Chi ha bisogno del mago Merlino?

Le vicende che raccontano le gesta di Re Artù, Camelot, e la spada di Excalibur sono state sviscerate in moltissime maniere diverse nel cinema e nella letteratura. Quando Warner Bros annunciò di lavorare ad un film ispirato alla leggenda di Artù e la famosa spada nella roccia, e in seguito ai primi trailer diffusi, la percezione fu quella di voler modernizzare un racconto classico e renderlo quindi un film di puro intrattenimento, cool, qualcosa di frizzante ma poco avvezzo alla solennità del mito da cui trae ispirazione. Un tipo di operazione che spesso e volentieri sfocia nel mediocre, e che ben in pochi avrebbero potuto gestire con successo. Tra questi pochi fortunatamente, c’è proprio il regista del film, quel visionario-ponderato di Guy Ritchie, che ancora una volta, ha dimostrato la versatilità della sua regia e la capacità di plasmare il suo linguaggio cinematografico attorno a qualsiasi tipo di storia.

Basta poco per percepire la cifra stilistica di King Arthur. Il film si apre con un prologo che da subito stordisce lo spettatore con la magnificenza della sua messa in scena. Una gargantuesca battaglia tra le oscure forze magiche dello stregone Mordred e Camelot, il cui trono è difeso dal padre di Artù, Re Uther (Eric Bana), getta senza tanti complimenti sul banco tutte le carte vincenti del film per ciò che riguarda l’estetica della pellicola. Parliamo quindi di una interpretazione originale e brillante del contesto, con fantastici costumi, scenografie, una componente fantasy rude, aggressiva, intrigante, con creature mitologiche impossibili e suggestive, che prende vita grazie ad effetti speciali di ottima fattura e si sposa alla perfezione con la fotografia calda, piena, che si plasma in maniera empatica a seconda del contesto, di John Mathieson (lo stesso de Il Gladiatore e Il Fantasma dellOpera). Il tutto inquadrato attraverso l’occhio di Ritchie, che come al solito si dimostra maniacale nel dettaglio ed estroso nel seguire l’azione, con una telecamera vorticosa che non lesina di “acrobazie” di alcun tipo per restituire la massima dinamicità possibile alla scena, senza mai però perderla di vista. Ecco quindi che il solo incipit può rappresentare di per sé un bignami, un riassunto del linguaggio visivo dell’intero film, prima che esso abbia ancora gettato le proprie basi.

Dopo un’introduzione al fulmicotone quindi, comincia la vera storia, quella di Artù ( Charlie Hunnam), un ragazzetto ribelle all’oscuro del suo passato e delle sue origini, sfrontato, tirato su in un bordello, una canaglia di strada, cresciuto tra i vicoli malfamati di Londinium (una versione antica della capitale inglese) tra truffe, risse e sotterfugi. Emerge così tutta la discontinuità narrativa rispetto alla leggenda letteraria. Le origini di Artù, la monarchia del vile Zio Vortigern (interpretato magistralmente da Jude Law), intento a cancellare dalla faccia della terra la minaccia del pericoloso nipotino, la presenza e la natura della magia nel mondo, tutto è scomposto e ricomposto in maniera originale e meticolosa rispetto agli stilemi classici, imprimendo al setting un’identità unica che non possa far affiorare sensazioni di déjà vu e non assomigli a qualsiasi altro tipo di prodotto dark fantasy degli ultimi anni. Senza però rinunciare a doverosi leitmotiv come il dramma, l’epicità, la dicotomia vecchia come il mondo tra nobiltà d’animo e malvagità.

Un classico archetipo del racconto di avventura che molto spesso deraglia nella stucchevolezza e banalità, ma che anche in questo caso Ritchie dribbla alla grande fondamentalmente giocando tutto su dei toni che non si prendono mai eccessivamente sul serio, con dialoghi e scene pregne di sarcasmo, divertite e irriverenti, che spogliano i celebri protagonisti ed eventi della loro aura aulica, ma che li rende così molto più freschi e digeribili. King Arthur non è però un film totalmente smaliziato e sfacciatamente cinico, anzi, scatena una grande dose di “passione” in molte occasioni, che coincidono spesso e volentieri con l’esplodere dell’azione, surreale, esagerata, fuori scala, così inverosimile che riconcilia il film con la natura più “fiabesca” del suo racconto. Un’azione che arriva sempre al momento giusto, che non è invadente e che riesce comunque ad essere “composta”, senza strafare, pur rompendo qualsiasi argine di verosimiglianza nei combattimenti, tra spade che stridono scintille, improbabili fendenti di Excalibur che spazzano via mezzo plotone e grossi demoni con la falce infuocata. Sequenze in cui entra in circolo l’adrenalina, grazie anche ad una colonna sonora che ricerca nelle note di strumenti antichi tipici del folklore inglese sonorità battenti ed esaltanti. E pur rimanendo un racconto di crescita fantasy e volendo raccontare un percorso piuttosto lungo della vita di questo nuovo Artù, Guy Ritchie riesce con i suoi tipici espedienti a non far mai scendere di giri il ritmo di film, e a sfruttare il suo montaggio alternato tra sequenze parallele per raccontare con efficacia in poche accattivanti scene momenti della trama che altrimenti risulterebbero prolissi, indugiando piuttosto solo dove sia necessario descrivere meglio alcune situazioni, siano esse pianificazioni di imboscate al Re illegittimo, arzigogolate a mo’ di “supercazzola”, in pieno stile Ritchie, sia per tratteggiare meglio alcuni personaggi, come il già citato despota e villain Re Vortigen, invero uno dei pochi personaggi dotati di un po’ di ambiguità e spessore caratteriale, in mezzo ad una pletora di personaggi sicuramente carismatici ma anche abbastanza monocorde.

Verdetto 

Con King Arthur: Il potere della spada, Guy Ritchie non recupera semplicemente una figura storica della letteratura anglosassone per approfondirla, bensì ne trae ispirazione per creare da zero un nuovo eroe del cinema contemporaneo, regalando al pubblico un film autoriale emozionante, divertente e inusuale. Un film capace di trascendere i generi, un cocktail delizioso i cui ingredienti principali sono uno scenario fantasy visivamente intrigante, azione, avventura, epicità e una punta di comicità irriverente, che trasformano la leggenda della Spada nella roccia in un pop-movie pregno di virtuosismi visivi in cui il regista tiene sempre ben salde le redini, non sfociando mai nella cafonata di bassa lega. King Arthur è quindi -per tagliare corto- intrattenimento di alto rango; lineare, privo di introspezione o di una sceneggiatura dai contenuti elevati se vogliamo, ma pur sempre, di alto rango.

 

King Arthur: Il potere della spada – Recensione
8Overall Score
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