La profezia dell’armadillo è un vademecum per prendersela nel…

Dopo circa 800mila copie vendute e 9 graphic novel, il fenomeno Zerocalcare compie l’inevitabile passaggio da un medium all’altro, e lo fa nella maniera più reboante possibile: un lungometraggio per il grande schermo, che ovviamente non poteva che avvenire con La profezia dell’armadillo, prima opera del fumettista aretino di nascita e romano d’adozione.

Il rischio alla base di un’operazione simile viene da sé. Come ogni adattamento cinematografico, che sia da un libro, un fumetto, un videogioco o quant’altro, c’è sempre una fanbase pronta con il repellente e la lente clinica a fare le pulci al risultato finale. Nel caso di Zero poi, visto il numero di copie vendute, era facile intuire le proporzioni di tale rischio.

 

Un progetto piuttosto complesso quindi, sul quale mettono le mani in tanti (troppi), a partire dallo stesso autore Michele Rech (Zerocalcare, appunto, per chi non lo sapesse) e Valerio Mastandrea, ma anche Johnny Palomba e Oscar Glioti, per la regia di Emanuele Scaringi, al suo primo lungometraggio.

La storia è quella di Zero (Simone Liberati), giovane disegnatore che vive nel quartiere romano di Rebibbia, e che cerca di sfondare nel campo del fumetto mentre si guadagna il pane con lavori saltuari e dando ripetizioni “sbagliate” al giovane Blanka, un ragazzino di Roma Nord, assicurandosi che vada male per mantenersi la paga. A casa lo aspetta sempre l’armadillo (Valerio Aprea), suo alter ego e “coscienza” (si fa per dire…), qui raffigurato volutamente kitsch e visivamente fastidioso, nonché unico pseudoanimale presente a fronte della moltitudine di ibridi apprezzati sulle graphic novel.

Il vero compagno di merende del protagonista è Secco (Pietro Castellitto), amico d’infanzia e cresciuto con lui a Rebibbia, sebbene totalmente diverso da Zero. È un tipo bislacco, assuefatto dallo spray al peperoncino e che la sera si porta l’acqua da casa nei locali, ma questo personaggio rappresenta uno dei punti di forza del film. Sul grande schermo la coppia Zero-Secco è affiatata come lo sono davvero gli amici di una vita, di carattere opposto ma complementari e sempre coesi.
Un plauso qui va di sicuro a Castellitto Jr., coi suoi occhi a palla e le sue espressioni folli ma sempre puntuali che assicurano la risata al momento giusto: la spalla perfetta per il protagonista Zero, ansioso, oculato a riflessivo ma anch’egli in grado di farci sorridere quando perde la testa.

Nonostante le differenze col graphic novel, l’asse Zero-Secco incarna buona parte della sua anima e nelle loro discussioni, così come in quelle con Blanka, emerge quel complesso equilibrio emozionale fatto di disagio ed ironia, satira e realismo, riflessioni e quotidianità, e tanta malinconia.

Proprio la malinconia è affidata ai flashback che fanno da frangiflutti all’episodio centrale della storia, ovvero la scoperta della morte di Camille, amica d’infanzia e adolescenza di Secco, Greta (Diana Del Bufalo) e Zero, e amore mai rivelato di quest’ultimo.

Purtroppo le sequenze narrative con i nostri giovani eroi sono un po’ il punto debole dell’opera, e nonostante qualche momento provi a stringerci il cuore, non riesce mai a farlo come dovrebbe, perdendosi poi nel ritorno alla contemporaneità e a quel racconto di tutto e niente che sembra essere l’adattamento di Scaringi col passare del tempo.
Anche la rappresentazione di Roma e del contesto ambientale, sempre così importante nell’opera cartacea, viene qui affidata a poche semplici battute dei protagonisti e ad infinite panoramiche dall’alto con musica di sottofondo, utilizzate dal regista quasi ad ogni cambio di scena, ma prive di senso figurativo o simbolico e – se vogliamo – persino scenografico.

A salvare un po’ la baracca – oltre a qualche sporadico dialogo piuttosto divertente o, per esempio, un fantastico cammeo con l’ex tennista Panatta – troviamo qualche raro e brillante momento carico di quel pathos psicanalizzabile della generazione che racconta, esplicitato nella scena del funerale di Camille. Momenti che però non fanno altro che lasciarci ulteriormente l’amaro in bocca poiché quei guizzi mostrati da Scaringi non hanno avuto la giusta continuità nei 100 minuti di proiezione, e si sono persi all’interno di un racconto grigio e confuso. Probabilmente sono stati in troppi a metterci le mani e la già difficile trasposizione ne ha risentito in termini di coerenza.
Lo spirito di Zero c’è ed è salvo, seppure solo in parte, ma ad un racconto per il grande schermo serve anche altro.

la profezia dell'armadillo

Verdetto

Zerocalcare diventa grande e arriva al cinema. Il suo primo lavoro, La profezia dell’armadillo, è ora un film (presentato al 75° Festival di Venezia e nelle sale dal 13 settembre) diretto da Emanuele Scaringi e sceneggiato da Zerocalcare, Valerio Mastandrea, Johnny Palomba e Oscar Glioti: probabilmente troppe mani per un adattamento già molto complesso in partenza.

Scaringi & co. rendono bene sotto certi aspetti le atmosfere dell’opera, che è eccezionale nel mantenere l’equilibrio emozionale fatto di disagio ed ironia, satira e realismo, riflessioni e quotidianità, e tanta malinconia, ma si perde nel fulcro del racconto, il lutto dell’amica Camille, tra flasback tediosi ed infinite panoramiche della città, scaturendo un senso di confusione che lascia l’amaro in bocca.

 

Se vi piace la Profezia dell’Armadillo…

Vi consigliamo di recuperare la graphic novel, così come le altre opere di Zerocalcare. Tra le varie, ci sentiamo di suggerire anche Kobane Calling, che mantiene lo spirito dell’autore ma ci racconta la particolare esperienza di Michele nel territorio di guerra di Kobane, al confine turco-siriano.

La profezia dell'armadillo – Recensione del film
6.2Voto
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