La terza stagione di Tredici è su Netflix

Il 23 agosto è approdata su Netflix la terza stagione di Tredici (Th1rteen R3asons Why). Dopo una prima stagione acclamatissima e una seconda che ha invece riscosso un’accoglienza molto più fiacca, ecco che i liceali del Liberty High tornano a raccontarci le loro vite. Come intuiamo dal trailer, il punto di innesco non sarà più un suicidio, bensì un omicidio: quello di Bryce Walker. Al centro degli episodi, quindi, vedremo le indagini attorno alle circostanze della sua morte.

Ma con l’arrivo della nuova stagione si riaprono vecchie questioni rimaste irrisolte, tra chi difende la serie a spada tratta e chi, invece, mostra qualche perplessità o la ritiene, addirittura, dannosa. Cerchiamo di fare chiarezza.

Tredici: il successo della serie

Tredici è la trasposizione televisiva dell’omonimo romanzo firmato da Jay Asher. Il libro racconta gli avvenimenti che coinvolgono un gruppo di liceali in seguito al suicidio di una loro amica e compagna: Hannah Baker. Prima di togliersi la vita, la ragazza ha registrato, su sette cassette, tredici messaggi indirizzati alle persone che considerava responsabili della sua scelta. Gli episodi di bullismo, stalking e violenza sono quindi racconti dalla voce stessa di Hannah. Ad ascoltarli è invece Clay, la cui unica colpa è quella di non essere riuscito a dimostrare alla ragazza quanto la amasse.

Fin da subito, la serie ha riscontrato un enorme successo, attirando su di sé l’attenzione del pubblico e della critica. Questo non solo perché i suoi ritmi serrati e i toni thriller la rendono perfetta per il binge watching, ma anche e soprattutto per la delicatezza dei temi trattati, di forte impatto e coinvolgimento emotivo, che le hanno portato una grandissima risonanza mediatica.

Lo scalpore generato dalla crudezza del suicidio di questa giovane donna ha però spaccato la critica a metà. Da una parte troviamo un’ampia fetta di pubblico che ha acclamato la serie, lodando l’importanza dei messaggi in essa trasmessi e arrivando, in alcuni casi, a firmare petizioni per richiederne la visione obbligatoria nelle scuole. Dall’altra abbiamo genitori, insegnanti e psicologi preoccupati che Tredici possa proporre una glorificazione del suicidio, presentato come atto di vendetta per i torti subiti.

La prevenzione al suicidio negli intenti di Asher

Dalle parole degli attori protagonisti e dalle dichiarazioni dei produttori della serie traspare come la narrazione non abbia come fine il puro intrattenimento. La storia è vuole essere subordinata alla trasmissione di un messaggio di sensibilizzazione per la prevenzione di bullismo e suicidio in età adolescenziale.

Questa volontà di educare il pubblico deriva proprio dagli intenti con cui Asher, in primo luogo, ha scritto il libro originale. L’obiettivo principale dello scrittore è infatti quello di rompere dei tabù, in particolare quello sul suicidio, sensibilizzando i giovani al tema della depressione. Per farlo, dalla pubblicazione di Tredici, nel 2007, si è spesso recato nelle scuole a parlare del suo libro e a raccogliere testimonianze da parte dei ragazzi che vivono questa condizione o che l’hanno faticosamente superata.

La cosa più importante, secondo Asher, è proprio aiutare gli stessi ragazzi e gli adulti che li circondano a riconoscere possibili campanelli d’allarme. Un cambio improvviso di look, un taglio di capelli drastico, un brusco calo del rendimento scolastico, il disinteresse per attività precedentemente svolte con passione, la tendenza all’isolamento, la scarsa autostima, la frequentazione di luoghi pericolosi, la ricerca di alcool e sostanze stupefacenti, l’utilizzo di espressioni che suggeriscano, anche indirettamente, il desiderio di porre una fine a tutto.

Tutti questi (e altri) atteggiamenti sono presenti nelle pagine del romanzo e indicati come segnali da non ignorare. Asher sottolinea come l’importanza di prenderci cura delle persone che amiamo, soprattutto se fragili. E in questo risiede il significato del finale del libro, quando Clay riconosce nell’amica Skye alcuni dei comportamenti che avevano caratterizzato gli ultimi giorni di vita di Hannah.

tredici suicidio

L’impatto emotivo suscitato da una ragazza che si toglie la vita

Benché la serie dichiari un intento simile a quello promosso da Asher, non si parla mai chiaramente di depressione e l’aspetto della prevenzione sembra sostituito da un più semplice ricordare come ogni nostra azione influisca su chi ci circonda. Certo, alla fine di ogni episodio viene linkato il sito di informazione di Tredici, in cui è possibile trovare una lista di linee di emergenza divise per Paese, oltre che a una serie di contenuti extra informativi. Ma, all’interno della storia, quello che vediamo sono insegnati che propongono, quasi solo per avere la coscienza a posto, vaghe attività per l’autoconsapevolezza (peraltro mai mostrate, ma solo menzionate) e ragazzini insofferenti verso le decine di cartelloni colorati appesi ovunque che inneggiano al valore della propria vita. E una devastante mancanza di fiducia nei confronti del mondo degli adulti. 

