una giornata di pioggia un uomo lascia il capezzale delle propria moglie partoriente e percorre una strada tortuosa sino a un tempio. Sembra un atteggiamento naturale, il desiderio di un marito e futuro genitore di pregare per la propria famiglia.

Peccato che l’uomo in questione sia Daigō Kagemitsu, un daimyo più preoccupato del proprio feudo che del nascituro. Lo vediamo entrare in una cappella isolata, un luogo tetro e oscuro chiamato “sala dell’inferno”. Qui l’uomo uccide un vecchio sacerdote, e rivolge la propria preghiera non a Buddha o ai kami, ma ai demoni scolpiti nel legno. Promette qualsiasi cosa in cambio del potere e della prosperità del proprio feudo. E qualcosa nei fulmini sembra confermare che il suo desiderio verrà esaudito.

Torna al capezzale della moglie in tempo per la nascita del figlio. L’evento, che normalmente avrebbe portato gioia alla famiglia, sarà invece una tragedia: il piccolo è un essere mostruoso, privo di braccia, gambe, naso, occhi, orecchie e pelle. I demoni hanno preso al bambino il corpo in cambio della prosperità delle terre dei Daigō.

Dororo

Il padre decide di lasciar morire il bambino e lo affida a una nutrice affinché lo anneghi. Tuttavia la donna, mossa a compassione, non uccidere il piccolo, lasciandolo in una cesta sul fiume. Sarà qui che verrà trovato dal medico Jukai, il quale lo alleverà costruendo per lui delle protesi in legno e ceramica, dandogli il nome di Hyakkimaru.

Ben presto il bambino mostra di possedere capacità fuori dal comune: seppur cieco e privo di udito, olfatto e di ogni sensibilità al dolore, il bambino dimostra di poter vedere l’anima degli esseri viventi, riconoscendo i demoni dalla loro aura rosso sangue. Ancora molto giovane riesce a sconfiggerne uno, riappropriandosi di una gamba. Questo gli permetterà di comprendere qualcosa dietro al mistero del suo corpo, ovvero che uccidendo un demone potrà anche a ottenere indietro una delle parti sottratte alla nascita.

I continui attacchi a opera dei mostri lo costringeranno ad abbandonare la casa adottiva, facendogli intraprendere un viaggio alla ricerca del proprio corpo disperso, armato di due katane innestate nelle protesi delle braccia. Nel corso di questa avventura la strada di Hyakkimaru si incrocia con quella del ladruncolo Dororo. Dopo avergli salvato la vita, i due iniziano a girovagare insieme, uccidendo demoni sotto compenso e ricomponendo poco alla volta il corpo del giovane ronin.

Dororo

Crudeltà

Opere come Dororo richiedono sempre una forte sospensione dell’incredulità. Nell’opera originale Hyakkimaru riusciva a parlare e sentire come se niente fosse, grazie a dei non meglio specificati poteri mentali. Questo non succede nel remake del 2019, dove il ronin acquisisce queste capacità poco alla volta.

La cosa ha delle implicazioni enormi a livello di trama, dato che una parte molto importante riguarda la scoperta del mondo da parte di Hyakkimaru attraverso i nuovi sensi ottenuti. Prima il tatto, poi l’udito, quindi l’odorato e così via. La scelta premia senza dubbio il remake, rendendolo più realistico nella misura in cui può esserlo un’opera con demoni e mostri di ogni tipo.

Dororo

Il realismo crudo ma mai esasperato di Dororo è in effetti uno dei punti maggior fascino dello show. Ci troviamo di fronte, come accennato, a un Giappone feudale ben distante da quella terra dell’arte e della bellezza che abbiamo sempre immaginato. I samurai non si rivelano nobili guerrieri, ma una perfida casta attaccata ai propri privilegi, che non si fa scrupoli a vessare la popolazione. Una popolazione che è ben rappresentata dal protagonista omonimo della vicenda.

Dororo ha perso tutto a causa delle continue guerre causate dai samurai per ottenere maggiore potere. La sua è una vita fatta di furti ed espedienti, la vita di chi deve sopravvivere alla giornata nella speranza di riuscire a vedere un’altra alba. La sua storia potrebbe essere la storia di migliaia di giovani come lui, solo meno fortunati nel trovare la giusta compagnia.

La serie non si fa scrupoli. Certo, non c’è mai un esplicito richiamo al sangue e alla violenza come in Go Nagai, ma quanto lasciato intravedere (intravedere, non intendere) allo spettatore riesce comunque a dipingere un quadro fosco di un’epoca troppo spesso mitizzata.

Dororo

A fare da contraltare a Dororo c’è la figura del daimyo Daigō, il quale rappresenta la spietata realtà della classe dominante. L’uomo è disposto a sacrificare il suo stesso figlio per la prosperità del suo feudo. Apparentemente è una persona disposta a compiere un sacrificio estremo per i suoi sudditi. In realtà non è altro che un condottiero senza scrupoli, desideroso solo di gloria personale. Un degno rappresentate di tutta la nobiltà guerriera della sua epoca insomma.

Un nuovo millennio

La nuova versione di Dororo si presenta quindi come una interessante rielaborazione della storia originale. Ci troviamo di fronte alla storia di Tezuka, ma adattata al terzo millennio. Eliminati alcuni fronzoli (come il cagnolino/mascotte presente nella prima trasposizione), sono mantenuti in maniera efficace le tematiche e lo spirito dei personaggi. Gli autori hanno svecchiato i disegni, tuttavia non mancano alcuni omaggi e citazioni al tratto del maestro Tezuka. Il risultato finale è più che piacevole.

Le animazioni risultano fluide e ben realizzate, evocative e terribili quanto basta per mettere in scena un Giappone feudale dominato dai demoni e dai samurai in guerra. Il tutto con l’aggiunta di musiche d’epoca, mantenute dall’anime originale. I suoni del Giappone feudale si mostrano capaci di dare quel tocco in più per permettere agli spettatori una completa immersione nell’epoca Sengoku.

L’impressione è che la nuova serie sia riuscita nel suo intento. L’anime riesce a svecchiare in maniera efficace un’opera di grande importanza per la storia del fumetto e dell’animazione giapponese. Il tutto senza tuttavia alterarne lo spirito dell’opera originale, trovando un ottimo punto d’incontro tra la tradizione e l’innovazione.

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