Il cinema prima di tutto

Nel firmamento hollywoodiano inizia a brillare la stella di Edgar Wright. O meglio, brilla da tantissimo tempo, ma alcuni sembrano essersene accorti solo oggi, probabilmente perché fino a ieri erano sprovvisti di cannocchiale.
Il regista di Poole esce quindi definitivamente dalla nicchia, per farsi riconoscere universalmente, e lo fa con il prodotto forse meno “suo” di sempre: Baby Driver.
Ma andiamo con ordine. Chi è Edgar Wright?

Il cineasta dimostra sin da piccolo la passione per il grande schermo, iniziando a girare qualcosa con la macchina da presa già da 14enne, e buttando giù il progetto di A Fistful of Fingers, una parodia in salsa Spaghetti Western che si autoprodusse, sceneggiò e diresse, che vide la luce nel 1995 e che lo lanciò in maniera netta nel mondo del cinema, dal momento che venne distribuita in in qualche sala ed anche trasmessa su Sky Movies.
Ciò gli diede la giusta notorietà per arrivare a dirigere di lì a poco delle commedie televisive per la Paramount Comedy inglese, e durante una di queste (Asylum) fece l’incontro che gli cambiò la vita professionale, ovvero quello con Simon Pegg. Fu nel ’99 infatti che con Pegg e la Stevensson creò Spaced, per Canale 4. Qui Wright mise in pratica le sue concezioni di cinema, il suo modo bislacco di stravolgere i canoni del genere, dando vita ad una sitcom assolutamente particolare, che anche tecnicamente prevedeva inquadrature fuori dai canoni e movimenti molto lenti che appartenevano a filoni diversi. Tra lo sci-fi e l’horror ad esempio. E non è un caso che infatti questi due generi, proprio insieme alla commedia, si mescolarono ben presto per creare l’impronta del genere di riferimento di Edgar Wright.

Il mondo della televisione gli permise di migliorare a livello tecnico e di fare esperienza, riversandola poi in quello che sarebbe stato il suo primo “vero” lungometraggio.
Parliamo de L’alba dei morti dementi (Shaun of the Dead) horror comedy del 2004 sempre con Simon Pegg protagonista, insieme a Nick Frost. Questo film inaugurò la Trilogia del Cornetto, a cui fecero appunto seguito altre due opere, Hot Fuzz (2007) e La fine del mondo (2013).
Soprattutto in questi ultimi due Wright si diede a continue sperimentazioni, provando una mescola incredibile di generi e di situazioni, riuscendo là dove pochi prima e dopo di lui hanno osato.

In particolare Hot Fuzz è un vero mix dal thriller, all’action, al giallo, al crime, ma tutto condito rigorosamente con salsa comedy. Sempre in tema di sperimentazioni, qui il regista dà ampi assaggi delle sue capacità tecniche, prevedendo – ed attuando – un montaggio serrato e zigzagato, ancor più che nel primo capitolo della Trilogia.
Visivamente e strutturalmente i 3 film di Wright fanno venire il mal di mare, con una costruzione su più livelli, anche temporali, in cui l’elemento comico è di nuovo il principio per cui tutto si muove e con il quale il regista riesce a spiegare varie incongruenze, volute, a livello di script.

Senza dimenticare poi le citazioni, che fanno parte ovviamente del brodo succulento di cui la telecamera si fa mestolo per amalgamare il grande calderone. Il titolo italiano di Shaun of the Dead racchiude al meglio l’omaggio portato da Wright al grande Romero, ma non mancano quintali di quote in tutti i suoi film, dal successivo Hot Fuzz, che passa da Bad Boys II a tutta una serie di ammiccamenti al vecchio cinema, addolcite dal suo humour molto black e tanto brit, fino all’ultimo e più canonico (ma non per lui) Baby Driver, una fantastica dichiarazione d’amore a Walter Hill.

