La crescente necessità di affrontare i temi del bullismo e dell’ijime

Il 18 settembre 2019 è arrivato in Italia, grazie a JPopIl club delle esplosioni. In questo manga di Anajiro Aoisei uno studente, vittima di bullismo, decide di vendicarsi facendosi esplodere durante lo svolgimento di un compito in classe. La pubblicazione di un manga così particolare ci porta, ancora una volta, a parlare di questo fenomeno, in particolare a riflettere sull’impatto che l’ijme, il bullismo giapponese, ha sulla società nipponica. 

Quello del bullismo è un tema caldo non solo in Giappone, ma anche nei Paesi occidentali, e negli ultimi anni ha assunto una portata gigantesca. Ne è testimone non solo la cronaca, ma anche la crescente necessità di parlare del bullismo nelle scuole e del conseguente aumento di suicidi in età adolescenziale. Molti prodotti indirizzati a ragazzi (come libri, fumetti, serie TV) hanno sviluppato una certa sensibilità all’argomento. Un caso emblematico è sicuramente rappresentato da Tredici, che ha fatto molto parlare di sé sia per la crudezza di alcune scene mostrate, sia per la discutibilità con cui sono state affrontate delle tematiche particolarmente delicate.

Ma tra il bullismo occidentale e quello giapponese, ci sono alcune piccole differenze che è bene tenere in considerazione.

bullismo giapponese

 

Ijime e bullismo, due termini molto simili che mostrano alcune differenze

Il termine giapponese ijime viene tradotto in italiano come, appunto, “bullismo”. Sebbene condividano entrambi le stesse caratteristiche di fondo, a ben vedere, i due assumono delle connotazioni leggermente diverse. Se parliamo di bullismo, infatti, quello che immaginiamo è uno scenario in cui, all’interno di un gruppo, un singolo elemento (spesso circondato da alcuni “complici”) si accanisce su altri membri che considera più deboli. Le aggressioni rivolte a queste persone comprendono una vasta gamma di comportamenti fisicamente o psicologicamente violenti. Si parla di percosse, estorsione di denaro, appropriazione di effetti personali, ma anche offese, minacce, discriminazioni. Teatro di tutto ciò sono solitamente gli ambienti scolastici; protagonisti ragazzi e ragazze di età compresa tra gli 11 e i 18 anni.

Il bullismo giapponese prevede un approccio quasi inverso, in cui tutto un gruppo si schiera contro un’unica persona, vessandola in continuazione. Il termine ijme, infatti, deriva dal verbo ijimeru, ovvero “perseguitare”, “tormentare”. Descrive, anche in questo caso, una serie di comportamenti umilianti rivolti al soggetto preso di mira. Nella maggior parte dei casi, però, a questi segue il cosiddetto shikato, una sorta di ostracismo. I bulli, infatti, trattano la vittima come se non esistesse, escludendola da ogni attività di gruppo e costringendola all’isolamento totale. Non stupisce, quindi, come tale condizione possa essere direttamente collegata al fenomeno degli hikikomori e all’aumento dei casi di suicidio. Spesso i ragazzi più fragili, che faticano a relazionarsi coi compagni e che si sentono esclusi, scelgono il ritiro. Scelgono quindi di rifugiarsi in un ambiente chiuso nel quale si sentono protetti, entrando in una spirale pericolosissima di solitudine e depressione.

Ijime: “il chiodo che sporge deve essere martellato”

La cosa che sconvolge maggiormente è come spesso, nelle scuole, gli atti di ijime e shikato vengano tollerati. Questo tipo di discriminazioni, in troppi casi, avviene alla luce del sole, sotto gli occhi degli insegnanti, che si limitano ad ignorarli, talvolta giustificandoli. La diversità, infatti, sembra non essere in alcun modo ammessa, sia a livello comportamentale che a livello estetico.

È significativo, in questo senso, che dalla tenera età fino all’ingresso nelle aziende ai giapponesi sia sempre imposto un rigoroso codice vestiario; che sia vietato l’ingresso nelle scuole a tutte quelle persone che mostrino tatuaggi o anche, più banalmente, che si tingano i capelli di un colore diverso da quello naturale. Molti istituti arrivano addirittura a imporre ai figli di stranieri e agli fu (ragazzi di sangue misto) di tingersi i capelli di nero, in modo tale da non attirare troppo l’attenzione da parte dei compagni.

