Iniziamo a tirare le somme di questo anime sino-giapponese distribuito da Netflix, in attesa della seconda parte.

Juushinki Pandora, questo il titolo originale traducibile in “Macchina celeste Pandora”, risulta molto più eloquente della sua versione inglese Last Hope: ci troviamo infatti davanti ad un anime appartenente al genere mecha sci-fi, dunque i robot comandati internamente da piloti dominano le scene d’azione insieme ai loro nemici.

Questi sono accomunati dalla tecnologia che utilizzano, sviluppatasi in questo mondo in rovina. Infatti, ci troviamo in una Terra devastata dallo scoppio di un reattore quantico, nuova fonte di energia che, esplodendo, ha causato la quasi completa distruzione della civiltà umana e la rapidissima evoluzione delle specie animali, ora divenute un misto tra forme di vita biologiche e meccaniche e definite B.R.A.I.

Leon Lau è uno degli scienziati che si occupava di gestire e studiare il reattore e, come conseguenza dei suoi errori, era stato esiliato al di fuori della città di Neo Xianlong, ma dopo una battaglia contro due BRAI particolarmente grossi, viene richiamato insieme alla sorellina Chloe dal sindaco della città, che gli propone di combattere le creature con una squadra di difesa specializzata nella guida dei M.O.E.V., macchine che la squadra Pandora utilizzerà sfruttando la forza dell’hyperdrive, una sorta di motore quantico che sfrutta l’energia multidimensionale tramite il corpo del pilota della macchina, pur non conoscendone ancora bene la pericolosità.

Last Hope ha dunque tutti gli elementi di una serie sci-fi e sembra voglia farseli bastare.
Seppur la prima parte sia composta dai canonici 13 episodi, non si vede niente di particolarmente diverso da altre opere dello stesso genere. I personaggi, infatti, sono piuttosto basilari, poiché quasi tutti riprendono stereotipi già visti: lo scienziato preso esclusivamente dalle proprie ricerche (tanto da parlar da solo e non accorgersi di dove mette i piedi); la ragazzina loli; la donna in posizione di comando dalle notevoli qualità (e no, non ci riferiamo alla sua intelligenza); il membro della squadra un po’ farfallone, dedito all’alcolismo ma misterioso… Insomma, il solito assortimento di caratteri un po’ ritrito, che inizia a distinguersi solamente dopo 5-6 episodi, quando si comincia ad esplorare il loro passato e ciò che li spinge a combattere per la sopravvivenza.

I primi episodi risultano perciò piuttosto lenti, seppur concentrati sul protagonista e il suo ruolo, poiché i dialoghi mancano di spiegazioni più dettagliate nel tentativo di creare mistero attorno alla sua figura e a ciò che accade al di fuori di Neo Xianlong.
Leon si trova al centro dell’intreccio e sembra che non si possa fare a meno di far convergere tutti i personaggi su di lui, pur avendo le stesse qualità (se non addirittura maggiori) per poter risaltare sugli altri: in particolare la mercenaria Queenie, con un background tragico che la porta a nutrire un desiderio di vendetta che fatica a placare, e la “principessa” Cecile, ridotta ad essere oggetto di inquadrature ridicole da fanservice, di cui si potrebbe benissimo fare a meno.

last hope

I personaggi comunque possono ancora avere del potenziale nascosto da rivelare nella seconda parte, mentre la natura dei BRAI e il design dei robot sono ormai chiari, grazie ad una CGI usata principalmente su di essi. Purtroppo, solo i BRAI ricevono la giusta cura dei dettagli, mostrando molto bene le componenti meccaniche mescolate con i loro corpi, mentre i robot hanno un aspetto meno studiato, senza particolarità che li distinguano da altri mecha più famosi (il che è un peccato se si considera che il loro designer è lo stesso di anime come I cieli di Escaflowne e Aquarion, Shoji Kawamori). Inoltre, la CGI risulta troppo invasiva, evidenziando lo stacco tra gli oggetti e lo sfondo, che invece è ben strutturato: da una parte, una città futuristica perennemente illuminata da luci al neon, nella quale tuttavia persistono ancora elementi tradizionali dal gusto cinese, come lanterne, insegne, edifici, abiti, cibo; dall’altra, il mondo esterno ad essa, in cui si nascondono i BRAI tra le rovine dell’umanità.

Questi fattori, però, ancora non bastano per rendere Last Hope davvero degno di essere visto. Pur avendo tutto ciò che caratterizza il genere mecha sci-fi (grida di battaglia, macchine che si trasformano in robottoni, inquadrature che sottolineano l’epicità degli scontri, tecnologie avanzate, ecc.), l’anime manca di qualcosa: il comparto tecnico non è dei migliori (oltre all’abuso di CGI; le animazioni talvolta sono di scarsa qualità e spesso non rendono bene le reazioni dei personaggi insieme al doppiaggio); la musica scelta non è abbastanza entusiasmante e sembra rendersi necessario un elemento sorpresa, per ora dato solo da alcuni colpi di scena poco eclatanti, o di una qualche novità che possa conferire originalità a generi e tematiche già ampiamente affrontati in altre sedi. Questa potrebbe essere il potere multidimensionale dell’hyperdrive, ancora quasi sconosciuto e che si spera verrà quindi approfondito nella seconda parte, ma ancora non possiamo saperlo.

Verdetto

Questo finale mid-season, insomma, lascia un po’ interdetti sul voler proseguire o meno la visione di questa serie, che forse non ha ancora rivelato tutto quel che ha da dire e sta semplicemente risentendo dei tempi di sceneggiatura. L’ultima speranza, così come vuole il titolo, è che l’intreccio porti a scontri e relazioni tra i personaggi più elaborati e ad una conclusione che non lasci nulla in sospeso, mentre insieme alla squadra di Leon scopriremo se il “vaso di Pandora”, ovvero l’hyperdrive, contiene il segreto per la salvezza o la distruzione definitiva dell’umanità.

 

Se avete apprezzato Last Hope…

Allora dovete assolutamente recuperare Neon Genesis Evangelion, un classicone che non potrà non piacervi, e I cieli di Escaflowne, dello stesso designer di Last Hope.

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