La regina Elisabetta, il Primo Ministro Margaret Thatcher e Lady D: il potere di The Crown e delle tre figure a confronto

Nella maestosità assoluta che l’ha sostenuta fin dalla sua prima stagione, The Crown arriva ad un percorso di formazione della propria protagonista, la regina Elisabetta, che nell’essere “l’ossigeno” che respirano i suoi sudditi e famigliari – o come spesso, se non addirittura sempre ci ricorda la serie, i suoi famigliari-sudditi – è rimasta perno di un racconto che ha incanalato nella propria figura le sorti del futuro della monarchia e del proprio potere, legittimo in quanto eredità di sangue.

Una posizione che molti, nel corso dei suoi anni di reggenza, hanno tentato di travalicare, dovendo constatare l’impossibilità di poter affiancare l’enormità rappresentata da una singolarità come quella dell’imperatrice inglese, non sapendosi a lei allineare né per diletto, né tanto meno per condividerne una fetta di quella supremazia.

Impossibilità che è stata causa di conflitti nel matrimonio della regina con il Duca di Edimburgo, scontrosità che vanno riverberandosi nel rapporto tra il figlio Charles e la sua infelice sposa Diana, dove il maschile si percepisce come attaccato dalla non pervenuta opportunità di potersi mettere a proprio paro con la fascinazione e il dominio della controparte femminile, generando insoddisfazioni ed egoistiche crudeltà.

È perciò solamente nella sua quarta stagione che The Crown ha potuto vedere la reale tridimensionalità del potere in quanto essenza primaria nelle mani della regina, e di come questo è stato poi declinato in una tripartizione che non vede più Lilibeth come unica matrona con cui scontrarsi, ma che ne sottolinea ancor di più le privazioni, nonché le indescrivibili manchevolezze.

Con l’arrivo di due donne fondamentali per la narrazione della famiglia reale, una dal punto di vista del contesto storico, l’altra da quello dell’assetto e delle dinamiche intime e private dei membri di Buckingham Palace, Elisabetta II viene messa in relazione alle sue co-protagoniste – vere eredi della memorabilità di The Crown – Margaret Thatcher e Lady Diana, in uno stretto interfacciarsi dei tre personaggi, contribuendo ognuna a portare la propria sfumatura riguardo a quale tipo di potere detenere e del perché.

La regina Elisabetta e il potere autoritario

Nel corso delle quattro stagioni della serie originale Netflix, un leitmotiv si è ripetuto uguale e costante nell’operazione di Peter Morgan, riuscendo sempre a rinnovarsi ad ogni puntata, pur mantenendo unico e costante il principio attorno a cui doveva convergere e dirigersi l’attenzione di corte e derivati. La potenza della regina Elisabetta, che nella quarta stagione ha le espressioni e la conoscenza di Olivia Colman, risiede tutta in quella sola e non trasferibile importanza che le viene attribuita: un’autorità inattaccabile e inviolabile, priva di una mancanza di dovere che è ciò su cui si basano i principi e i valori della casata reale, riproposti e marcati continuamente dalle parole e azioni della sovrana.

Autorità che, però, si ritorce contro alla regina d’Inghilterra proprio nel suo essersi chiusa nella propria torre d’avorio disfandosi di un sentimentalismo che l’ha allontanata dal proprio lato più empatico e che, anche su un piano politico e sociale per il suo paese, sembra impedirle una vera e propria entrata alle armi quando necessario. Esplicazioni di un “potere vuoto” che è esattamente la quarta stagione della serie a mostrare, tanto nell’insostenibile lontananza che The Crown instaura tra la regina-madre e i suoi quattro figli, quanto nel suo ruolo di bussola morale ed emblematica di un’intera nazione.

Nel paragone con Margaret Thatcher, con la forza di carattere della lady di ferro della politica britannica, la regina Elisabetta trova di fronte a sé una doppia sfida che dovrà saper sondare e fronteggiare durante gli undici anni e mezzo di mandato del Primo Ministro donna della storia della Gran Bretagna. Di estrazioni sociali diverse, di idee e, soprattutto, sensibilità estranee l’una a quelle dell’altra, il solo reale incentivo che va avvicinandole è il ricoprire i propri rispettivi ruoli in un mondo di potere fatto semplicemente di uomini. Ed è forse per questo che la collaborazione tra la regina e la signora Thatcher ha il gusto di un legame che, invece, sfocerà più nel duello.

Nel poter affermare il proprio pensiero politico, nel non limitarsi a esprimere le proprie opinioni, ma nel farle davvero rispettare, Margaret Thatcher ha tutto quello che l’autorità, nel caso della Corona d’Inghilterra, non può portare: la propria libertà di pensiero e l’esplicazione di quest’ultimo. E cosa serve l’autorità se le viene impedito di esprimersi apertamente?