In una società in cui l’identità comunitaria è preziosissima, la conformità a determinati canoni è un valore imprescindibile. Per questo,  l’allontanamento di chiunque non corrisponda alla “norma” viene talvolta considerato fisiologico alle dinamiche di gruppo e quasi educativo. Fa parte della crescita psicologica dell’individuo, che imparerà a riconoscersi nella società che lo circonda, senza manifestare atteggiamenti che possano in alcun modo deviare da quello che si percepisce come normale e giusto. Come recita un famoso proverbio giapponese: “il chiodo che sporge deve essere martellato”.

D’altro canto, proprio per questa importanza quasi esasperata che si attribuisce al senso di appartenenza a un gruppo, l’essere vittima di esclusione e allontanamento è percepito come una violenza psicologica brutale e può spingere chi la subisce a ritenersi un fallito all’interno della società.

bullismo giapponese

Dai banchi di scuola alla società adulta

A differenza di quanto succede con la parola bullismo, utilizzando il termine ijime si fa riferimento ad atteggiamenti diffusi non solo tra adolescenti, ma anche nella società adulta. Rientrano nella definizione, infatti, anche tutta una serie di atti denigratori e di abusi che si registrano, ad esempio, negli ambienti lavorativi: quelli che, in genere, faremmo confluire nel termine mobbing.

Un piccolo assaggio di cosa questo possa significare lo troviamo in Aggretsuko.  Nonostante lo faccia con quella leggerezza che caratterizza tutta la serie animata, Aggrestuko ci mostra la vita di una dipendente d’azienda giovane e insicura. Il capo le è sempre col fiato sul collo, pronto a denigrare il suo lavoro, a rivolgersi a lei con nomignoli spiacevoli, affidarle mansioni che non fanno parte dei suoi obblighi lavorativi o costringerla a fare gli straordinari.

In tutto questo, la protagonista deve interfacciarsi anche con i propri colleghi, che teme costantemente possano renderla oggetto di gossip e dicerie. Vederla, appunto, come la persona “diversa”, quella che non riesce a omologarsi a tutti gli altri.

bullismo giapponese

Il bullismo nei manga

Il crescente aumento di questo tipo di fenomeni ha fatto sì che l’ijime diventasse tema centrale di svariati manga, anime e serie TV nipponiche. L’esempio più significativo è dato sicuramente da A Silent Voice, manga di  Yoshitoki Oima da cui è stato tratto un adattamento anime nel 2017. Un capolavoro animato, acclamato dalla critica e dal pubblico, che ha saputo parlarci con un’intensità unica. Al suo interno troviamo trattati con delicatezza e intelligenza non solo il tema del bullismo, ma anche quelli della discriminazione, della disabilità, della tutela delle minoranze

A Silent Voice, però, non è l’unica opera di questo tipo ad approdare in Italia. Si parla di ijime in modo più o meno superficiale, più o meno interessante, nella grande maggioranza dei manga di ambientazione scolastica. Tra quelli tradotti in italian troviamo Oltre le onde, in cui Yuhki Kamatani affronta, parallelamente alla problematica del bullismo, la scoperta di sé e l’affermazione della propria libertà.

Il protagonista del manga infatti fa molta fatica ad accettare la propria omosessualità. Questo non solo per i mille dubbi che lo attanagliano, ma anche e soprattutto per le discriminazioni subite dai compagni di classe. Il suo percorso di crescita personale, tratteggiato con toni introspettivi, a tratti quasi onirici, è un invito ad accettarsi, ad essere se stessi, a fronteggiare i propri dubbi e le proprie debolezze.

Un’altra lettura importante è data da My Capricorn Friend, di Masaru Miyokawa Otsuichi. In questo volume unico, un noto bullo viene ucciso. Con una visione attenta e matura, si ricorda come la vendetta e la violenza non possano mai essere la soluzione, neanche quando sembrano l’unica via percorribile. 

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