Gestire l’imprevedibilità e il caos tra una lamiera e l’altra

Cominciamo a parlare dei car combat prendendola alla larga. Da diversi mesi, se non anni, mi capita spesso di aprire YouTube e, tra i tanti video in evidenza, trovarne parecchi relativi al caos degli incidenti ripresi con le dash cam.
Per chi non lo sapesse, le dash cam sono delle videocamere posizionate in macchina e che riprendono ciò che vediamo mentre si guida; la loro popolarità è dovuta soprattutto ai numerosi tentativi di truffa compiuti da pedoni in Russia e Cina, dove le persone si gettano contro le macchine (ferme, per carità) fingendo incidenti e lucrare sulle spalle di assicurazioni e automobilisti.
Negli anni però sono spuntati decine di migliaia di canali che mostrano compilation di incidenti di ogni tipo, infrazioni della strada e altro. Ed io sto lì a guardarli, quasi in trance, stupendomi ogni volta della creatività umana alla guida. Magari è dovuto al fatto che anche io sono rimasto coinvolto in incidenti più o meno gravi, a volte anche con macchine distrutte, tuttavia continuo a vederli e guido nella massima tranquillità ogni giorno.

car combat

Passando invece all’atto pratico, spesso e volentieri si pensa a quanto i videogiochi siano pieni di violenza ma molto meno alle diverse declinazioni di distruzione e caos. A fine mese, per dire, arriverà su console Wreckfest, titolo racing car combat ormai disponibile da mesi su PC e che io stesso provai alla Gamescom 2017, il cui unico obiettivo è cercare di sopravvivere in un tornado di lamiere accartocciate e vetri infranti, fosse anche riuscendo ad essere l’unico con un veicolo ancora in grado di accendersi. Sulla carta si potrebbero preferire titoli un po’ più simulativi, per esempio un Gran Turismo Sport o un Assetto Corsa ma, dentro di voi, potete avvertire quel sentore di adrenalina virtuale capace di spingerci sempre oltre, consapevoli di non poterci fare male con un pad in mano. E forti di questa invulnerabilità, ci buttiamo a capofitto in esperienze caotiche e distruttive.

Car Combat: ricordi di caos

Parlando di ricordi personali, il primo gioco del genere che mi viene in mente è Thrill Drive 2, un arcade Konami del 2001 che spaventava un po’ noi piccoli ragazzi dei primi anni 2000. Il gioco permetteva di scegliere tra una gamma molto varia di veicoli come city car, camion e altro, per poi lanciare il giocatore in una folle corsa immotivata in mezzo a strade europee, americane o giapponesi con la polizia alle calcagna.

Un gioco sulla carta semplice ma adrenalinico, complice la totale assenza di regole ed una meccanica di gameplay che premiava azioni pericolose e persino gli incidenti. Appena il nostro veicolo si scontrava con un altro, lo schermo diventava nero e dalle casse del cabinato partiva un urlo raccapricciante, facendo poi partire un replay con minuziose descrizioni del nostro violento sinistro e il caos che ne è derivato. Scene non facili da digerire per piccoli bimbi degli anni 2000, eppure non si doveva per forza uscire di casa per trovare esperienze che coniugavano motori e violenza visiva.

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I primi esempi da citare sono sicuramente Carmageddon e Twisted Metal: il primo non ha bisogno di presentazioni, o quantomeno è un titolo che avete sicuramente sentito nominare nelle più classiche delle diatribe sui giochi violenti, ben prima che GTA e Call of Duty diventassero bersagli facili per politici nazionali ed internazionali. Tornato recentemente sugli scaffali con il capitolo Max Damage , Carmageddon non è un semplice titolo che nasce per fare polemiche sterili, bensì un titolo molto solido in termini di gameplay grazie ad una revisione totale dei canoni del racing game, inserendo una componente free roaming con livelli articolati e ponendo due semplici condizioni per vincere: seguire il percorso della gara ed arrivare primo (ammesso che ci si arrivasse), oppure arrivare primo “a tavolino” sterminando i nostri avversari.

