La scatola di mattoncini più grande del mondo

LEGO ormai è un marchio multimediale che abbraccia diverse formule, da quella cinematografica fino al fumetto e ai libri, caratterizzato dalla onnipresenza dei classici mattoncini, gli stessi che ci hanno fatto sognare da bambini e imprecare da adulti quando li abbiamo calpestati nella notte…

Non poteva mancare all’appello la serie di videogame dedicata al franchise, e infatti sono anni che vediamo arrivare sugli scaffali capitoli su capitoli di giochi dedicati all’Universo di costruzioni. La cosa sorprendente è che finora la produzione era basata su blasonate reinterpretazioni di personaggi importanti (vedi Lego Batman o Lego Star Wars) e nonostante l’avvento e il successo di Minecraft e cloni, nessuno lassù in Danimarca aveva mai pensato di fare un gioco con i mattoncini basato sulla costruzione.
Finalmente questa idea è stata realizzata e il risultato è Lego Worlds, che in questi giorni approda su Switch, dopo essere stato pubblicato anche sulle altre console e sul PC (e noi l’avevamo già recensito).

La vera domanda è, come sempre: cosa ci ha guadagnato e cosa ci ha perso nella conversione?
Seguiteci, mentre montiamo un pezzo alla volta questa recensione!

Tutorialized

Il gioco si presenta con due importanti modalità di gioco: la variante Storia e il Sandbox. Su suggerimento della voce fuori campo che ci accompagnerà durante le nostre sessioni di gioco, è bene iniziare con la modalità Storia, che – come dice  la parola stessa – cerca di raccontare una serie di avventure a discapito del nostro avatar Lego, rappresentato da un astronauta alla deriva nello spazio.

A causa di un’avaria del nostro razzo siamo costretti a mettere piede sul primo pianetucolo che ci si para davanti, con l’idea di raccogliere risorse per aggiustare il nostro mezzo di trasporto e andare in un altro mondo. Perché questo succeda non ci è dato saperlo, ma pazienza, alla fine non è che stiamo leggendo un romanzo di Boris Pasternak!

Da questo momento in avanti, parte un enorme tutorial che ricopre l’intera modalità storia, mettendoci di fronte a task più o meno complicati. I primi stage sono davvero minimali e servono a farci padroneggiare con i tool a nostra disposizione, uno dopo l’altro. Si inizia con quello per sbloccare le piccole costruzioni preassemblate che ci sono in giro per l’area, così da salvarle nel nostro archivio e poterle tirare fuori ogni volta che abbiamo voglia di montare un quadrifoglio gigante nel bel mezzo della spiaggia o dei coralli viola sul Vulcano.
Man mano che si va avanti, si sbloccano gli altri tool, tra cui l’inventario, il Built tool (che serve a costruire mattoncino per mattoncino), il paint tool per ricolorare le costruzioni e gli immancabili deformatori di superfici, per terraformare, o meglio Lego-formare il piano di gioco.

Dopo pochi stage a tema diverso (il mondo dei pirati, il mondo delle caramelle, il vulcano, etc etc) avremo il vero potere nelle nostre mani: la possibilità di plasmare il mondo a nostro piacimento, distruggendo (che è la cosa che si fa prima perché è divertente e immediata) e poi ricostruendo tutto da capo (che è la cosa che ci porterà via più tempo).

Nel corso della storia poi abbiamo la possibilità di interagire con animaletti di plastica e altri personaggi Lego per ricevere le informazioni necessarie a portare a termine una quest. Questi piccoli compiti di solito hanno uno scopo assolutamente didattico: costruisci un determinato edificio, consegna un oggetto in particolare, crea una decina di cavalli o uccidi un paio di zombi, e la ricompensa di solito sono dei pezzi per impreziosire l’inventario, dei mattoncini dorati per migliorare il nostro rank e la possibilità di poter scansionare il nostro quest-giver per farlo entrare nel nostro archivio personale.
Purtroppo la gestione delle quest è spesso confusionaria, con le varie propedeuticità non ben specificate. Talvolta ci siamo trovati a girare alla ricerca di un certo oggetto per poi scoprire che prima dovevamo sbloccarne un altro su un altro mondo…

