Adam Sandler esce ancora una volta dalla commedia per un ruolo più impegnato. I risultati sono buoni, ma il film nel complesso un po’ meno

ncut gems è stato uno snodo importante nella carriera di Adam Sandler. Non tanto per lui, che anzi a fronte di una interpretazione eccezionale è rimasto profondamente deluso di essere stato del tutto ignorato dall’Academy, ma più che altro perché ha permesso al grande pubblico di iniziare a guardarlo con occhi diversi.
Non più soltanto come il numero 1 delle commedie americane, la macchina da soldi e risate in grado di intrattenere e far divertire in film poco impegnati, ma come l’attore eclettico che sceglie di fare un certo tipo di cinema, e che invece – se vuole – sa ben figurare anche in ruoli del tutto diversi.
E non a caso parlo di grande pubblico, perché gli addetti ai lavori e chi segue Sandler da parecchi anni aveva già notato in lui potenzialità nascoste e che in rare occasioni aveva comunque avuto modo di mostrare. Anche recentemente, poco prima del successo di Uncut gems, con un’altra perla grezza come The Meyerowitz Stories o in altre opere drammatiche di qualche anno prima, come Reign over me o Ubriaco d’amore. Persino in Mr Cobbler e la bottega magica, per certi versi.

Vederlo allora in un dramma sportivo come Hustle, diretto da Jeremiah Zagar allora non ci stupisce affatto. E soprattutto non ci stupisce vederlo recitare, ancora una volta, alla grande.

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Qui è Stanley “Stan” Sugarman, un ex giocatore di basket, che oggi fa l’osservatore per i Philadelphia 76ers in NBA, ma il suo vero obiettivo, ormai da anni, è allenare. Sembra avere finalmente una chance, ma i buoni rapporti che aveva con lo storico presidente della squadra Rex Merrick (Robert Duvall) non si mantengono affatto tali quando la gestione passa nelle mani del figlio Vin (Ben Foster, un altro grande sottovalutato di Hollywood n.d.R.), che lo “declassa” nuovamente come scout.
Nel suo girovagare però Stan ha una grandissima occasione, rappresentata dallo sconosciuto Bo Cruz (Juan Hernangómez), un giovane operaio che la sera arrotonda facendo qualche scommessa con lo street basket, ma che ha un talento cristallino.
Stan punterà allora tutto su di lui, mettendosi contro anche lo stesso Vin, e il suo destino e quello di Bo saranno inesorabilmente intrecciati: successo o declino.

Avrete già capito che si tratta della solita storia di sport in cui dagli abissi si cerca di risalire, tra mille difficoltà e qualche uscita a vuoto, ma è innegabile che questi racconti abbiano sempre un fascino particolare. La difficoltà semmai sta nel renderli ogni volta interessanti e soprattutto nel saper delineare una chiara struttura psicologica dei protagonisti, in grado di evolvere nel corso del film.

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La pecca di Hustle sta proprio qui, poiché se ci riesce con lo Stan di Adam Sandler, non si può dire lo stesso con il suo co-protagonista, il Bo di Juan Hernangómez. Come mai? Semplice: si tratta di un cestista, non di un attore. È infatti un vero giocatore che attualmente milita negli Utah Jazz, una scelta assai particolare che facilita nelle sequenze di gioco ma molto meno in quelle di recitazione. Il grande impegno e la figura di un ragazzo schivo e taciturno limitano i danni, ma non aiutano affatto nell’evoluzione del personaggio, soprattutto in alcuni momenti nevralgici della narrazione.
Nel corso viene del film viene automatico fare un paragone con un altro recente lungometraggio che mette il basket al centro della narrazione, ovvero Tornare a vincere di Gavin O’ Connor con Ben Affleck protagonista. Un confronto che purtroppo Hustle non regge minimamente, commisurandosi con un’opera in cui il regista ha saputo tratteggiare perfettamente la figura di un protagonista che combatte per riprendersi la vita, applicando questo ad un racconto di sport. In Hustle tutto ciò è abbastanza lontano.

Senza dubbio la fanbase americana dell’NBA apprezzerà il film e i tanti riferimenti sportivi, con numerosi giocatori ed ex giocatori – oltre ad Hernangómez – presenti, sia nei panni di se stessi che in ruoli di finzione, mentre per tutti gli altri resta una buona pellicola di intrattenimento, con un attimo Adam Sandler probabilmente in grado di convincere gli ultimi scettici. Ma poco più.

Nato e cresciuto a Roma, sono il Vice Direttore di Stay Nerd, di cui faccio parte quasi dalla sua fondazione. Sono giornalista pubblicista dal 2009 e mi sono laureato in Lettere moderne nel 2011, resistendo alla tentazione di fare come Brad Pitt e abbandonare tutto a pochi esami dalla fine, per andare a fare l'uomo-sandwich a Los Angeles. È anche il motivo per cui non ho avuto la sua stessa carriera. Ho iniziato a fare della passione per la scrittura una professione già dai tempi dell'Università, passando da riviste online, a lavorare per redazioni ministeriali, fino a qui: Stay Nerd. Da poco tempo mi occupo anche della comunicazione di un Dipartimento ASL. Oltre al cinema e a Scarlett Johansson, amo il calcio, l'Inghilterra, la musica britpop, Christopher Nolan, la malinconia dei film coreani (ma pure la malinconia e basta), i Castelli Romani, Francesco Totti, la pizza e soprattutto la carbonara. I miei film preferiti sono: C'era una volta in America, La dolce vita, Inception, Dunkirk, The Prestige, Time di Kim Ki-Duk, Fight Club, Papillon (quello vero), Arancia Meccanica, Coffee and cigarettes, e adesso smetto sennò non mi fermo più. Nel tempo libero sono il sosia ufficiale di Ryan Gosling, grazie ad una somiglianza che continuano inspiegabilmente a vedere tutti tranne mia madre e le mie ex ragazze. Per fortuna mia moglie sì, ma credo soltanto perché voglia assecondare la mia pazzia.