Jurassic Island

Warner Bros e Jordan Vogt-Roberts firmano un reboot esaltante e gigantesco, in tutti i sensi.
Dimentichiamoci ciò che sappiamo del franchise King Kong, o meglio mettiamolo da parte, che ci servirà in seguito, e torniamo negli anni ’70 tramite sliding doors cinematografiche che ci catapultano in una realtà totalmente nuova.

Qui, grazie alle prime tecnologie satellitari, una società segreta nota come Monarch scopre l’esistenza di un’isola ancora inesplorata. Viene così mandata una spedizione composta da scienziati, reporter e soldati, ma il loro arrivo in volo a bordo degli elicotteri sarà molto più turbolento del previsto.

Vogt-Roberts non vuole perdere tempo. Ci mette subito di fronte all’evidenza, senza girarci intorno, e ci presenta la terrificante ma al contempo magnifica isola per ciò che è realmente: la terra di Kong e di altre bestie giganti.
In questa sorta di Jurassic Park naturale lo stupore dei protagonisti è pari al nostro, ma qui emerge immediatamente l’abilità del regista, che non cincischia – come nella maggior parte dei film di genere – con il classico studio del territorio, e ci fa invece stringere subito la manona del gigantesco scimmione.
Da qui in poi non si spezzerà mai la tensione narrativa, grazie ad uno script denso, ad un montaggio mirato e a ritmi forsennati.

La scorrevolezza infatti è uno dei punti di forza di tutta l’opera, e l’andatura alterna momenti frenetici a sporadici attimi di calma apparente, che ci fanno ammirare paesaggi suggestivi coadiuvati da una fotografia eccezionale. Fotografie nella fotografia, poi, sono quelle che scatta la bella reporter Mason Weaver (Brie Larson), altrettanto meravigliose così come la scelta di farcele osservare.
Il modo in cui l’intero lavoro del cast tecnico ci fa vivere l’avventura sull’isola è favoloso. Non era facile portare sulla scena un prodotto così senza incappare nel rischio di ripetersi, sia a livello di franchise che di genere, eppure dobbiamo toglierci il cappello di fronte al risultato finale.

La scimmia pensa, la scimmia fa

Detto questo, cerchiamo di volare a bassa quota, non avviciniamoci al sole come farebbe Icaro (tanto per citare Samuel L. Jackson), ma limitiamoci ad osservare l’evidenza.
I bei discorsi fatti sull’adrenalinica foga narrativa restano un elemento chiave. Poi c’è anche altro.
Buona parte del film è una sfida nella sfida, micidiali scontri che garantiscono il proseguimento della catena alimentare: si va dall’uomo contro la bestia, alla bestia contro la bestia, fino all’uomo contro l’uomo. Le legge del più forte è sempre ciò regola la vita e la morte in un luogo simile, ma l’essere umano deve dimostrare che la sua intelligenza è ciò per cui si è evoluto. Ci riesce? In parte. Non tutti gli uomini sono uguali, così come non lo sono tutti gli animali. James Conrad (Tom Hiddlestone) non è Preston Packard (Samuel L. Jackson), e Kong non è come gli altri bestioni che abitano l’isola.
Il King Kong che conoscevamo ha fatto passi da gigante verso un’incredibile evoluzione. Ora resta in piedi come l’uomo; e forse è persino più saggio. Il suo antagonismo con l’enorme mostro strisciateschio che abita l’isola è simile a quello che c’è tra Conrad e Packard, ma in entrambi i casi la legge del più forte ammette un solo vincitore.

In questi continui scontri gli effetti speciali fanno la loro bella figura; a tratti risultano davvero sorprendenti.
Per il resto i richiami e le citazioni si sprecano. Abbiamo già palesato le attinenze con il mondo di Crichton, ma non ci siamo ancora espressi sui riferimenti ad Apocalypse Now. Dall’arrivo sull’isola, in pompa magna con uno sciame di elicotteri, al cielo infuocato con Kong sullo sfondo tutto ricorda il film di Coppola. È un omaggio piuttosto dichiarato.
Ma l’abito in Kong: Skull Island fa decisamente il monaco, grazie ad un sapiente effetto sorpresa. Come detto, Vogt-Roberts sa stupirci, ed allora ti trovi nella stessa situazione dei protagonisti, impiegando dei minuti per capire che quella sorta di smisurato bastone fissato nel terreno non è una canna di bambù, ma la zampa di una formica gigante.
L’avventuroso viaggio alla scoperta di una terra incontaminata (o quasi) provoca entusiasmo proprio perché il prodotto è tirato a lucido, ed il suo look  è davvero di tendenza.

Mettetevi seduti, e godetevi Kong: Skull Island per come si mostra davanti ai vostri occhi. Contemplatene l’estetica, fatevi una scorpacciata di adrenalina. Non ne rimarrete delusi.
E mi raccomando, non alzatevi subito ma aspettate la fine dei titoli di coda.

Verdetto:

Kong Skull Island è un reboot esaltante e gigantesco, in tutte le sue forme.
Il regista Jordan Vogt-Roberts ci sorprende per una serie di scelte, ma in positivo. Questo è film punta molto sul look, e lo fa in maniera sapiente, mirata e mirabile. Nonostante ci troviamo da subito nella pericolosa e magnifica realtà dell’isola, dinanzi allo scimmione gigante ed alle altre enormi bestie che la popolano, l’effetto che si è ottiene è quello di un coinvolgimento totale nell’avventura dei protagonisti. Gli eccezionali scontri uomo vs bestia, bestia vs bestia e persino uomo vs uomo si sviluppano in un contesto estetico perfetto, e supportato da una narrazione fluente ed adrenalinica.
Un fiume di citazioni, poi, fa il resto.
Kong resta in piedi, ma stavolta su due zampe e con la schiena dritta.

Kong: Skull Island - Recensione
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