Poi c’è da fare una seconda considerazione: sparpagliate in alcuni mondo ci sono delle grotte e dei labirinti, pieni di nemici ma con un buon bottino da racimolare alla fine. Sembra bello, finalmente un po’ di azione, magari facciamo fuori tutti a suon di spadate o con una lancia infuocata, o alla vecchia maniera, a pugni in faccia (pugni lego, però, cruelty free!). Ed effettivamente le prime volte ci siamo messi davvero a compiere le missioni come se ci trovassimo in un Dark Souls qualsiasi, per poi realizzare una cosa ovvia: chi se ne frega di combattere se posso scavare un fosso direttamente sul forziere? Perché affannarmi a esplorare, su e giù per un dungeon, quando posso appianare le colonne e far sparire i muri? Insomma, è questo il problema di essere DIO all’interno di un videogame: il livello di difficoltà si azzera, praticamente… E sembra quasi di barare.

Castello di Sabbia

Una volta che si raggiunge l’agognata fine della modalità Storia, ci si pone una domanda: What For? Insomma, abbiamo passato un bel po’ di ore a farmare oggetti, minicostruzioni, personaggi, a salvarli nel nostro zainetto multiuso ed anzi ci siamo impegnati per averne il maggior numero possibile, perché non vedevamo l’ora di affrontare la modalità totale, quella del divertimento Lego definitivo: il Sand Box.

Vi confessiamo che pensavamo che questo tipo di opzione fosse strettamente correlata alla Storia, così che quel che si sbloccava da una parte compariva nell’altra. E invece no!
La modalità Sandbox è completamente avulsa dal resto del contesto: una volta attivata, è tutto molto immediato. Si sceglie un mondo, random o creato secondo i nostri parametri per dimensione, tipologia e ambientazione e si viene catapultati sulla sua superficie con l’inventario completamente sbloccato, dal primo all’ultimo pezzo di lego, costruzione, personaggio o veicolo. D’altronde questa modalità era un add-on aggiunto in un secondo momento durante la vita del gioco su PC e le altre console e che è stato inserito nella versione finale per Switch.

La cosa più straniante è stata venire a patti con il fatto che potevamo fare tutto e alla fine non facevamo niente. Insomma, avevamo di fronte un mondo caraibico enorme, 200×200 (il più grande che si può creare), tutti i mattoncini che volevamo, anche un bel po’ di costruzioni prefabbricate e nonostante tutto non ci veniva voglia di fare niente. La modalità Sandbox, come primo impatto, può sembrare totalmente pointless.
Dopo questo momento di smarrimento, abbiamo iniziato a credere un po’ di più in questo gioco, sperando di ritornare bambini quando con una scatola da cinquanta pezzi spaiati riuscivamo a mettere in piedi astronavi, case e automobili senza ruote.

Effettivamente il gioco ci dà completa libertà di costruire bar ricavati da una conchiglia gigante, giraffe deformi con un castello sulla schiena e così via. Ci siamo divertiti a dare sfogo alla nostra fantasia, fin quando però tutto il divertimento non è un po’ scemato, sostituito dalla domanda: Cosa sto facendo? Perché lo sto facendo?
Eh, purtroppo, alla lunga, Lego Worlds ha la brutta caratteristica di annoiare, di mostrare subito quello che è: un simulatore di Lego senza i Lego…
È vero che esiste la modalità foto, utile per vantarsi con gli amici di quello che si è costruiti, ma poi?

