Piccola riflessione sui Revival

Siamo quasi al termine della decima stagione di X-Files, che ha sancito il ritorno di Mulder e Scully sul piccolo schermo, sempre alla ricerca di mostri, alieni (un po’ meno), complotti (tanti). Non voglio rubarvi altro spazio e tempo per raccontarvi cosa penso di questo telefilm in valore assoluto, questo l’ho già fatto, ma in realtà vorrei fare un passo indietro, allontanarmi dal singolo prodotto e vedere un po’ cosa sta succedendo adesso intorno a noi.

Messa in questa prospettiva la cosa che mi balza all’occhio è che nel prossimo futuro ci aspetta una scorpacciata indefinita e indefinibile di titoli per la tv che riprendono prodotti risalenti ai vecchi anni 80 e 90. Basta pensare che Twin Peaks avrà una reprise, che sia un remake o una nuova storia ancora non si sa perfettamente, lo stesso dicasi per MacGyver (sì, anche lui non è stato esente da questi progetti), Una mamma per amica, Xena, a cui si aggiungono Fuller House (Gli amici di papà), forse addirittura Willy il Principe di Bel Air e tanta altra roba che ora così su due piedi non mi viene in mente.

Possiamo vedere le cose da due prospettive. Da una parte: WOW che figata! Un sacco di roba folle sta per arrivare nelle nostre televisioni. “Sarà un 2016 stramitico! Non vedo l’ora!”, scatenando l’entusiasmo del telespettatore seriale che c’è in noi.

D’altro canto, una vocina piccola piccola pigola lontano: E che palle! Sto cazzo di palinsesto sta diventando La notte degli Zombie in formato serie televisive, con roba riesumata e riportata in vita contro la sua volontà… E questa è la voce del telespettatore rompipalle, invece, quella che riesce comunque a farsi sentire, perché per quanto piccola e lontana è in grado di solleticare tutti i nostri istinti più beceri e farci digrignare i denti anche quando forse non sarebbe il caso.
E in questo frangente? Cosa è meglio fare?

Twin Peaks - Fire Walk With Me (1992) | Pers: Sheryl Lee, Kyle Maclachlan, David Lynch, Kyle Maclachlan | Dir: David Lynch | Ref: TWI023AA | Photo Credit: [ The Kobal Collection / Lynch-Frost/Ciby 2000 ] | Editorial use only related to cinema, television and personalities. Not for cover use, advertising or fictional works without specific prior agreement

Quel che sta succedendo

Il motivo primo e più importante per cui le emittenti televisive stanno seguendo questo trend è uno e uno solo: il DENARO. Certo, non ho scoperto l’acqua calda. Attualmente la situazione per i colossi televisivi classici, quelli che trasmettono via etere, che programmano i loro palinsesti settimana dopo settimana, è in una situazione tragica, a dir poco. Annaspano, in un certo modo, per tenere testa a servizi alternativi di streaming legali, sono un po’ con l’acqua alla gola cercando (quasi disperatamente) prodotti unici che possano attirare il pubblico dalla loro parte del divano.

Riflettiamo su questo: le emittenti televisive si giocano tutto nelle prime serate, quel lasso di tempo estremamente breve in cui si fanno i guadagni migliori, dove gli spazi pubblicitari si vendono a peso d’oro e dove teoricamente ci dovrebbero essere i prodotti più importanti. E l’unico modo affinché tutto questo si avveri c’è bisogno che ciascuno di noi in quel momento sia davanti alla tv a guardare quel che hanno da proporci, il loro prodotto migliore appunto.

Questo piccolo paradigma, estremamente semplificato, annacquato e quasi banalizzato, è il nocciolo della questione. Ci sono intere divisioni tra i piani alti delle televisioni che cercano di studiare l’andamento di questa fascia di pubblico e di mercato. Studiano grafici, vedono trend (anche dove non ci sono…), revisionano statistiche, solo per capire se davvero c’è ancora da guadagnarci qualcosa con uno show o un altro.

E qui entra in gioco la paura. Quella di dover lottare contro un oceano in ebollizione che non può essere arrestato: lo streaming. In pratica grazie allo streaming tutte le precedenti regole che in un certo qual modo regalavano un po’ di prevedibilità alle proiezioni televisive, sono state spazzate via. La tv, la fruizione della televisione è cambiata.

