Un racconto personale per coloro che sono incuriositi da Elden Ring ma hanno “paura di morire”

lden Ring è il mio primo soulslike. L’unico titolo giocato prima, accostabile al genere per determinate meccaniche, è Hollow Knight. Una bellissima parentesi che però non ha cambiato il mio rapporto con la produzione FromSoftware, da cui per anni mi sono tenuta lontana perché “troppo difficile”. Avrei saltato anche Elden Ring a piè pari, conscia che sarei stata esclusa dal dibattito videoludico esploso il giorno dell’uscita e che tutt’ora continua floridamente. Eppure eccomi qui, a raccontare com’è andata con l’ultimo titolo diretto da Hidetaka Miyazaki a chi come me lo ha sempre temuto. Merito di un codice review arrivato in redazione al day-one. Un’occasione anche per rendere reale un inside joke per chi segue il podcast Gaming Wildlife. Per chi desidera un’analisi più completa e meno soggettiva del gioco, vi è l’articolo di Luca Marinelli Brambilla.

Tornando alla mia esperienza, prima non ho utilizzato a caso la parola “temuto”. Attorno alla cosiddetta poetica di Miyazaki gravita una forte riverenza da parte del pubblico, partito come nicchia di appassionati nel 2009 con Demon’s Souls, ma che oggi conta 12 milioni di giocatori. Essere una giocatrice dell’ultima ora ha fatto nascere in me un senso di inadeguatezza. Del resto, il sentir parlare tutti di Elden Ring, per giorni, in un certo modo ha innescato in me una serie di preconcetti negativi.

Non a caso, la paura della morte costante, l’incertezza nell’avanzare, lo spaesamento e la convinzione di essere una giocatrice incapace sono stati i sentimenti predominanti nelle prime ore di gioco. Tuttavia, morte dopo morte, il timore, l’inadeguatezza, la paura si sono tramutati in fascino, curiosità e voglia di giocare. Un cambiamento repentino che non mi aspettavo, ma che è successo.

Il merito va innanzitutto all’Interregno. Non appena ho messo piede al suo interno, sono stata rapita dalla voglia di esplorare. È chiaro sin da subito che tutto ciò che l’occhio scorge in Elden Ring non solo può essere raggiunto, ma cela dei segreti, belli o brutti che siano. Segreti non fini a se stessi, ma che contribuiscono ad arricchire la suggestiva narrazione ambientale, il cui ruolo è centrale nell’esperienza. Che sia a piedi o in sella a Torrente, il mondo di Elden Ring si rivela vivo, indipendentemente dal nostro operato. Ciò non implica che non bisogna interagirci. Non è affatto poco, né scontato: dopo tanti anni di open world inutilmente giganti, se non per qualche eccezione proveniente sempre dal Giappone come Zelda: Breath of The Wild e Death Stranding, sapere di avere a che fare con un modo vivo, dotato di sue regole ben strutturate, ha fatto prevalere la voglia di scoprire sulla paura di morire.


Nelle prime ore di gioco ho quindi evitato il combattimento ove possibile, per lasciarmi conquistare dai meravigliosi scorci e da ciò che nascondono. Sono stata sorpresa dall’imboscata di un terribile gigante alle soglie di un castello. Ho provato amarezza nel sentire la storia di Roderika, una fanciulla alla ricerca disperata di uno scopo. Ho ricevuto il conforto dal falò di un mercante nomade, dopo aver sconfitto nemici erranti nella zona costiera.

Una prima presa di coscienza di tale ricchezza è stata quando sono finita in una piccola grotta nella parte settentrionale di Sepolcride: le catacombe. Lì, grazie ai numerosi messaggi lasciati dagli utenti, ho iniziato a comprendere che la morte non è un disonore in Elden Ring, ma è un modo per richiedere la massima attenzione e dedizione a chi gioca. E così, sconfitta dopo sconfitta, ho notato un netto miglioramento nella progressione, fino ad arrivare all’Impalatore, battuto dopo tre tentativi. Al termine del combattimento, col petto colmo di adrenalina e felicità, mi sono detta “ce l’ho fatta”.

Una vittoria che mi ha dato coraggio, che mi ha condotta a una seconda svolta presso la Sala della Tavola Rotonda. Con le mie belle 2.400 rune conquistate dopo un paio di piccoli dungeon, decido di approdare verso una stanza raggiungibile solo da una balconata interna. Il mio obiettivo era scoprire se ci fossero altri NPC con cui poter scambiare o comprare qualcosa. Ad accogliermi nessun mercante, ma Alberich dalla Lingua Folle, che con due falciate ha preso possesso del mio bottino. I miei successivi tentativi non miravano alla sconfitta di un nemico per me all’apparenza impossibile, ma a trovare una via di fuga dopo aver recuperato le rune perse. Alla fine, con grande rammarico, mi sono resa conto che l’unico modo per riaverle era battere Alberich dalla Lingua Folle. Ho provato diversi approcci in base ai pattern nemici, all’equipaggiamento e allo stile di combattimento della mia Senzaluce. Dopo un’ora di sconfitte, riesco a capire che impugnando la scimitarra a due mani e compiendo un triplo fendente grazie all’abilità equipaggiata posso batterlo nel migliore dei modi. E in effetti così è stato. La perseveranza e l’impegno messo nel trovare un tattica di combattimento consona al nemico mi hanno fatto provare un senso di appagamento incredibile.

Sto ancora giocando ad Elden Ring. Ho ancora un po’ d’ansia mentre gioco – tant’è che dopo due ore devo staccare e rilassarmi con Kentacky Route Zero. Però come tanti ne sono stata conquistata. Ho capito che la stessa ansia fa parte dell’esperienza di gioco e accomuna tutti, neofiti e veterani. D’altronde, senza Elden Ring perderebbe il suo fascino. Prendere coscienza di ciò è stato importante.

So di averne scalfito solo la superficie e la cosa mi rende oltremodo felice. Credo di aver capito il gioco, la poetica di Miyazaki e il movimento che si crea a livello di community. Un altro aspetto riscoperto grazie a Elden Ring è infatti la solidarietà e il piacere del confronto, sia attraverso il particolare sistema multiplayer, sia via chat, social e chiacchiere dal vivo con amici.

Sono lieta di aver vissuto questa epifania sulla produzione FromSoftware. Non so se recupererò i titoli precedenti, è certo però che Elden Ring mi ha presa e mi ha conquistata. Da qui il mio consiglio: capite che tipo di patto vi richiede il gioco, per comprendere se siete disposti ad accettarlo. Altrimenti finirete vittime della FOMO, acquisterete un titolo che non va incontro ai vostri gusti e alla fine direte “sto gioco fa schifo”. No, dire che Elden Ring non è un titolo meritevole è limitante. Differentemente, non c’è niente di male a dire “questo gioco non fa per me” o “mi richiede un investimento di tempo e sforzi che non sono disposto/a a fare”. Questo è sacrosanto.

Per tutte le altre persone che, come me, sono incuriositi dal videogioco del momento ma hanno semplice “timore”, il mio consiglio è quello di gettarvi nell’Interregno. Il gioco vi farà capire cosa desidera da voi. Se lo ascolterete, saprà premiarvi. Fidatevi di una noob dei titoli FromSoftware.