Stephen Chbosky è un nome assai difficile da pronunciare, che ricolleghiamo immediatamente a un titolo specifico, quello del suo romanzo d’esordio, The perks of being a wallflower, scritto nel 1999 e uscito in Italia prima come Ragazzo da parete e poi come Noi siamo infinito, quando nel 2013 è uscito l’omonimo film – peraltro sceneggiato e diretto dallo stesso Chbosky.

amico immaginario

L’amico immaginario è il suo secondo romanzo autoconclusivo, appena uscito per Sperling & Kupfer nella traduzione di Chiara Brovelli. Sono passati vent’anni dall’uscita di The Perks of Being a Wallflower, un enorme caso editoriale che secondo il New York Times veniva passato di mano da adolescente a adolescente “come una patata bollente”. Negli Stati Uniti, assai più puritani di quanto le sfavillanti luci hollywoodiane vorrebbero farci credere, il successo del romanzo diede il via a una forte controversia. Si trattava di un’opera epistolare parzialmente autobiografica, in cui il protagonista Charlie parla senza senza troppi fronzoli di sesso adolescenziale, abuso di alcol e droghe. Chbosky non ha mai nascosto l’influenza che hanno avuto su di lui classici della letteratura americana come Il giovane Holden – che ai suoi tempi venne messo al bando – e di Francis Scott Fitzgerald che, le cui pagine annegano in costosissimi cocktail e sfrenato edonismo.

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Alla visione del mondo di Chbosky si sovrappongono altri due filtri; il primo è quello di un’educazione cattolica e l’altro è la letteratura di genere, con le sue infinite possibilità immaginative. Fin dalle prime pagine, L’amico immaginario rimanda alle atmosfere cupe di Stephen King e del Joe R. Lansdale più eticamente coinvolto, quello che fa tremare il lettore non per il brivido del mistero, ma per l’orrore interiorizzato dell’essere umano. L’amico immaginario è un romanzo horror, eppure, stranamente, il senso dell’orrore si mitiga man mano che nella vita dei protagonisti si fanno largo gli elementi soprannaturali. L’atmosfera tetra e pesante si sgonfia nel momento in cui il male si concretizza, e diventa una forza sì potente e spaventevole, ma anche distinguibile e altra rispetto all’uomo. Il mostro sotto al letto fa molta meno paura del mostro nei nostri panni.

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L’amico immaginario ha inizio col primo giorno della nuova vita di Christopher e Kate. Fino ad allora non se la sono passata bene; sono passati pochi anni da quando Kate ha trovato il marito morto suicida nella vasca da bagno, e da allora ha passato un brutto periodo e il suo giudizio in fatto di uomini ne ha profondamente risentito. Lei e Christopher stanno scappando da Jerry, il suo ultimo ragazzo, un alcolizzato che per la prima volta si è dimostrato violento – e a Kate tanto è bastato per balzare in macchina col figlio e partire senza voltarsi indietro. Christopher ha undici anni e seri problemi di apprendimento. È dislessico, ha difficoltà con la matematica, a fare amicizia è una frana. Lui e Kate approdano a Mill Grove, una cittadina della Pennsylvania, e con un po’ di sforzi e tanta fortuna, alla fine le cose sembrano aggiustarsi. Kate trova lavoro in una casa di riposo, Christopher riesce a farsi un amico a scuola. Ma Mill Grove ha un segreto antico, che comprende un bambino scomparso cinquant’anni prima, il bosco dietro casa di Christopher e Kate, stuoli di cervi.

Capita che un giorno Kate faccia tardi quando deve andare a recuperare il figlio alla fine delle lezioni, e Christopher inizia a vedere qualcosa nelle nuvole che gli ricorda un volto gentile. Mosso da un istinto che neanche lui comprende, si allontana dalla scuola e si intrufola nel bosco. Rimarrà lì una settimana, per riemergerne illeso e affamato e quasi senza ricordi di quanto sia avvenuto nel bosco. Kate all’inizio è sollevata, ma presto inizia a preoccuparsi, perché Christopher è cambiato; i suoi problemi di apprendimento sono scomparsi, ad ogni compito prende il massimo dei voti. Ha una strana febbre che non va mai via del tutto, un incontrollabile prurito che si trasforma in un’epidemia, e sembra sempre nasconderle qualcosa. E com’è giusto che accada, poco a poco il mistero si dipana, passando attraverso i compagni di scuola di Christopher, i loro genitori, e altri cittadini di Mill Grove. Il meccanismo della trama si allarga moltissimo, prima di restringersi nel finale.