I famosi campanelli d’allarma vengono a volte mostrati, ma senza soffermarcisi, senza mai spiegarli veramente. La serie, in questo senso, sembra fare leva esclusivamente sull’impatto sensazionalistico che ha sul pubblico la scelta di mostrare il suicidio di una diciassettenne. I momenti di violenza sono rappresentati in tutta la loro crudezza, come la famosa scena in cui Hannah si immerge nella sua vasca da bagno e si apre le vene con una lametta; scena che è stata rimossa proprio lo scorso luglio, dietro numerose insistenze.

La seconda stagione poi, costruita completamente da zero, sembra peggiorare ancora di più le cose da questo punto di vista. Non solo si ripropone ancora una volta la visione di un suicidio come mezzo di rivendicazione e autoaffermazione, ma l’abuso di alcool e sostanze stupefacenti viene normalizzato, così come il possesso di armi da parte di minorenni, e gli stupri sono pagati con pochi mesi di carcere. La prospettiva di una terza stagione in cui si arrivi a giustificare l’omicidio di un ragazzo, benché colpevole di un crimine gravissimo, è a dir poco allarmante.

tredici suicidio

Parlare di suicidio ai ragazzi

La soluzione a tutto questo non può essere il divieto di guardare una serie TV o il silenzio riguardo tutte le problematiche che ne emergono. Depressione, bullismo, slut-shaming e stalking sono argomenti importantissimi, che meritano di essere discussi. I ragazzi hanno bisogno di sapere che non c’è vergogna nel chiedere un confronto con persone adulte, anche figure professionali, se necessario. Ma è importante ricordarsi che temi di questa portata richiedono una particolare attenzione e una certa delicatezza nella loro trattazione, soprattutto se rivolti, come in questo caso, a un pubblico in età adolescenziale.

Una notizia sul giornale o un’opera di fantasia non può mai essere additata come causa di violenza, ma è riconosciuto come l’insistenza dei mass media nel proporre determinati argomenti possa scatenare un fenomeno imitativo in soggetti suggestionabili. Tale fenomeno è conosciuto come “effetto Werther”, dal titolo del romanzo di Goethe alla cui pubblicazione seguì un’ondata di suicidi emulativi in tutta Europa, e si applica, come spiega Karl Popper in Cattiva maestra televisione, a qualsiasi gesto sconsiderato nei confronti di sé stessi o di altre persone.

Per questo, nel 2000, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stilato un documento in cui elenca una serie di accortezze a cui i media dovrebbero attenersi nel trattare casi di suicidio. Gli esperti si raccomandano in modo particolare di evitare un linguaggio sensazionalistico, di presentare il suicidio come una soluzione ai problemi di evitare una descrizione accurata del metodo utilizzato per togliersi la vita e di non mostrare foto o filmati espliciti. Tutte regole che in Tredici non sembrano essere state applicate.

tredici suicidio

Siamo tutti Hannah Baker

Con gli occhi di un adulto, Tredici può sembrare una pura opera di fantasia, con eventi troppo assurdi da poter risultare verosimili. È inconcepibile che una persona possa includere tra le motivazioni per cui ha scelto di togliersi la vita il fatto di essere stata proclamata “Miglior culo della scuola” o l’aver scoperto  che qualcuno le sottraeva i bigliettini con i complimenti e i messaggi di incoraggiamento scritti dai compagni.

Sono motivi troppo stupidi. Sono piccoli problemi e scontri quotidiani portati all’esasperazione dalla mente di una persona fragile e insicura. È infatti innegabile che Hannah dimostri in più di un’occasione il suo egocentrismo da Drama Queen e il suo scarso acume. Ma non giriamoci intorno: tutti gli adolescenti sanno rendersi insopportabili e le loro giornate si compongono in buonissima parte di scelte discutibili e autocommiserazione.

Per questo, per un verso o per un altro, siamo o siamo stati tutti Hannah Baker. Vittime degli altri, ma in primis di noi stessi. Come le migliaia di ragazzine che guardano Tredici. Migliaia di ragazzine che ogni giorno si vedono più brutte delle compagne, si sentono incerte sul proprio futuro, si credono inutili e incapaci, sono vittime di atti di bullismo (siano questi gesti gravi o bravate a cui la vittima finisce per dare troppo peso). E si riconoscono in Hannah, i cui tredici motivi per togliersi la vita sono spiegati nei minimi dettagli, ma i cui undici motivi a cui avrebbe potuto aggrapparsi sono scritti su un foglio inquadrato per pochi secondi e neanche letti ad alta voce.

Cosa fa la serie per far capire a queste ragazzine che un gesto estremo non è l’unico modo per far sentire la propria voce al mondo e ottenere giustizia?

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