Il fulcro della regina in The Crown

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Nell’episodio sulle sanzioni per abbattere l’apartheid, nella distanza di prospettive che sfilaccia il rapporto tra le due donne, l’insignificanza dell’autorità diventa palese quando la regina infrange quell’unica regola che, dall’inizio della propria carica, le era stato detto di non tradire, né di rettificare.

Opponendosi deliberatamente contro l’atteggiamento sensibilmente distaccato e spoglio di animosità della Thatcher, la regina tradisce quell’insegnamento dovendo subirne il peso delle conseguenze, presto scaricate sulle spalle di un’altra pedina innocente di quella schiera di parenti e cortigiani, mostrando tutti i limiti della monarchia e della sua cultura.

E così Olivia Colman è un violino dolorosamente teso in un equilibrio precario dove è quella insoddisfacente autorità a dover mantenere il proprio baricentro ben piantato. Un personaggio che, ancora una volta, è fulcro apparentemente inossidabile, ma sostanzialmente effimero di un valore che è la famiglia reale stessa ad attribuirle.

Un’attrice che, come fa la stessa regina, nasconde dietro ai suoi silenzi e alla leziosità indisponente quel segreto che è alla base della fantasia regale tutta: può sempre esistere un popolo che non abbia bisogno della sua regina, ma non c’è regina che possa esistere senza il suo popolo. Un popolo che deve prima di tutto partire da quella cerchia ristretta di individui pronti a sacrificarsi per lo statuto e il folclore di un giostra decorata chiamata monarchia, inganno scintillante che in The Crown cerca la propria sfera attorno alla sovrana di Olivia Colman.

Margaret Thatcher e il potere politico

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Quello che alla regina Elisabetta II è sempre spettato come un diritto di nascita, nonostante proprio le prime stagioni ruotino in maniera incidente su come questo passaggio al trono sia frutto della forzatura del lignaggio dovuta all’abdicazione del re e zio della donna Edoardo VIII, per Margaret Thatcher l’ascesa al successo è stato un obiettivo che non le era assicurato dall’ambiente sociale.

Quello che, però, la comunità e l’opinione retrograda sembravano impedirle, veniva incoraggiato e sostenuto dalla determinazione e dagli ideali del padre droghiere, nonché esponente politico in minima parte e prima fonte di attenzione e modello delle battaglie future innalzate della donna.

Se nella storia della monarchia Elisabetta non rappresenta la prima forma di autorità femminile che ha legiferato sui territori dell’Inghilterra, è con il Primo Ministro donna del suo stesso paese che andrà a incontrarsi per più di dieci anni di rinnovati mandati, madre e moglie sopra ogni cosa e diffidente verso le cariche di potere affidate alle donne perché soggette a eccessiva emotività.

Ma quel potere, quello che la regina non ha mai realmente potuto operare, Margaret Thatcher lo riversa nelle proprie mani rendendolo strumento politico di un periodo storico di cui fu per molti esempio da seguire e per tanti altri, troppi, un fallimento del senso di comunione e condivisione della propria terra, afflitta da malcontento, terrorismo e disoccupazione. Pur non volendo lei stessa conferire maggior riguardo all’appartenenza al proprio sesso, è senza ombra di dubbio nel bisogno di affermarsi ben più di quanto abbia mai fatto un suo collega all’interno di Downton Street che la Thatcher ritrova il percorso che ha segnato il proprio imporsi in una schiera di uomini rilevanti e di differente estrazione di classe.

La signora di ferro di The Crown the crown

Il confabulare indegnamente alle sue spalle, l’accondiscendenza che troppi le hanno inizialmente dimostrato per rivelarsi poi superflua e inefficace, sono stati solo alcuni degli atteggiamenti che hanno motivato ancora di più il futuro Primo Ministro non solo a svolgere il proprio mestiere nel ligio dovere che suo padre le ha insegnato, ma facendosi vera spinta per un distaccamento netto e qualificativo delle proprie doti in rapporto a cosa queste avrebbero fatto per il proprio popolo, pur con la conseguenza di trasformarsi nella signora di ferro. Quello che, però, a differenza della regina la Thatcher ha raggiunto, è il poter realmente operare con quello che è riuscita ad ottenere.

La stretta mortale con cui ha tenuto l’economia dell’Inghilterra dal 1979 fino ai suoi anni a seguire è stato il risultato di un potere politico che la stessa regina non ha mai potuto imporre. Un dislivello tra le due cariche controbilanciato proprio da ciò che Elisabetta II ha sempre voluto fare e che non ha mai potuto esprimere, contro la totale presa di potere e decisioni del suo Primo Ministro, molte volte indifferente alle critiche e agli attacchi subiti, puntando solamente verso la vittoria.