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Questo romanzo parla di molte cose, e le tematiche profonde non si esauriscono nel mistero dell’uomo gentile che sorride a Christopher dalle nuvole. Chbosky sottolinea l’importanza del nucleo famigliare come imprescindibile plasmatore dell’individuo, un brodo primordiale che fornisce le prime sostanze nutritive. Si vede nel rapporto idilliaco tra Christopher e Kate, in contrasto con difficoltà con cui alcuni personaggi secondari si rapportano ai loro genitori – alcuni dei quali, a loro volta, figli di padri e madri difficili, in un circolo vizioso che può essere spezzato solo da un grande atto di coraggio.

Traspare una fortissima tensione tra bene e male, come due forze opposte – che difatti si osteggiano dall’alba dei tempi – che si scontrano usando gli abitanti di Mill Grove come pedine su una scacchiera. La visione cristiana di Chbosky si riflette in questa dicotomia assoluta; il Male è una forza senziente che intrappola le anime dei viventi in una rete di istinti egoistici e malevoli, e che è tanto più forte quanto si fa flebile la speranza. Difficile dirsi se la visione di Chbosky sia consolatoria – se si illuda sulla natura dell’uomo come fondamentalmente pura e buona – o se non possa tutto sommato avere ragione, perché è vero che la malvagità viene da un errore di fondo, da una mancanza alle fondamenta dell’individuo, una ferita che non si è in grado di guarire nel momento in cui viene inferta.

Leggere L’amico immaginario fa ripensare a Stephen King, e non soltanto per il genere del romanzo – anche perché, se dovessimo fare un raffronto tra il coefficiente dell’orrore di King e Chbosky, la differenza risulta abissale. Chbosky ha parlato del male attraverso punti di vista variegati per genere ed età, tutti interconnessi tra loro da relazioni di parentela, amicizia o rivalità.
Molti dei personaggi sono ragazzini, Christopher e la sua banda di amici, il bulletto della classe, la bambina che gli dà manforte. Di qualche anno più grande Mary Katherine, volontaria nella casa di riposo in cui lavora Kate, angosciata dal senso di colpa che le hanno instillato i genitori ultracattolici. Buona parte delle sfide sono combattute da adolescenti e preadolescenti. È la stessa scelta compiuta da Stephen King in It e in Stand by me, da John Ajvide Lindqvist in Lasciami entrare, dagli sceneggiatori di Stranger Things.

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L’età di mezzo tra l’infanzia e l’età adulta è una frontiera privilegiata nella letteratura di genere; da un lato c’è un mondo infinito di possibilità immaginative, un universo in cui tutto ciò che si può pensare è plausibile. La presa di coscienza dei limiti deve ancora arrivare, e durante la giovinezza quei limiti sono malleabili, negoziabili. Christopher e i suoi amici si trovano sulla linea di demarcazione. Fanno branco, diventano un gruppo, riflettono in termini di missioni. Pensano a se stessi come a dei piccoli Avenger. La squadra viene mitizzata e diventa una famiglia alternativa a quella di nascita. Il primo gruppo scelto autonomamente, non per semplice prossimità, ma anche e soprattutto perché sono affini. Christopher e i suoi amici compongono una banda di perdenti – Ed è grasso e prende voti pessimi, Mike e Matt sono figli di una coppia lesbica – che cercano rifugio nella reciproca compagnia, accomunati prima di tutto dalle proprie insicurezze.

Difficile dire con L’amico immaginario Chbosky sia riuscito a ottenere esattamente quello che voleva; si tratta di un romanzo godibile e scorrevole, che scatena soprattutto all’inizio una forte carica emotiva, – peccato che verso il finale l’azione diventi frenetica e ripetitiva. C’è da dire che il lato paranormale non sempre viene gestito nel modo più efficace; non perché la dicotomia bene-male sia una diatriba superata o perché l’uso della mitologia cristiana non possa dirsi interessante se ben sfruttata, tutt’altro. La sensazione che rimane è di un male che si muove secondo logiche che neanche Chbosky ha approfondito; non è il cristianesimo a non convincere, quanto un funzionamento del sovrannaturale claudicante. In certi punti gli orrori fronteggiati da Christopher sono inquietanti quasi quanto le mutazioni che Joe R. Lansdale dipinge nel suo capolavoro, La notte del drive-in. La capacità immaginativa di Chbosky non è in discussione, e tuttavia il romanzo ne avrebbe giovato se avesse dato maggiore spazio alla mitologia che lui stesso si è scelto – la sua religione. Il cristianesimo abbonda di simboli e leggende, sarebbe stato interessante averne più di un assaggio.

Tutto il resto funziona. Chbosky racconta la provincia americana con tutte le sue ipocrisie, e insieme sottolinea i lati peggiori degli Stati Uniti, coi suoi egoismi sfrenati e il suo folle individualismo. La maggior parte dei personaggi cammina su una scala di grigio, altri tendono a una bontà così perfetta che se non fosse che esistono davvero persone così, risulterebbero incredibili.

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