Emil Ferris ci insegna che non è mai troppo tardi per esordire

Uno dei motivi per cui l’uomo (si) racconta storie fin dalla notte dei tempi, è che poche attività hanno un potere curativo maggiore della narrazione: nonostante lo storytelling stia diventando sempre più una materia da pubblicitari, raccontare e raccontarsi aiuta a risanare il corpo e la mente. La mia cosa preferita sono i mostri è il frutto di un processo di guarigione che parte dal fisico per arrivare all’anima.

L’esordiente Emil Ferris ha cinquantacinque anni e una paralisi totale degli arti inferiori e parziale di quelli superiori a fare bella mostra di sé nella sua anamnesi. A quarant’anni è stata colpita dal virus del Nilo occidentale e durante il processo di recupero delle funzioni motorie ha deciso di esercitarsi a disegnare quello che, sei anni e settecento pagine dopo, sarebbe diventato il suo primo graphic novel, diviso in due volumi per comodità, di cui Bao Publishing ha portato in Italia la prima parte, mentre la seconda è in arrivo negli States questa estate.

Senza gabbie, solo cornici

Tra i motivi per cui La mia cosa preferita sono i mostri è diventato un vero e proprio caso editoriale, il più visibile è la straordinarietà della tecnica usata dalla Ferris, madre single e illustratrice freelance: quello che vi trovate tra le mani è un romanzo per immagini realizzato interamente con penne a sfera colorate, al ritmo di una pagina ogni due giorni (il lettering originale, realizzato con un pennarello sottile, è stato sostituito con la traduzione italiana intervenendo nella maniera meno invasiva possibile, operazione non facile, ma non avevamo dubbi che i tipi di Bao potessero riuscirci in maniera eccellente). Sviluppato come se fosse il blocco per gli appunti della protagonista, tra queste pagine la Ferris scompone le regole del fumetto come potrebbe fare uno chef con un tiramisù, lasciandovi però, a differenza degli esperimenti di cucina destrutturata, con un completo senso di appagamento visuale e cerebrale. Che si tratti di tratteggiare la mostruosità umana o di restituire agli occhi del lettore le mille diverse texture che compongono le opere d’arte conservate all’Istituto d’Arte di Detroit, come L’Incubo di Füssli, Emil Ferris non si lascia limitare dalle righe del quaderno su cui la storia è disegnata. Nessuna rigida gabbia pone un freno grafico alle immagini – spesso sinestetiche – che danzano nella sua mente, siano cantine che odorano di surrealismo, cucine e cortili che sanno di impressionismo, o brownie hippie che ricordano il patchouli e i quadri di Salvador Dalì (se fossero fatti di cioccolato).

La paura dei mostri come specchio dell’attualità

Ma oltre a essere illustrato con cura, attenzione e dedizione, La mia cosa preferita sono i mostri è anche sostenuto da un corposo intreccio di storie che sfruttano l’arte, la mitologia e l’immaginario horror dei B-movie per arrivare alla Storia.

Nata dall’immagine di una ragazza mannara lesbica avvolta nell’abbraccio protettivo di un ragazzo mostro-di-Frankenstein transgender, l’opera affronta un ampio spettro di tematiche importanti che hanno tutte a che fare con la paura del diverso e con l’impossibilità nella vita vera di identificare realmente i mostri, tra le sfumature di un comportamento umano dall’etica oscillante.

Emil Ferris sfrutta i riferimenti autobiografici della sua infanzia a Chicago e installa sopra ai ricordi personali una storia che fonde mistery e cronaca di guerra – non a caso questo graphic novel è stato spesso paragonato a Maus di Art Spiegelman – riuscendo contemporaneamente a raccontare la preadolescenza femminile con tutti i suoi orrori.

Sono infatti le donne a guidare la narrazione: non solo la piccola Karen, ragazza lupo che preferisce nascondersi sotto le spoglie di un mostro da film horror anziché affrontare il mondo e mano che tratteggia la storia sui suoi quaderni, ma anche la sua Mama, con tutta la sua resilienza – altra parola di moda negli ultimi tempi, insieme a storytelling – e la bellissima Anka, che ha l’aspetto e l’odore del colore blu e che avrà il duro compito di portare l’olocausto dentro questa storia.

La mia cosa preferita sono i mostri è un volumone non solo per la quantità di pagine da cui è composto, ma anche per la quantità di mondo che tra queste pagine trova posto; una storia intima ma in cui ogni lettore può riscoprire un pezzo di sé, come un mostro di Frankenstein in cui pezzi diversi vengono cuciti insieme con un filo sottile ma resistente.

la mia cosa preferita sono i mostri recensione

Verdetto

La mia cosa preferita sono i mostri è un esordio sorprendente per la tecnica di illustrazione, per la forza sovversiva dell’uso dello spazio e per la capacità di portare alla luce una storia attuale e temi pressanti sfruttando sia il linguaggio pop che riferimenti artistici e mitologici. Come Art Spiegelman, anche Emil Ferris è riuscita a usare il suo graphic novel per veicolare e analizzare la Storia.

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