Ultimo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo, Il giardino segreto (The Secret Garden) punta sulla forma più che sulla sostanza

Rischiosa l’idea di adattare per la quinta volta un grande classico per ragazzi come Il giardino segreto (The Secret Garden), scritto da Frances Hodgson Burnett nel 1911. E lo è ancora di più se si decide di farlo affidandosi più alla CGI che alla sostanza, proprio come accade nella più recente versione cinematografica del romanzo, diretta da Marc Munden e disponibile in streaming su Prime Video da giovedì 10 dicembre 2020.

Diretto da Marc Munden, finora principalmente autore e regista televisivo, il film racconta la storia di Mary Lennox (Dixie Egerickx), una ragazzina che nel 1947 viene ritrovata sola in casa, coi genitori stroncati dal colera, nelle colonie britanniche in India. Al suo ritorno in Gran Bretagna viene mandata a vivere dal burbero zio materno, Lord Archibald Craven (Colin Firth), che abita in una lugubre tenuta: affidata alle cure di Mrs Medlock (Julie Walters), la governante, scopre ben presto come le sia vietata l’esplorazione di gran parte della dimora.

Questo non ferma la sua curiosità, che le permette di conoscere Dickon (Amir Wilson), ribelle fratellino della cameriera Martha (Isis Davis), e di scovare la camera del cugino Colin (Edan Hayhurst): orfano di madre, apparentemente affetto da una disabilità motoria, il ragazzo non è mai uscito dalle sue quattro mura. Esplorando la casa e soprattutto le sue vicinanze, Mary scoprirà l’esistenza di un giardino segreto, grazie al quale riuscirà a far tornare a galla verità e sentimenti sopiti che riguardano la sua famiglia.

Il giardino segreto

Una sceneggiatura con troppi buchi

La realizzazione dello script de Il giardino segreto è affidata a Jack Thorne, già autore al cinema di Wonder ed Enola Holmes e in televisione di 12 episodi di His Dark Materials – Queste oscure materie, adattamento dei romanzi di Philip Pullman. E proprio la sceneggiatura è uno dei punti deboli del film: tutto, nell’ora e quaranta di durata, resta sempre in superficie, senza mai scavare a fondo. Vengono introdotti piccoli spunti qua e là, mai davvero ripresi e approfonditi, e l’unica cosa più o meno cristallina, per la quale si può individuare un inizio e una fine, risulta la crescita personale della piccola protagonista – d’altronde siamo di fronte a un racconto di formazione -, rispetto alla quale tutto il resto appare come un inutile contorno.

Per tutto il resto, s’intende, si parla dei personaggi: Il giardino segreto è un film che fa davvero molto affidamento su di loro vista la fragilità della vicenda narrata, che ascrivendosi al genere coming-of-age è strettamente legata alla psiche della protagonista, tanto che proprio da loro dipende l’intera riuscita della pellicola. E la loro debolezza, che deriva da quella della sceneggiatura, finisce per compromettere irrimediabilmente la visione: è impossibile affezionarsi a Mary, Colin, Dickon o agli altri perché nessuno di loro trasmette qualcosa. Non solo non dialogano con lo spettatore, ma non sembrano farlo nemmeno tra di loro: i loro discorsi sembrano (e sono) nati dalla lettura di un copione, il che è decisamente un esempio di ciò che al cinema non dovrebbe succedere.

Colin Firth

Inutile dire come, in quest’ottica, attori come Colin Firth e Julie Walters siano completamente sprecati: non solo la sceneggiatura non offre spunti di alta recitazione, ma le loro parti sono così poco consistenti da far sparire la loro performance su uno sfondo già di suo vacuo. Già meglio Dixie Egerickx, chiaramente ancora acerba e sicuramente penalizzata a sua volta dalla scrittura della parte: la regia la mette sul piedistallo e lei riesce a reggere il gioco della macchina da presa, salvando quantomeno i giochi di inquadrature e montaggio che puntano a trasmettere la sua solitudine e altre delle sue emozioni.

Finto come Il giardino segreto

E poi, c’è il giardino. Questo posto segreto e meraviglioso, che Mary scova durante le sue esplorazioni della tenuta. Un luogo che sembra troppo bello per essere vero, e in effetti è interamente fatto in CGI: è così evidente che sia posticcio da sembrare quasi una rappresentazione onirica. Neanche l’eventuale scusa di filtrarne la visione attraverso gli occhi di un bambino funziona, perché non ha nulla di davvero magico e coinvolgente: è solo finto, con una chiara volontà da parte del regista di puntare sull’opulenza di questo giardino come fulcro del film.

Il giardino segreto

Scena sì, quindi: che piaccia o no, il giardino ha un impatto visivo non indifferente. Emozioni, ecco, quelle proprio no: sebbene il luogo giochi un ruolo chiave nella vicenda, non c’è nemmeno un briciolo di sentimento che traspare da lì o dalla sua interazione con i già menzionati debolissimi protagonisti. Ecco quindi che si perde di vista quello che dovrebbe essere il focus de Il giardino segreto – la magia di scoprire il mondo da bambini, pur costruendosi la capacità di far fronte alle difficoltà della vita in maniera “adulta” -, a favore di una forma che, a conti fatti, non solo non giova alla causa del film, ma ne affossa completamente le intenzioni.

La sensazione allo scorrere dei titoli di coda, insomma, è quella di aver ascoltato un discorso sull’autobus: lì per lì si sta a sentire e, non avendo nulla di meglio da fare, magari ci si appassiona, ma tornati alla propria realtà ce ne si dimentica quasi subito. E non se ne sente la mancanza.

Nasco in un soleggiato mercoledì a Milano, in contemporanea col trentesimo compleanno di Cristina D’Avena. Coincidenza? Io non credo: le sue canzoni sono un must nella mia macchina, e non è raro vedermi agli incroci mentre canto a squarciagola. Altri fatti random su di me: sono laureata in cinema, sono giornalista pubblicista, ho dei gusti musicali che si prendono tragicamente a pugni tra loro, adoro la cultura giapponese, Mean Girls è il mio credo e soffro ancora di sindrome da stress post-traumatico dopo il finale di Game of Thrones.