Lo streaming ha avuto una grava colpa (o pregio, a seconda dei punti di vista): ha spostato il centro di gravità, ha invertito le parti, ha redistribuito IL POTERE. Prima era la TV a decidere come e quando vedere qualcosa, con i suoi orari imposti (basta vedere come la prima serata sia stata pian piano spostata dalle 20 fino alle 21, in base alle abitudini sempre più nottambule di genitori e figli), con prodotti imposti e distribuiti in maniera da non rompersi (troppo) le scatole. Ora invece, grazie all’avvento di robe come Netflix e altri colossi del genere, è il TELESPETTATORE a decidere cosa vedere e soprattutto QUANDO vederla, se alle sei del mattino, dopo il turno di notte, se il pomeriggio perché non c’ha un cazzo da fare o a orari assurdi perché così gli piace.
Questa è a cosa più drammatica che potesse succedere per animali telematici che basano la loro stessa esistenza sullo scandire del tempo. All’inizio di questa aspra battaglia, le regole erano ancora tutte da chiarire e i colossi hanno semplicemente applicato alcune degli assiomi più importanti del marketing: se non riesci a battere il tuo avversario sul suo stesso campo, allora creane uno nuovo. Così vennero alla luce i reality, declinati in ogni possibile direzione, senza tralasciare nessun tipo di ambientazione, nessuna permutazione e nessuna inquietante alternativa…

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Purtroppo le cose adesso sono cambiate nuovamente. I reality e il resto della roba drammatica che è stata tirata fuori finora stanno cominciando a perdere smalto, i telespettatori stessi grosso modo si stanno un po’ rompendo le palle, mentre d’altra parte si ha un ritorno di interesse verso le serie televisive, che stanno diventando il nuovo terreno di scontro.

E si torna al punto di partenza.

Le emittenti televisive devono riuscire a convincere gli spettatori a mettersi davanti ai loro canali, per guardare i loro show. Un’impresa davvero titanica, dove un errore di qualsiasi misura può generare perdite devastanti. Quindi la ricerca di prodotti originali diventa una scommessa forse troppo azzardata, e allora si creano dei prodotti che possano piacere immediatamente al pubblico, che lo attirino, lo tengano per le palle incollato al televisore.

Cosa fare, allora? Beh, facile: lasciamo che sia quasi il pubblico a scegliere.

È solo colpa nostra

A questo punto stacchiamoci un attimo dalla emittenti televisive e ritorniamo a rimestare nel torbido dei nostri social preferiti. La situazione drammatica che impazza è che tra complottari, personaggi indicibili e altra fuffa non si capisce veramente un cazzo. Però una cosa emerge da tutto questo rumore di fondo: che la nuova moda imperante è la nerditudine, secondo i paradigmi televisivi e culturali usa e getta imposti dalla società dell’entertainment. Da qui svetta uno dei fattori tra i più importanti,  che serve per identificare il nerd di questo tragico momento: la sua passione per tutto ciò che affonda le sue radici negli anni ottanta e novanta.

Non so chi dobbiamo ringraziare per questo nuovo trend, visto che è una cosa che va avanti da un sacco di tempo. Pensate a Ralph Spaccatutto, per esempio, a Pixels, al romanzo di Ready Player One, fino a Cristina D’Avena, le vecchie sigle dei cartoni animati e tanta altra roba che rifà il verso a quegli anni incredibilmente creativi e sregolati. E su questa scia, è sorta tutta una sottocultura di nostalgici che hanno elevato ogni prodotto con almeno trent’anni di età a mero feticcio da adorare, inondando il web di ogni tipo di informazione a riguardo, generando un traffico di emozioni senza precedenti.

GAME CENTRAL STATION -- Ralph (voice of John C. Reilly)?tired of being overshadowed by Fix-It Felix, Jr. (voice of Jack McBrayer), the ?good guy? star of their game?sets off on a quest to prove he?s got what it takes to be a hero. His arcade-game-hopping journey kicks off at Game Central Station, an industrial power strip that serves as the central hub connecting every game in the arcade. In theaters Nov. 2, 2012, ?Wreck-It Ralph? also features the voices of Jane Lynch and Sarah Silverman. ©2012 Disney. All Rights Reserved.