Nella sua strampalata filmografia però emerge un prodotto più bislacco degli altri e tremendamente nerd, al punto che nonostante lo scarso successo di box office al momento dell’uscita nelle sale, è divenuto in poco tempo un vero cult per i cinefili: Scott Pilgrim Vs. the World.
L’opera è tratta dall’omonimo, grandioso fumetto di Bryan Lee O’Malley, e lo script prevede un plot che più nerd non si può: Scott un ragazzo di 22 anni, ed è uno studente nonché un bassista di una band nella città di Toronto. Egli conosce ben presto una ragazza, Ramona Flowers, apparsagli precedentemente in sogno, e se ne innamora alla follia. Da qui in poi la sua vita adolescenziale si trasformerà in una lotta contro il passato, nell’accezione più letterale del termine. Il povero Pilgrim infatti dovrà sconfiggere i 7 temibili ex fidanzati della sua amata, che hanno come obiettivo mettere il bastone tra le ruote del felice cammino dei due giovani.
Il tutto ovviamente sarà strutturato come delle vere Boss fight, con tanto di animazioni e grafica sospesa tra fumetto e videogame, che rende l’opera ancora più nerd e ancora più eccezionale.
Tale atmosfera pervade ogni istante del film, ed in particolar modo i duelli, caratterizzati da vignette e grafiche di ogni tipo: barre di salute; vite extra; splash; bonk; pow; bang…
Per farlo al meglio Wright si affida a quello che, molto probabilmente, è uno degli interpreti più nerd sulla piazza: Michael Cera (a proposito, che fine hai fatto Michael??? Ci manchi!), che gli regala una performance esaltante per un prodotto finale mozzafiato.


Il cinema di Wright si rende poi interessante, tra le varie, soprattutto per la cura dei finali, sempre particolarmente significativi e mai banali, che divengono quindi un tratto distintivo ed autoriale del cineasta. Qualcuno si è lamentato infatti del cambio di rotta avvenuto in Baby Driver, in cui Wright passa ad una struttura molto più convenzionale sia nella forma che nei contenuti, ma tutto sommato restando in linea con il film.
Baby Driver infatti dichiara di essere una pellicola più disponibile verso il prossimo, in grado di catturare sia il fan più accanito del regista, che troverà appunto i classici spunti del suo cinema, sia lo spettatore comune, che va al in sala incuriosito magari dal cast di eccezione ma che potrà infine appassionarsi e scoprire finalmente il particolare mondo di E. Wright.
Un passaggio voluto e giustamente attuato, ma non paraculo, dal momento che il regista sognava di realizzare Baby Driver da molto tempo, per tutta una serie di motivi a lui cari, che vanno dalla voglia di omaggiare Hill a quella più concreta di rivisitare alcuni aspetti dei gangster movie degli anni ’30.

Baby Driver ha anche un altro grande merito, ovvero porre l’accento in maniera nettissima su uno degli aspetti centrali alla base del suo cinema: la musica.
Nei film di Wright la colonna sonora ha sempre giocato un ruolo fondamentale ed intrigante, con una ricercatezza incredibile sin dalle prime opere, arrivando a toccare l’apice in un film come Scott Pilgrim Vs. the World, in cui anche per esigenze di script si richiedevano determinate accortezze pure tecniche.
Baby Driver invece rappresenta il vero trionfo dell’elemento musicale, sia (anche qui) per l’impianto della trama, sia per il modo in cui Wright ha pensato il tutto.
La sceneggiatura infatti è stata scritta dopo la scelta dei brani; quindi il regista cercava prima la traccia adeguata e poi completava la scrittura della scena in questione. Le prove stesse sono avvenute con coreografi, stuntman e cast sempre sul posto, con i brani che venivano suonati durante le riprese.
Maniacale e perfetto: non possiamo aggiungere altro.

edgar wright cinema

A chi ancora non conoscesse Edgar Wright consigliamo di farsi una vera e propria scorpacciata dei suoi lavori a mo’ di maratona, cogliendone così gli aspetti più caratteristici ed autoriali.
Per farvi capire un po’ il personaggio di cui abbiamo parlato fino ad ora, vi basti pensare che ha rinunciato a dirigere Ant-Man perché la Marvel non gli permetteva di partecipare allo script, ma lo avrebbe voluto assoldare come un mero regista. Wright però non si piega davanti a nessuno, nemmeno di fronte alla Casa delle idee, perché la sua concezione di Cinema viene prima di tutto.

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