Sulla Luna con Chazelle

Se è vero che tre indizi fanno una prova, con First Man (al cinema dal 31 ottobre), abbiamo l’ennesima conferma del fatto che Damien Chazelle sia uno dei migliori registi della sua generazione. Anzi, probabilmente il migliore, dando uno sguardo all’età: d’altronde non si vince un Oscar per la regia a 32 anni – battendo ogni record – così per caso.

Siccome per essere grandi bisogna confrontarsi con i propri limiti, se non altro anagrafici e di esperienza, trattandosi di un’opera colossale Chazelle per la prima volta lascia ad altri il compito di riadattare il soggetto, ovvero il libro First Man: The Life of Neil A. Armstrong, biografia scritta da James R. Hansen. Per “altri” qui si intende John Singer, uno che ha vinto l’Oscar per Spotlight e lo scorso anno ha messo in piedi lo script per un altro maesterpiece, The Post di Steven Spielberg: insomma, non uno qualunque.

 


Si intuisce dalle prime sequenze il modo in cui Chazelle voglia interagire con noi, ed il fatto che desideri portarci sulla Luna insieme a lui e ai suoi protagonisti, facendoci vivere un viaggio intenso, lungo (140 minuti) e denso di emozioni.

Il modo asfissiante in cui la telecamera indugia su Neil Armstrong (Ryan Gosling) nella capsula nelle scene iniziali del film è il leitmotiv dell’intera opera, dettata da una regia convulsa, da una telecamera che – in stile Chazelliano – staziona sugli sguardi per poi vorticare con frenesia, più di quanto non abbia mai fatto e più di quanto facciano altri suoi colleghi, maestri in tal senso, come Villeneuve, per dirne uno.

Quello sballottolio continuo, quel senso di nausea che a volte quasi avvertiamo è lo stesso che – come ci mostra il regista – assale Armstrong & co., ed è un fil rouge che avvolge magistralmente tutta l’opera, senza disturbare ma conquistandoci e lasciando i nostri occhi incollati perennemente allo schermo, empatizzando con gli astronauti e gli ingegneri e la loro tensione prima di una missione, o più semplicemente con le loro vite, con tutto quello che c’è ad attenderli sulla Terra.

La distanza tra i loro pensieri professionali, quel chiodo fisso dell’allunaggio e le quattro mura domestiche spesso diventa persino più grande di quanto non sia già, ed è eccezionale Chazelle nel riprendere silenziosamente i momenti di vita quotidiana dei suoi protagonisti, temporeggiando su quegli sguardi a cui il suo cinema è legato e su cui lo straordinario Ryan Gosling ha messo in piedi una carriera. Il modo in cui cerca e trova la complicità di sua moglie Janet (Claire Foy), anche nei momenti di estrema difficoltà, e l’intensità delle loro comunicazioni non verbali è un qualcosa di tremendamente riuscito e che dona alla pellicola un plus consistente, facendola uscire quel tanto che serve dai canoni del genere e tratteggiando la personalità di Neil Armstrong, facendoci apprezzare il personaggio interpretato da Gosling.

L’amore e la purezza totalizzante dei sentimenti di La La Land qui diventa ossessione, a tratti straziante. L’ossessione di Armstrong per la Luna, che però, come vedremo in questa interpretazione data dal regista, si muove di pari passo con l’indicibile sofferenza di un padre che ha perso una figlia dopo pochi mesi di vita e quel dolore lancinante che sente all’interno e che cova senza esprimerlo, esplode in un modo tenerissimo e distruttivo accompagnandoci in un finale vigoroso dove deflagra anche la colonna sonora, con le sublimi musiche del maestro Justin Hurwitz, doppio Premio Oscar per La La Land (musiche e canzone) e uomo di fiducia di Chazelle. Perché come abbiamo accennato, se il regista di Providence è un portento, è altrettanto abile a circondarsi di fenomeni, a partire dal cast tecnico per finire con quello artistico, dove oltre ad un Gosling più misurato del solito ma senza dubbio ancor più maturo, troviamo una Claire Foy eccezionale, capace di farci comprendere in pochi attimi, e soprattutto con più sguardi che parole, le difficoltà di una famiglia e di un amore provato dal dramma e da un lavoro di certo non come gli altri, e tutti quei sentimenti repressi ma mai sopiti, pronti a detonare da un momento all’altro. O meglio, nell’attimo giusto, quello previsto da Chazelle.

First Man, lo suggerisce lo stesso titolo, è quindi un racconto Armstrong centrico, dove l’astronauta e la sua famiglia diventano il fulcro di tutto, e se ai puristi di un certo cinema, quello che si nutre della forza e dell’energia della scoperta dello Spazio, sembrerà mancare a volte la terra sotto ai piedi ma non nel senso che amano di più, ci penserà la regia di Chazelle a riconciliare il tutto, grazie a quel modo intenso e claustrofobico che ha di farci vivere le tante missioni di prova prima dell’Apollo 11, e grazie ai tanti dettagli che sanno affiorare nell’attimo migliore, come una soundtrack emozionante ed azzeccata o uno sguardo che a volte vale più di mille parole.

Per citare la stessa Janet/Claire Foy, ancora una volta Damien Chazelle ci regala un film “fuori dal mondo”.

first man

Verdetto

First Man è la conferma dell’abilità registica di Damien Chazelle. Un viaggio sulla Luna e nella vita del primo uomo a mettervi piede, Niel Armstrong, impersonato abilmente da Ryan Gosling che ci presenta la vita complessa, straziante ed ossessiva di un uomo che è diventato leggenda. La regia asfissiante e convulsa di Chazelle ci accompagna, insieme alle incredibili note musicali del suo fidato Hurwtiz, in questo intenso e lungo racconto.

 

Se vi piace First Man…

Di sicuro vi suggeriamo, se non l’avete ancora fatto, di recuperare altri due film di Chazelle, ovvero il già citato La La Land e Whiplash. Se siete amanti dei film che hanno a che fare con lo Spazio e con la Luna, vi consigliamo di sicuro Moon di D. Jones (eccolo in una steelbook limited), un film totalmente diverso da The First Man ma che a suo modo sta diventando un piccolo cult.

First Man - Recensione
8.5Voto
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