Con queste premesse, un occhio attento ai fenomeni del web immediatamente completa l’equazione e scopre che effettivamente se si vuole attirare gente presso il proprio altarino allora bisogna puntare su questo trend.

Il risultato è questo florilegio di serie televisive con nomi che non balzavano agli onori della cronaca da anni, se non in criptiche conversazioni per pochi eletti, quelli che effettivamente negli anni 80 vedevano la TV e si ciucciavano tutti quegli show.

Questo popolo di trenta-quarantenni è parte (forse la più grande) del target di queste operazioni commerciali a base di nostalgia e occhiolini serrati, dove il fine ultimo è quello di generare la curiosità, il desiderio di vedere quanto ancora valgono certi personaggi e certe situazioni televisive.

Ma allora è bello o brutto?

Tutta quest riflessione è nata da una serie di discussioni avute con amici in redazione, come sempre in questi casi, ed effettivamente i toni a un certo punto sono stati anche abbastanza animati, tanto che uno di loro ha posto la domanda fatidica, quella che poi ha fatto scattare tutta questa filippica: ma perché tanto astio?

Già, perché?

In effetti, non è che ci sia tanto di che lamentarsi. Sotto certi aspetti è una gran figata: abbiamo avuto X-Files, arriverà altra roba che se ci penso mi vengono già i brividi. Però.

Però.

Devo ammettere che sottopelle, non è che sia così super entusiasta. Ho un po’ paura, perché finora mi sono scottato già qualche volta, e arrivo all’appuntamento con il prossimo revival un po’ prevenuto. Parliamoci chiaro: X-Files è venuto veramente male. I due attori sono paurosamente invecchiati (nel senso artistico del termine, non mi riferisco al loro aspetto fisico) e sono fuori luogo nei panni dei vecchi personaggi televisivi di tanti anni fa, e per ovviare a questa palese sconfitta le sceneggiature sono strapiene di piccoli rimandi alle vecchie storie, con commenti, frecciatine e glissate che servono più che altro a mettere a proprio agio lo spettatore che a rendere il prodotto interessante.

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Temo in maniera quasi esponenziale Twin Peaks, un opera che ho adorato durante la mia adolescenza: cosa potrà succedere? Cosa mi devo aspettare? E man mano che questi timori si impilano uno sopra l’altro, arrivano nuove notizie di altra roba degli anni 80 riesumata e rimessa in ghingheri per l’occasione.

MacGyver! Oh mio Dio, MacGyver! Credete davvero che il povero Richard Dean Anderson abbia ancora la forza e la voglia di interpretare il celere eroe tuttofare? Non voglio neanche avventurarmi in questo discorso, che già sento il mio cofanetto con tutte e sette le serie che cerca di prendere fuoco da solo…

Spero che tutto questo circo serva a dare un po’ di linfa vitale (leggi – SOLDI) alle televisioni odierne e che presto si affaccino sul mercato prodotti originali, figli di questo tempo, che sappiano ribaltare questo trend. Gli anni ottanta erano belli, avevano qualcosa di magico che ora non potremo ricreare, quindi lasciamoli lì, non abbiamo bisogno di altri cadaveri impagliati abbigliati alla moda per andare avanti.

Non voglio trovarmi tra un decennio a parlare delle stesse cose di cui discuto adesso  e di cui discutevo trent’anni fa. Pare veramente brutto.

Grazie.

Vittima del mio stesso cervello diversamente funzionante, gioco con le parole da quando ne avevo facoltà (con risultati inquietanti), coltivando la mia passione per tutto quello che poteva fare incazzare i miei genitori, fumetti e videogiochi. Con così tante console a disposizione ho deciso di affidarmi alla forza dell'amore. Invece della console war, sono diventato una console WHORE. A casa mia, complice la mia metà, si festeggia annualmente il Back To The Future Day, si collezionano tazze e t-shirt (di Star Wars e Zelda), si ascolta metal e si ride di tutto e tutti. 42.