Kathryn Bigelow torna su tematiche importanti

Kathryn Bigelow, regista Premio Oscar nel 2010 per Miglior Film e Miglior Regia con The Hurt Locker, torna ancora una volta a cimentarsi con tematiche importanti con Detroit.
Il film è tratto dalla vera storia della rivolta della minoranza nera di Detroit sul finire degli anni ’60, quando folle di persone si riversarono per le strade, mettendo a ferro e fuoco la città per quattro giorni, in seguito ad un’incursione della polizia all’interno di una “festa privata”, ovvero dentro un bar senza licenza per vendere alcolici.

Proprio in questo modo inizia il film della Bigelow, con l’ingresso degli agenti nel locale, preoccupati fin da principio delle reazioni che avrebbero avuto gli abitanti di zona alla vista della retata. Ciò che sconvolge però, più del casus belli, saranno poi i fatti dei giorni successivi, durante i quali la polizia, di concerto con la Guardia Nazionale e l’Esercito, cercherà di sedare la rivolte con bastonate e fucilate.

Il film si concentra per quasi tutta la sua durata su un episodio specifico, anche questo realmente accaduto, dopo averci presentato dei personaggi che fungeranno da cardine: un cantante, un poliziotto e una guardia giurata di colore. Non è questa la sede utile per parlare dei particolari caratteri di queste persone, quanto è invece interessante notare come siano semplicemente veicoli utili a raccontare la storia della rivolta. La Bigelow utilizza il metodo intuitivo, ovvero ci mostra una vicenda specifica da cui possiamo dedurre la situazione nel complesso. Dopo l’introduzione dei vari personaggi, questi si ritroveranno chiusi in una casa, faccia al muro, interrogati dalla polizia. La motivazione? Un ragazzo, quasi per scherzo, spara qualche colpo con una pistola da starter dalla finestra, in direzione di una vicina pattuglia della Guardia Nazionale. Le pistole da starter non esplodono veramente proiettili, ma questo i militari non lo sanno, e riconosciuta la provenienza dei colpi per la luce prodotta, circondano la casa e fanno irruzione, iniziando a interrogare tutti gli abitanti.

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I metodi sono ovviamente barbari, violenti sia sotto il profilo fisico che sotto quello più strettamente psicologico, ed è inevitabile che qualcuno ci rimetta la vita. Nessuno confessa, nessuno ha davvero capito cosa stia succedendo o perché. La polizia cerca l’arma, ma l’arma non esiste. C’è chiaramente un razzismo per niente velato, con sprezzo per due ragazze bianche, identificate come prostitute solo perché sospettate di aver avuto rapporti sessuali con persone di colore. L’opera è ambientata per il suo 80% in questa situazione, diluita all’inverosimile. Questo non significa che annoi, tutt’altro: si riesce a percepire il tempo che si allunga e si dilata, restituendo quella che immaginiamo essere la sensazione che si provi a trovarsi, innocenti, in un interrogatorio infinito e a cui non si può mettere un punto. L’ultima parte del film invece ci racconta il “processo” a cui andarono incontro i poliziotti responsabili di questa perquisizione.

Il bilancio degli avvenimenti di Detroit fu disastroso, tra la città distrutta, le decine di vittime e le centinaia di feriti. Ma il peggio del peggio, probabilmente, fu la reazione, il pugno di ferro, voluto dal governo e dalla città, che mise in condizione di “proteggere gli innocenti” persone profondamente razziste e violente. Questo non è per fare di tutta l’erba un fascio, ed è bene specificare che queste considerazioni non sono nostre, ma è quello che ci mostra la regista ad inizio film, che sotto questo punto di vista è piuttosto manicheo: i poliziotti sono i cattivi. Allo stesso modo vediamo come l’intero sistema qui disegnato si riveli per certi versi razzista, trattando diversamente le minoranze nere, chiudendo anche un occhio di fronte a certe reazioni o semplicemente lavandosene le mani. C’è chi sa che è sbagliato, ma il problema che si fanno questi personaggi sembra essere più di forma che di sostanza. La distinzione tra bianchi e neri c’è sempre, e permea la società. Il discorso della Bigelow è quindi chiaro ed efficace, non cadenza il suo messaggio cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, e questo è senza dubbio un punto a favore, quantomeno per il coraggio.

Il tutto è sorretto da un ottimo lavoro di regia e da buone prove degli attori, che non bucano mai lo schermo ma sono totalmente funzionali alla narrazione. La telecamera si concentra sempre sui personaggi, sui loro volti, per scandagliare i patimenti dovuti alle violenze subite, o a sottolineare un certo tipo di cattiveria che invece caratterizza le azioni della polizia.

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Verdetto:

Kathryn Bigelow confeziona un buon film, ben realizzato e recitato, ma soprattutto in grado di raccontare una storia vecchia che tuttavia, con le dovute proporzioni, potremmo adattare anche alla realtà contemporanea. Questo non è altro che il merito più grande della Storia: spiegarci il nostro presente.

Nato a Roma nel 1989, dal 2018 riveste la carica di Direttore Editoriale di Stay Nerd. Laureato in Editoria e Scrittura dopo la triennale in Relazioni Internazionali, decide di preferire i videogiochi e gli anime alla politica. Da questa strana unione nasce il suo interesse per l'analisi di questo tipo di opere in una prospettiva storico-politica. Tra i suoi interessi principali, oltre a quelli già citati, si possono trovare i Gunpla, il tech, la musica progressive, gli orsi e le lontre. Forse gli orsi sono effettivamente il suo interesse principale.