Un grande esempio di Graphic Journalism, ad opera di Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini, per raccontare cosa accade in Libia oggi e cosa è accaduto fino a ieri per farci arrivare a questo. Governi silenziosi e conniventi, più armi che uomini. E tanta umanità. Dolorosa.

Quando abbiamo deciso di proporvi una recensione di Libia, il bel volume di Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini (già autore di Fedele alla linea), la questione libica era certamente di scottante attualità, ma non aveva l’urgenza che ha assunto in queste ultime settimane. Eppure è qualcosa che non è mai stata dormiente, da subito prima di Gheddafi a oggi, per noi italiani da quando la Libia era una nostra colonia. Uno dei territori più ricchi della terra, un coperchio sopra pentoloni di petrolio, gas e altre risorse preziosissime… eppure povero, con la popolazione che ha perso qualunque umanità in favore di armi e denaro.

Ad alcuni piace pensare facile, limitarsi al risultato filtrato di un’informazione inesistente, di politiche internazionali a dir poco conniventi; ad altri piace informarsi sul serio, andare indietro e scavare, nella storia recente, nemmeno troppo difficile da consultare. Ecco allora che alcuni reporter coraggiosi cercano di addentrarsi in quel disastrato tessuto sociale e parlare con la gente. Ecco ciò che hanno fatto Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini, uno dei migliori esponenti del graphic journalism, ovvero quel giornalismo raccontato attraverso i fumetti, il racconto illustrato della nona arte.

Libia Graphic Journalism

La Libia da Abu Salim a oggi

Presentato a Lucca Comics and Games, Edito da Mondadori Ink, Libia è un volume impegnativo, nonostante non sia eccessivamente corposo. Ma leggere certe cose non si fa d’un fiato, sono necessarie delle pause per metabolizzare quanto viene appreso. Perché Libia racconta tutto, con la schiacciante schiettezza del reportage giornalistico di chi ha visto e vede, dal massacro nel carcere di Abu Salim a oggi. Un massacro che le autorità libiche negano ancora sia mai avvenuto, che i familiari delle vittime hanno saputo solo molti anni dopo, continuando a portare doni, abiti puliti, cibo ai familiari che erano stati giustiziati senza alcun processo. Un silenzio dittatoriale terribile, dopo l’uccisione di attivisti, ribelli, persone colpevoli solo di non accettare ciò che stava accadendo.

Arrivare ai giorni nostri attraverso le pagine di questa graphic novel significa compiere sulla carta la migrazione, significa sporcarsi la coscienza e capire che noi l’innocenza l’abbiamo perduta prima ancora di apprenderne il significato attraverso la definizione sul dizionario. Si parla dei migranti, si tenta di spiegare per davvero cosa è che spinge queste persone ad andarsene dalla propria terra. Poveri. Poverissimi, per lo più eritrei, disperati in patria e pieni di speranza verso una chimera che si chiama Italia. Che attraversano a piedi il deserto con mezzi di fortuna e rischiano già di morire lì, che poi vengono ammassati, torturati, venduti, mutilati, stuprati, immagazzinati come merci, costretti in stanze dove non si entra seduti tutti assieme. Senza acqua né cibo, senza aria, per settimane intere in mezzo ai loro stessi escrementi. E che poi vengono imbarcati, gettati in mare, affogati, dimenticati. Mentre i parenti a casa non sanno più nulla di loro.

Non si può leggere Libia tutto d’un fiato. Perché questo elenco è raccontato, illustrato, descritto minuziosamente e senza alcuna pietà per il lettore. Che, del resto, non avrebbe senso avere.

Un fumetto dal valore politico?

Non si pensi che questo sia un fumetto politico. O meglio: non si pensi che favorisca questa o quella fazione. Semplicemente è un reportage a fumetti (da qui l’espressione Graphic Journalism). Racconta i fatti, scorre indietro la storia. Racconta cosa accade davvero oggi, con le banche che tengono bloccati i soldi della gente, di un popolo che non sarebbe poi così povero, se le milizie contendenti, le fazioni un tempo tribali, le bande armate e l’Isis non avessero bloccato tutta la liquidità. Se non ci fossero una media di quattro armi per ciascun abitante in Libia.

Non è un fumetto politico un testo che ripulisce persino la figura dello scafista, che spiega che non esiste più, o che almeno tenta di spiegarlo a persone (noi) assuefatte dalla propaganda di un’informazione parziale. Lo scafista non c’è: è solo un altro poveraccio che non ha soldi per pagarsi la traversata, ma sa un pochino governare un gommone. Un vero scafista non rischierebbe di affogare perché un catenaccio a motore colmo di gente malata e disperata sta partendo di nascosto nella notte.

Questo e molto altro si legge in Libia. Purtroppo.

Libia Graphic Journalism

I potentissimi disegni di Libia

All’inizio della lettura questo volume risulta un po’ ostico. I disegni di Gianluca Costantini risentono moltissimo di un certo tratto dal gusto mediorientale. Ma sono secchi, essenziali, iper-espressivi. Le sue linee sono grosse, violente come ciò che racconta. I visi scavati, sofferenti, gli sguardi vuoti di qualunque speranza, le bocche aperte, a raccontare stancamente l’accaduto, il disincanto, quando non addirittura l’orrore.

Francesca Mannocchi è rappresentata in prima persona. Mentre parla con quelli che, durante questo reportage durato a lungo, questi autori hanno incontrato. Mentre si rifiuta di coprirsi il naso davanti a ragazzi che per mesi hanno dormito nei loro escrementi, per restituire loro quel poco di umanità che resta. Li guarda in faccia, negli occhi, si rifiuta di dir loro che puzzano. Personaggi all’apparenza slegati tra loro, ma tutti con il comune denominatore di aver perso ogni speranza.

Tavole ariose eppure claustrofobiche, con pochi testi, pochi fumetti, poche vignette. Il disegno spesso occupa una pagina intera, o la divide a metà, o si accavalla al successivo. Non c’è un’idea di griglia, è tutto fluido. Concatenato, consequenziale. Come la storia. Come questa storia recente che ci riguarda tutti, personalmente. Già da quando accendiamo il gas per farci un caffè al mattino. Quel gas viene da lì, dalla Libia. E costa caro. Molto caro.

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