Instruction Booklet

Il sistema di comandi è rappresentato da un menù radiale che si richiama con il tasto X, e da cui scegliere il tool che più ci aggrada. Per ogni attrezzo, dal Discovery Mode al Built Tool, ci sono delle sotto opzioni che riguardano il comportamento dell’utensile nel mondo di gioco. Possiamo scavare buche profonde o far nascere colonne alte metri e metri, possiamo colorare con un pennello circolare o quadrato, e allo stesso modo possiamo risucchiare mattoncini ma risparmiando altri oggetti. Durante la modalità costruzione, poi non c’è un modo (o almeno i gioco non lo spiega affatto) per fare un undo di eventuali errori, come distruggere un mattoncino sbagliato o inserire un oggetto gigante per puro errore…

Purtroppo, il sistema di comando è molto scomodo per una serie di motivi: è intuitivo, ma diventa complesso per le creazioni di precisione e a questo non aiuta per niente la gestione della telecamera che è assolutamente malvagia: lo zoom è un incubo, per non parlare delle rotazioni e del pan. Considerando poi che ogni movimento della telecamera è subordinato alla posizione del nostro avatar sul piano di gioco, può capitare che si creino delle aberrazioni e che il gioco ci faccia semplicemente impazzire nel tentativo di domarlo.

Per Switch è stata aggiunto il sistema di comandi per Esperti che mette su una barra superiore tutti i tool in sequenza in modo da potervi accedere velocemente. Purtroppo il touchscreen non è utilizzato quasi per niente e la configurazione dei tasti, che sono tanti e molti hanno più di una funzione, non è modificabile.

Anche il sistema di combattimento, embrionale, appena accennato, è incasinato paurosamente dal fatto che bisogna equipaggiare un’arma ogni volta che si incontra un potenziale nemico e che mentre lo si fa, accedendo al relativo inventario, il gioco non va in pausa. Potete immaginare la felicità!

Lego Technic

Dal punto di vista realizzativo, da una parte ci sentiamo di fare i complimenti ai ragazzi di Traveller’s Tale per aver portato su Switch un titolo direttamente da PC, aggiungendo anche la modalità Sandbox, conservando la palette di colori accesi e vivaci, le animazioni dei vari personaggini Lego e tutti gli effetti mattonosi che ci si aspetta.
D’altro canto, la realizzazione è purtroppo un po’ affrettata e piena di piccoli errori, soprattutto per via di fastidiosi e continui cali di framerate, fenomeni di pop-up praticamente perenni, e quella maledetta telecamera che sicuramente mi perseguiterà per mesi.

Inoltre il motore grafico soffre tantissimo quando si danno vita a costruzioni giganti, tanto che certe volte non risponde perfettamente ai comandi, generando una sequela di errori da far saltare i nervi. A coronamento di tutto, i comandi poco precisi (le levette analogiche per spostare di un quadratino un mattone sono una dannazione eterna) rendono alcuni momenti del gioco una piccola tortura.

Come nota a margine, nelle nostre sessioni di gioco, il titolo è andato incontro a qualche fenomeno di crash e freeze che ci ha obbligato a riavviare completamente la console…

Sul versante audio, le tracce sono piacevoli e il sottofondo che creano, con ritmi strascicati e indolenti si sposa perfettamente con l’azione di gioco. Il doppiaggio in italiano non è malaccio, anche se abbiamo sentito Claudio Moneta fare decisamente di meglio. In inglese è conservata la voce di Peter Serafinowicz, che fa il suo lavoro e in maniera degna. Ma sia nell’una che nell’altra lingua, resta inalterato il sense of humour e le battute sagaci e piene di rimandi all’universo Lego, Nerd in generale o di totale nonsense.

lego worlds recensione switch

Verdetto:

LEGO Worlds migra su Nintendo portandosi dietro tutto il carico di mattoncini che già avevamo visto sul PC e sulle altre console. Se siete assolutamente fan dei Lego, questo gioco è una vera e propria droga: potreste iniziare a costruire nel pomeriggio e ritrovarvi attaccati alla console dopo settantadue ore senza neanche accorgervene. il divertimento è di quel tipo spensierato e senza grossi patemi, ma purtroppo è inficiato da un sistema di comandi scomodo, complicato e non configurabile. A questo aggiungiamo la telecamera che indispettisce e il livello di divertimento scema paurosamente.
Dedicato a veri appassionati. Un po’ meno agli altri.

LEGO Worlds - Recensione versione Switch
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