Una questione privata… Che visto che siamo persone riservate non volevamo conoscere

Nel 1963, a due mesi dalla scomparsa di Beppe Fenoglio, esce postumo Una questione privata. Il romanzo incantò Italo Calvino e sollevò diverse discussioni in seno alla critica letteraria, soprattutto per il finale poco chiaro che fece pensare ad alcuni che l’opera fosse incompleta.
Finale che ha fatto sollevare il sopracciglio anche a me, alla fine della proiezione dell’adattamento cinematografico firmato dai fratelli Taviani, in anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Non che durante la proiezione la situazione fosse migliore, in effetti. In breve: leggete il libro, che è meglio.

Siamo in Piemonte, vicino ad Alba, e Milton (Luca Marinelli), partigiano, sta cercando di tornare nella casa dove si intratteneva con gli amici Fulvia (Valentina Bellè) e Giorgio (Lorenzo Richelmy). Qui trova la custode della dimora, sola. La guerra è in pieno svolgimento, le brigate partigiane combattono i fascisti, e né Fulvia né la sua famiglia sono più lì.
Milton viene a conoscenza di una presunta relazione tra Fulvia e Giorgio, rimanendone turbato per l’amore, rimasto platonico, che provava per la ragazza. Decide così di andare a cercare Giorgio, anche lui arruolato tra le fila della Resistenza, per chiedergli la verità. Il ragazzo è però stato catturato dai fascisti, e l’unico modo che avrà Milton per riaverlo è catturare a sua volta un fascista, e scambiarlo con l’amico.

La storia, come avrete potuto leggere, è piuttosto semplice, ma su tante storie semplici si sono costruiti dei bei film. Non è questo il caso, però.
Il primo grosso problema è rappresentato dai personaggi, davvero troppo stereotipati: Milton è una persona colta, gli piace leggere e parla inglese; Fulvia è un po’ svampita, sembra galleggiare a due centimetri da terra, perché altrimenti come descrivere l’essere priva di problemi di una ventenne borghese? In ultimo Giorgio è il bellone della situazione, veste bene e sa ballare. Potremmo anche passare sopra al cliché, se almeno il personaggio di Milton – l’unico che conosciamo nel presente, contrariamente agli altri che vediamo solo nei flashback, nei ricordi del protagonista – avesse una qualche evoluzione psicologica. Invece niente, tutto rimane tagliato con l’accetta, e le prove degli attori non aiutano.
Marinelli è sicuramente il più bravo del lotto, nonostante non faccia una performance al suo meglio, anzi. Fulvia invece vince il premio come peggior interpretazione dell’anno – le soap opera non sono in gara, è bene specificare. Non si tratta qui di recitare in modo troppo teatrale, bensì di dare vita a interpretazioni forzate e finte. Il problema è diffuso a tutto il cast del film, purtroppo.

Se la recitazione è quindi il problema principale, al secondo posto c’è sicuramente il sapore di vecchio che permea tutta la pellicola. Ci sono gli spiegoni, ci sono dialoghi forzati e irrealistici utili a illustrare allo spettatore quello che non si è saputo spiegare altrimenti, e molte altre soluzioni che ci fanno pensare di non star guardando un film del 2017.

A tutto questo dobbiamo sommare una narrazione che non riesce mai a colpire lo spettatore: la storia è abbastanza indifferente, e non è aiutata – come già detto – da una lavoro convincente sul personaggio di Marinelli, e neanche dalle prove dei comprimari. Tutto fila via senza scossoni, senza che rimanga nulla al termine della proiezione, se non la lista di cose migliori che si potevano fare nell’ora e mezza passata in loro compagnia. Il setting storico è messo a margine: il film avrebbe potuto anche essere ambientato nella Palermo del 2045 con Giorgio rapito dalla Mafia del futuro, e tutto avrebbe comunque avuto senso.

La regia e la fotografia sono a loro volta indifferenti, non colpiscono mai né in un senso né in un altro. Esclusa la nebbia, che permea tutto il film. Quella colpisce, perché è davvero posticcia, così come tutti gli effetti speciali.

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Verdetto:

I fratelli Taviani, con questo Una questione privata, realizzano a un bel buco nell’acqua. Un film che non riesce a spiccare sotto nessun punto di vista, fallendo sia nel mettere in scena una storia interessante, sia nel raccontare personaggi ben costruiti. Registicamente debole, sembra di star guardando un film di qualche decennio fa. La cosa più grave però, il più grande fallimento per qualsiasi opera d’arte, è il non lasciare niente allo spettatore, una volta fuori dalla sala. E questo è perfettamente quello che fa Una questione privata.

Nato a Roma nel 1989, dal 2018 riveste la carica di Direttore Editoriale di Stay Nerd. Laureato in Editoria e Scrittura dopo la triennale in Relazioni Internazionali, decide di preferire i videogiochi e gli anime alla politica. Da questa strana unione nasce il suo interesse per l'analisi di questo tipo di opere in una prospettiva storico-politica. Tra i suoi interessi principali, oltre a quelli già citati, si possono trovare i Gunpla, il tech, la musica progressive, gli orsi e le lontre. Forse gli orsi sono effettivamente il suo interesse principale.