Greenland: il ritorno al cinema del genere del disaster movie è mediocre, ma non privo di implicazioni interessanti

Quello del disaster movie è un genere che, forse più di tutti gli altri, è mutato completamente nel corso degli ultimi venticinque anni di storia del cinema. Alla base dei racconti rimangono sempre eventi catastrofici e classiche famiglie americane in fuga da esse, ma il significato dietro questi film, sicuramente di forte impatto visivo, cambia radicalmente a seconda del contesto storico in cui viene prodotto.

Basti pensare alla differenza che c’è tra un titolo come Independence Day del 1996 e La guerra dei mondi del 2005. Il primo tratta l’invasione aliena come un’opportunità di dimostrare la potenza militare del pianeta, farcita della classica retorica americana, mentre il secondo si concentra più sull’impatto che un attacco extraterrestre può avere a livello sociale. Il film di Emmerich è eroico e divertente, quello di Spielberg è crudo e tragico. La differenza tra le pellicole risiede nell’evento cardine che ha scombussolato l’America nel periodo di tempo che divide le due opere, ovvero l’attacco terroristico dell’11 settembre. Sempre con Emmerich poi, il disaster movie si sposta sul lido apocalittico, sfruttando l’isteria di massa generata dalla famosa profezia Maya che vedeva il mondo finire nel 2012. Ancora una volta, eventi socio-culturali sono in grado di cambiare la direzione delle produzioni.

Ma nell’ultimo decennio il genere riserva le proprie storie alla più grande minaccia che il pianeta dovrà affrontare da qui fino ai prossimi anni, il cambiamento climatico. Da Pacific Rim a San Andreas, passando per Geostorm e The Wave, la più grande paura del cinema contemporaneo è di fatto l’impatto che l’uomo stesso ha sulla Terra. Anche la serie Il Trono di Spade viene spesso vista come un’enorme allegoria sul cambiamento climatico, in chiave fantasy ovviamente.

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Greenland, diretto da Ric Roman Waugh e con protagonista Gerald Butler, si aggiunge all’ormai lunga pila di film di questo genere. La storia è infatti quella di una famiglia americana in fuga da dei grossi frammenti di cometa in grado di distruggere il pianeta. Il loro obiettivo sarà quello di raggiungere la Groenlandia per potere sopravvivere alla catastrofe.

Quello del meteorite in grado di distruggere la Terra non è sicuramente un discorso nuovo, ma Greenland prova lo stesso a differenziarsi in qualche modo. Innanzitutto la famiglia protagonista viene “selezionata” dal governo americano per salvarsi dall’estinzione grazie al lavoro del padre, fondamentale per un’eventuale ricostruzione di una civiltà. Nel primo atto del film c’è quindi un interessante discorso di elitarismo tra borghesi, che lottano per decidere chi è più degno di salvarsi o meno. Questa suggestione però non permane per l’intera durata della pellicola e si sfalda velocemente, per trasformare poi il tutto in un confusionario road movie con scenario apocalittico. Il pater familias farà di tutto per assicurare un futuro al sangue del proprio sangue, seguendo i più classici valori cattolico-americani.

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Greenland è in definitiva un film in grado di regalare qualche brivido, attestandosi però sempre ad un livello generalmente mediocre e già visto. Quello che è interessante da analizzare però è il fatto che potrebbe essere l’ultimo titolo catastrofico a seguire la scia del sopracitato cambiamento climatico. L’ultimo perché il cinema potrebbe cambiare nuovamente visto l’anno appena passato a causa del Covid-19.

Vedere in sala un film del genere, prodotto e girato prima dello scoppio della pandemia, lascia un attimo storditi a causa di ciò che abbiamo tutti vissuto negli scorsi mesi. Certo, da noi non cascano pezzi di cometa dal cielo, ma l’impatto sociale che una catastrofe mondiale può comportare è sicuramente riconoscibile. Greenland è infatti un film sospeso nel tempo, in bilico tra due momenti storici definitivi sia per il pianeta che per il cinema. Un prodotto forse anche rischioso da distribuire in un momento in cui la gente ha bisogno di essere rassicurata più che altro. In questo l’opera di Waugh sembra trovare un proprio valore dato dalla sua contestualizzazione. Perché essendo i film dei fenomeni culturali di largo impatto, è importante che vengano collocati nel giusto momento storico in cui vengono prodotti, e non distribuiti.

Un film come Greenland qualche anno fa sarebbe stata l’ennesimo racconto allegorico sul cambiamento climatico, mentre ora è un monito di quello che avremmo potuto vivere e che sicuramente vivremo nei prossimi decenni. È improbabile infine che gli autori del film abbiano pensato a tutte le implicazioni che questa pellicola avrebbe avuto, ma alla fin dei conti non è quello che importa.

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