A ciò andava poi considerata una radice arcade, che poneva quindi dei limiti di tempo e possibilità per il giocatore di allungare la partita, anche qui con due possibilità: superare i checkpoint della pista o creare il caos coinvolgendo piloti avversari e inconsapevoli pedoni. Col senno di poi si può serenamente dire che i pedoni erano un’aggiunta pressoché inutile se non fosse stato per la possibilità di fare un marketing smaccatamente aggressivo per l’opera di Stainless Games, stratagemma che tra l’altro aveva già funzionato per altri titoli anche lontani dal genere, primo fra tutti Mortal Kombat

Twisted Metal, d’altro canto, non metteva pedoni in mezzo alla strada bensì toglieva dal mix creato da Stainless Games la componente racing, creando di fatto un arena shooter tra veicoli e per di più su console, più precisamente la prima PlayStation. Impossibile inoltre non ammirare le brillanti intuizioni di David Jaffe, designer del primo capitolo e futuro papà di God of War, il quale creò un setting affascinante (una competizione all’ultimo sangue la notte di Natale, romantico no?) e prendendo spunto dall’immaginario horror per la creazione di personaggi memorabili, in particolare la mascotte del gioco Sweet Tooth, un clown impazzito che guida un furgone dei gelati squisitamente americano e letale.

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Car combat: Una macchina può bastare

A chiudere il cerchio di questa piccola panoramica di violenza automobilista ci sono i titoli più puri, ovvero quelli che mettevano da parte l’amplificazione della violenza limitandosi a portare su schermo lotte tra veicoli meno grandguignolesche, ma non per questo meno eccitati per il nostro intimo desiderio di caos. Potremmo rimanere tranquillamente in casa a parlare della serie Destruction Derby, popolarissima su PS1 e tra le più note tra gli ormai over 30, oppure elogiare il mai troppo compianto Burnout, tornato agli onori delle cronache con la rimasterizzazione di Paradise e anch’esso capace di fondere adrenalina e lamiere in una cosa sola. Eppure voglio riempire il serbatoio della nostalgia ancora una volta e parlare del vero nirvana dei demolitori di automobili,il più pazzo e creativo in assoluto: FlatOut 2.

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Realizzato da Bugbear Entertainment, FlatOut 2 ha rappresentato nel 2006 il punto più alto che si potesse raggiungere nei giochi di guida demolitori, proponendo tanto gare “legali” quanto eventi di demolizione pura e un divertimento senza precedenti. Un concentrato caotico reso possibile da un motore fisico che regalava momenti di estasi pura per realismo e cura dei dettagli, con tanto di pilota che veniva sbalzato dal parabrezza come il migliore dei pupazzi dei crash test (leggasi Sbullonati per i vecchi come me). Ma anche da una creatività straripante degli sviluppatori, che arricchirono il gioco con minigames ispirati a bowling, freccette e chi più ne ha più ne metta.Tutto questo fu poi portato all’estremo grazie ad un revamp chiamato FlatOut: Maximum Carnage e uscito su Xbox 360. Il caso vuole inoltre che Bugbear sia lo studio di sviluppo dietro a Wreckfest, il che ci permette di chiudere il primo cerchio aperto sul caos in questo articolo circa la spasmodica attesa che tutti gli amanti delle macchine, accartocciate o meno, dovrebbero sentire nei confronti di questo titolo.

Perchè ci piace il caos?

Il secondo ed ultimo cerchio però resta: perché ci piace così tanto il caos? La risposta continua ad essere tanto sfuggevole quanto limpida, esattamente come l’oggetto del nostro quesito. Il caos è qualcosa di incontrollabile e, al netto di quanto si possa dire nei film, è impossibile anche solo pensare di poterlo comprendere. Nei giochi di macchine il caos fa capolino quando meno ce lo aspettiamo, che sia un sorpasso non preventivato o un razzo che irrimediabilmente ci fa saltare in aria, oppure quell’incidente che distrugge il semiasse senza farci finire una gara.

Tuttavia, anche in giochi di questo tipo l’istinto di sopravvivenza virtuale non ne vuole sapere di cedere, fintanto che saremo sul divano di casa ed una nuova carcassa digitale sarà sempre pronta per noi. Il caos ci insegue ma noi abbiamo i nostri cavalli, la scorza dura come acciaio (o fibra di carbonio) e all’occorrenza potremmo anche avere un bel mitragliatore carico e affamato di vittoria. Questo perché i giochi di macchine spesso sono giusti, sono generosi con chi decide di dedicarsi a loro con passione, con o senza piombo. Ci permettono di illuderci che il caos sia controllabile, di essere in grado di contenerlo e, addirittura, di elargirlo in modo un po’ più democratico di quanto accada di solito.
Il caos a portata di pad è bellissimo.

Francesco Paternesi
Pur essendo del 1988, Francesco non ha ricordi della sua vita prima del ’94, anno in cui gli regalarono un NES: da quel giorno i videogiochi sono stati quasi la sua linfa vitale e, crescendo con loro, li vede come il fratello maggiore che non ha mai avuto. Quando non gioca suona il basso elettrico oppure sbraita nel traffico di Roma. Occasionalmente svolge anche quello che le persone a lui non affini chiamano “un lavoro vero”.