Questo potere, dunque, politico che detiene la Thatcher è ciò che porta sulle spalle incurvate una Gillian Anderson che va interpretando con maestria il ruolo della controversa donna, sapendola riempire di quella prontezza e quella voglia famelica di ottenere e prevaricare. Un lavoro sulla voce e sul viso che fanno delle battute sussurrate dalla Anderson le fusa arrabbiate di un vecchio gatto famelico pronto ad attaccare. Una serpe insidiosa, che tiene ben stretta la propria preda quando è in grado di agguantarla, non lasciandola minimamente andare fino a che questa non abbia esalato anche l’ultimo dei suoi respiri.

Agendo e mai restando in panchina, debellando la parola compromesso dal proprio vocabolario, Margaret Thatcher è stata ciò che, probabilmente, la regina Elisabetta ha voluto a volte contrastare, ma che ha potuto elevarsi al di sopra della monarchia perché non priva, a differenza dell’istituzione regale, di una propria voce, che non ha mai permesso a nessuno di mettere a tacere. Il potere incarnato che è all’opposto stesso della Corona, forse meno prestigioso, ma ben più sensato e incisivo.

Lady Diana e il potere del pubblico

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Usare la parola fama per ciò che caratterizzò il rapporto tra Lady Diana e il pubblico di tutto il mondo sarebbe forse inappropriato e altamente fuorviante. Non fu, infatti, la fama che la splendida principessa cercò nel matrimonio con il principe del Galles, bensì un’unione sincera e all’insegna di un amore che il figlio della sovrana non seppe mai provare.

Eppure, nonostante la marginalità che questo avrebbe potuto causare, la sua figura divenne un vero e proprio perno richiamante attenzione da ogni singola parte del mondo, rendendo la donna un’icona da cui la Corona non si sarebbe mai più potuta dissociare e entrando in contatto con le persone più di quanto un membro del castello regale abbia mai fatto.

Il potere che ha saputo assumere, quasi a sua insaputa, Lady D ha preso da una radice da cui la regina e la Thatcher non avrebbero potuto attingere. Non è stata solo la favola ad aver conquistato il cuore delle persone, non è il sogno di diventare da giovanissima la prossima regina d’Inghilterra al fianco dell’erede al trono. È stata la maniera in cui la donna si è trasformata da Diana Spencer a Lady Diana a folgorare schiere di folle a perdita d’occhio.

L’affabilità tangibile, la rottura sottile, ma evidente con le regole di corte, la spontaneità che non era permessa, tanto meno tollerata, nei corridoi della famiglia reale e che invece aveva permesso alla donna di acquisire un potere che alle altre due era del tutto sconosciuto. È l’empatia ciò a cui è destinata la principessa triste e ciò che, nelle sue mani, si è trasformata nel suo personale potere.

Il mito della principessa di The Crown

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Per quanto la regina abbia il sostegno dei fedelissimi alla corona, nonostante i ferventi sostenitori delle riforme e leggi di cui è promotrice la Thatcher, Lady D ha avuto un bacino di reali ammiratori che ne hanno riconosciuto un valore di stile e di portato assolutamente senza tempo, codificandone lo charme innato che riempiva ogni spazio andava occupando, nonché una verve naturale che ha toccato profondamente milioni di affezionati in ogni angolo di questa terra, che del mito della principessa Diana hanno parlato e di cui parleranno ancora nel corso del tempo.

La virata pop che, inoltre, il personaggio ha intrapreso ne ha permesso l’occupazione di un immaginario dove la Royal Family entra in rotta di collisione con un versante fino a quel momento poco esplorato. L’impatto spettacolare ha trovato in Diana un riscontro nel mondo dell’arte, della musica e, soprattutto, della moda, influendo con ingerenza sullo stile di una figura che, pur con la tempesta dentro, si faceva emblema di classe e cordialità davanti alle camere e agli scatti dei fotografi, uscendo vincitrice in una delle storie più sofferenti e ingiuste della famiglia reale che, per questo, è ancora difficile perdonare.

Nel principio del racconto degli anni da principessa Diana, Emma Corrin ha avuto il medesimo impatto che ebbe al tempo la signorina Spencer. In grado di catturare con quel portamento intimidito, ma curioso e inebriante, lo sguardo dello spettatore, la Lady Diana di The Crown sembra incorporare alla perfezione il medesimo fascino che invase la cronaca nazionale e internazionale elevando la figura dell’eletta e facendola propria paladina, perdonandole disturbi e tradimenti in virtù dell’infedeltà e manchevolezza del consorte Charles ed anche in virtù di quella dolcezza che le sembrava privata e che i suoi fan avrebbero voluto riservarle.

Un personaggio che sorpassa la storia, lo schermo e rimane iconografia e punto di riferimento incontrastato, il cui potere durerà quanto la sua leggenda, tanto quanto la sua intimissima poesia.

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