“Puoi camminare sull’acqua finché qualcuno ti dice che non puoi farlo”

La vita di Shia LaBeouf è sempre stata una costante altalena di emozioni. Una carriera iniziata da giovanissimo e frammentata, durante il suo lungo cammino, da gesti screanzati e di dubbio gusto. Una vita vissuta al limite dell’onestà intellettuale, quasi a voler forzatamente trasporre nella realtà un dramma d’autore.
Forse è proprio questo il motivo che ha spinto il sempre più emarginato LaBeouf a scrivere la sua storia, forse è questo il motivo che l’ha mosso a ridare vita, per un’ultima volta, a Honey Boy.

 

La pellicola diretta da Alma Har’el è forte, dura, arida. Un racconto biografico di un’infanzia di successo shock. Ripercorre gli esordi del piccolo Shia (interpretato rispettivamente dal giovane Noah Jupe e da Lucas Hedges), sino al suo ennesimo arresto e il tentativo di scacciare i demoni che lo perseguitano.

Purtroppo i fantasmi nell’armadio dell’attore di origine ebraica hanno il passepartout, e continuano ad uscire fuori con le fattezze di un clown. No, non è IT o il Joker. È il padre del giovane (impersonato da Shia stesso), ex pagliaccio da rodeo, e vero ed unico tutore della piccola stella nascente.
Un’infanzia fatta di vessazioni e soprusi, ricca di violenze psicologiche, con un carceriere alcolista e tossicodipendente, privo di qualsiasi sentimento paterno.

La cosa che colpisce di più di Honey Boy è l’incredibile forza emotiva che si getta sullo spettatore. Non viene accolta, non la vogliamo, ma l’impatto arriva e ci sorprende. Dal che potevamo solamente immaginare quanto potesse essere stata travagliata la vita di LaBeaouf, fatta di alti e tanti bassi, ora ci ritroviamo impantanati in una mente complessa e priva di vie di uscita. La star hollywoodiana divenuta celebre soprattutto per la saga blockbuster dei Transformers, è una vittima, l’ennesima, di un rapporto padre-figlio malato, dove è il giovane a fare le veci dell’adulto.

La costante tortura psicologica subita dal piccolo Otis Lort – lo pseudonimo adoperato dallo sceneggiatore – è il peso maggiore che deve portare sulle sue spalle. Non importa il successo, il lavoro, le soddisfazioni personali, perché tutto verrà costantemente divorato dagli spettri che si annidano nella sua mente.

Honey Boy

La direzione artistica di Har’el è lineare, dritta, seppur costantemente frammentata dai flashback. In una città che rimbalza da scena a scena, sempre condendo tutto con una palette cupa e priva di vita, dove anche i colori più caldi ti donano unicamente tristezza, e con una quasi totale assenza di colonna sonora. La trama si spezza frame dopo frame, sempre più in profondità, per andare ad analizzare l’aspetto più introspettivo del giovane attore. A permettere tutto ciò è senza dubbio l’eccezionale lavoro svolto da Shia nei panni di suo padre. Lui che ha visto e provato tutto ciò, lui che ha voluto raccontare questo dramma moderno, ci offre un’interpretazione esageratamente emotiva.
Da Even Stevens, fino a Borg McEnroe, passando per Fury e Lawless. Una carriera ricca di fiammate che non sono mai divampate nell’incredibile spettacolo pirotecnico che tutti quanti si aspettavano, arrivando ad assopirsi pian piano.
La voglia di riscatto dell’attore nato a Los Angeles passa tutta da qua, e questo può essere più  di un semplice trampolino.

La carica autoriale di Honey Boy è forte, seppur ci faccia uscire dalla sala frastornati, oltre che con un senso di vuoto. Cosa ci racconta? Cosa ci lascia? È una pellicola che poteva e/o doveva nascere?

Le domande sono molte, e altrettante rimarranno orfane di una risposta adeguata, ma la creazione di Har’el è un biglietto da visita per un mondo che esiste, ma nessuno vede, uno spaccato di una realtà che è tutt’intorno a noi.

Honey Boy

“Un giorno farò un film su di te”

Il messaggio c’è, ma arriva solo a mente fredda, dopo aver faticosamente metabolizzato un qualcosa che non ci aspettavamo di vedere. Ci dice che ognuno nel suo piccolo sta combattendo una battaglia personale, che tutti in fondo hanno estremamente bisogno di aiuto e meritano di essere ascoltati.
Che l’età è solo un numero delle volte, ma merita comunque una considerazione e una responsabilità proporzionale maggiore.

Honey Boy non è un capolavoro, certo, ma è un esperimento che affascina, è più di un semplice biopic, perché ci permette di addentrarci in un viaggio di liberazione di una psiche che ha sofferto fin troppo e che forse continua a soffrire.
Shia LaBeouf voleva urlarcelo contro, voleva mostrarci la verità, o forse voleva togliersi semplicemente un peso, ma in ogni caso, qualsiasi fosse il suo intento, ci è riuscito, condendo tutto con una prova magistrale.

Leonardo Diofebo
Classe '95, nato a Roma dove si laurea in scienze della comunicazione. Cresciuto tra le pellicole di Tim Burton e Martin Scorsese, passa la vita recensendo serie TV e film, sia sul web che dietro un microfono. Dopo la magistrale in giornalismo proverà a evocare un Grande Antico per incontrare uno dei suoi idoli: H. P. Lovecraft.