L’angoscia sociale e il terrore provocato dalle relazioni disfunzionali colpiscono nel nuovo horror targato Blumhouse, L’uomo Invisibile.

Nel corso della storia del cinema, sono numerosi gli adattamenti del romanzo di H. G. Wells, L’uomo invisibile. Partendo dal classico del 1933 diretto da James Whale, passando alla commedia di John Carpenter, Avventure di un uomo invisibile, per finire con l’inquietante trasposizione di Paul Verhoeven, L’uomo senza ombra, realizzata ormai vent’anni fa.

L’uomo invisibile è uno dei “mostri” emblematici della produzione Universal, che si colloca al fianco di altri miti come Dracula, l’uomo lupo e il mostro di Frankenstein. Approcciarsi alla materia significa quindi andare a ripescare un ricco background di contenuti multimediali tra letteratura, cinema, fumetti e videogiochi.

 

Parte Uno – La genesi del nuovo uomo invisibile

Una delle mode più proficue dell’ultimo decennio di cinema commerciale è stata indubbiamente il ricorso a universi cinematografici condivisi. Marvel e DC portano avanti da anni ormai un tipo di prodotto seriale composto da film collegati tra loro attraverso vari fili narrativi e stili espositivi.

Seguendo questo filone, nel 2017 la Universal prova a rilanciare la propria serie di film horror, basandosi sui mostri classici di cui detiene i diritti, portati sullo schermo per la prima volta negli anni ’30 e ’40. Ma l’inizio del progetto non è stato proprio entusiasmante: non molti ricorderanno, infatti, La Mummia (2017) con protagonista Tom Cruise, una pellicola che fu un tale disastro di critica e pubblico da far ripensare alla major lo sviluppo di ulteriori film su quello stampo.

Quello che doveva lanciare il cosiddetto “Dark Universe” era un film d’azione ad altissimo budget che metteva totalmente da parte la dimensione horror, per arrivare a un pubblico di più ampia portata. Dopo aver incassato il colpo del flop, dovuto alla bassa qualità di un prodotto privo di qualsiasi elemento spaventoso, la Universal decide di cancellare tutti i suoi piani e di produrre film dell’orrore a basso budget assieme alla Blumhouse. Quest’ultima, per chi non la conoscesse, è la casa dietro a film di genere come Paranormal Activity, Split, Scappa – Get Out e Saw – L’enigmista.
Questo è il travagliato retroscena da cui nasce l’ultima versione cinematografica de L’uomo invisibile, portata sul grande schermo da Leigh Whannell, co-creatore della saga di Saw e già regista dello splendido Upgrade (2018).

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Parte Due – Reinventare L’uomo invisibile

Tutti coloro che già conoscono il soggetto di partenza, noteranno la scelta molto personale di Whannell di cambiare la prospettiva della vicenda, che porta a una reinvenzione significativa dell’intero tessuto narrativo. La storia è quella di Cecilia, ragazza vittima degli abusi del suo possessivo compagno Adrian Griffin, inventore e scienziato esperto nel campo dell’ottica.

All’inizio della pellicola, Cecilia riesce a scappare dalle grinfie dell’uomo, il quale, poco tempo dopo, si toglie la vita. Adrian, però, non sembra aver lasciato questo mondo, e continua a perseguitare la protagonista, in un ossessivo scontro tra le parti. Il focus della storia non è più sullo “scienziato pazzo” del racconto originale, ma è sulla compagna, vera e propria vittima di violenza domestica e abuso di potere.

Nell’opera di Wells, il personaggio di Adrian Griffin impazzisce a causa della sostanza che lo rende invisibile, che lo porta a essere esplicitamente aggressivo e delirante, tanto da terrorizzare intere città. Nel film di Whannell, invece, la condizione di Adrian non è il frutto di nessun esperimento scientifico. Il suo essere diabolico deriva direttamente dalla sua posizione sociale, di maschio ricco e di successo; il potere di essere invisibile gli è consentito per merito di una semplice tuta, indossabile da chiunque voglia provare il brivido di sentirsi invincibile e dotato di facoltà “straordinarie”, secondo il significato letterale di “fuori dall’ordinario”.

Un punto di vista inedito, che aggiorna e rende più accattivante un soggetto potenzialmente superato. L’anarchia del potere e il rifiuto inamovibile di accettare di esser stato lasciato, portano l’uomo invisibile a fare del vero e proprio terrorismo psicologico alla protagonista, facendo credere a lei e a chi le sta intorno di essere pazza. Esattamente come accade ai giorni nostri alle vittime di violenze e abusi, verso cui troppo spesso non è riposta una adeguata attenzione. L’uomo invisibile è quindi una potente e riuscita allegoria sulla sopraffazione nelle relazioni di coppia e sulle derive più inquietanti nel rapporto uomo/donna.

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Grazie al restyling della storia, l’iconografia classica di questa creatura, simbolo di diversità deviata, non solo è resa attuale ma, soprattutto, è politicizzata. Un’operazione a basso budget molto intelligente anche dal punto di vista economico: a fronte di un costo di 7 milioni di dollari, il film ne ha incassati 123 nel mondo, nonostante la recente chiusura dei cinema a causa dell’emergenza sanitaria globale. È inoltre opportuno spendere una nota di merito per Elizabeth Moss, qui nel ruolo della protagonista, che ci regala un’interpretazione tra le migliori della sua carriera, già di alta qualità.

Parte Tre – L’uomo invisibile e l’horror vacui

Subito dopo l’incipit, vediamo la protagonista soffrire di un’acuta agorafobia, ovvero la paura per gli spazi aperti e del vuoto. E sarà molto interessante lo sviluppo della sfida che dovrà affrontare per superare i propri limiti, trovandosi faccia a faccia con un uomo che sfrutta il nulla come copertura.

In controtendenza rispetto a quanto si possa pensare se non si collega la fobia della protagonista alla tecnica espressiva del film, la messinscena di Whannell è di ampio respiro, soprattutto negli spazi chiusi. Per indicare la vulnerabilità e il confinamento sociale del personaggio di Cecilia, la regia utilizza spesso il grandangolo, tecnica che permette di isolare la protagonista all’interno dell’inquadratura.

Riportando alla mente paure domestiche con cui tutti dobbiamo fare i conti, come la sensazione di essere osservati di notte da un estraneo all’interno della propria casa, L’uomo invisibile sfrutta lo spazio per “nascondersi” rimanendo in realtà in bella mostra, provocando una continua sensazione di terrore e spaesamento. Sfruttando queste paure primitive, il film riesce a spaventare sia con lente sequenze di tensione, sia con improvvise esplosioni di violenza.
Whannell fa sua la lezione di cinema di genere imparata sui set dell’amico e collega James Wan (Insidious, Conjuring), dimostrando comunque di avere una visione personale, e riuscendo a distinguersi grazie a una capacità di scrittura che sviluppa il tema politico in simultanea all’evolversi della narrazione.
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L’uomo invisibile è disponibile attualmente su CHILI per un noleggio di 24h al costo di €15,99.

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