“Mai dire a una persona estranea alla famiglia quello che c’hai nella testa”

La cinematografia mondiale è stata fortemente influenzata a più riprese dallo stile italiano, da registi come Fellini, Monicelli e Pasolini, da grandi artisti come De Sica o Sophia Loren, dagli spaghetti western di Sergio Leone, dalle macabre creature di Dario Argento, passando per le meravigliose colonne sonore scolpite nella storia cinematografica ad opera di Ennio Morricone.
Purtroppo l’influenza italiana, o italo-americana in questo caso, è stata anche ad opera della criminalità organizzata e no, non stiamo parlando dei vari riconoscimenti cinematografici da ufficio inchiesta degli ultimi anni, ma della Cosa nostra statunitense.

Dal lontano 1800, infatti, gli Stati Uniti d’America sono stati flagellati dal fenomeno della criminalità organizzata, gentilmente offerta dai nostri compaesani emigrati nella “terra promessa” d’oltreoceano in cerca di fortuna.
Ovviamente, tra le tante storie, leggende e miti di qualsiasi tipo, sono nati e proliferati personaggi iconici (seppur macabramente) della criminalità organizzata di origine italiana.
Uomini come Alphonse Gabriel “Al” Capone, Vito Genovese, Frank Costello o Charles “Lucky” Luciano, hanno profondamente plasmato l’immaginario americano tramite il proprio operato delinquenziale, diventando comunque figure in grado di ispirare i più grandi registi ed attori spingendoli a narrarne, in forma romanzata o meno, le loro “gesta”.

Abbiamo dunque deciso di parlarvi della storia delle pellicole più importanti, basate su personaggi mafiosi italo-americani, sulla loro origine, la loro evoluzione e perché siano riuscite ad entusiasmare così tanto il pubblico.

Era il 1924 quando nelle strade di Brooklyn e Chicago gli uomini di Al Capone massacravano quelli di Bugs Moran ed Earl Weiss (uno di questi attentati passò alla storia come il Massacro di San Valentino).
L’opinione pubblica era sconvolta, Capone si era mostrato realmente per quello che era, ma non tutti quanti ne rimasero “scandalizzati”.
Nel 1931, infatti, ispirandosi alla figura del mafioso comune ed alle innumerevoli storie che circolavano, il regista Mervyn LeRoy decise di realizzare Piccolo Cesare, la prima pellicola avente un criminale italo-americano come protagonista.
Il film di LeRoy, con Edward Robinson (premio Oscar nel 1973)  nei panni di Little Cesar, pose, assieme ad altre due opere dell’epoca quali Nemico Pubblico e Scarface – Lo sfregiato (entrambe prese come modello negli anni successivi, titolo compreso, per la realizzazione di celebri remake), le pietre sulle quali si edificherà la cinematografica “criminale” tanto amata dal pubblico americano e non solo.

Dopo svariati film, e 28 anni, uscì quello di Richard Wilson intitolato Al Capone, che ovviamente narrava le “gesta” del noto re del crimine di Chicago.
Questa, probabilmente, fu l’opera più significativa della metà del secolo per quanto riguarda il genere, perché il protagonista, a dispetto dei numerosi atti di violenza, veniva idolatrato dalle folle (nonostante la mentalità non troppo aperta dell’epoca), che subivano una vera e propria fascinazione del male.
Perché accadeva questo? Perché il tanto temuto archetipo fondante della cultura puritana prima, e americana in seguito, quale il “male proveniente dall’esterno” (arrivato sul suolo americano per mezzo delle migrazioni degli italiani) e poi annidatosi in “casa” (nelle città più importanti del paese) riuscì ad avere la meglio?

La risposta è abbastanza semplice: nella figura di Al Capone, e di tutti i mafiosi di origini italiane visti poi sul grande schermo, il cittadino medio poteva raffigurarsi ed evadere dalla quotidianità, liberandosi (nella propria immaginazione) dalle catene mentali formatesi in anni di proibizionismo e guerre mondiali.


Per questo negli anni a venire il popolo mondiale rimase affascinato e rapito dai terribili ed eccezionali personaggi interpretati da Marlon Brando ne Il Padrino, Sean Connery ne Gli Intoccabili o Robert De Niro in Quei bravi ragazzi, perché quelle figure, nonostante gli efferati crimini, erano estremamente romantiche e “liberatorie”, mosse da codici morali ed onore. Erano seduttori e uomini potenti capaci di mettersi da soli contro le istituzioni e piegarle al proprio volere.
Figure che non generavano paura o sdegno negli sguardi del pubblico in sala, ma profondo interesse. Ovviamente questo discorso viene amplificato fortemente dalla presenza, in questi film, di attori e registi leggendari.

Il punto di non ritorno, però, venne segnato (come già anticipato) nel 1972, quando un giovane regista di nome Francis Ford Coppola, dopo aver entusiasmato il pubblico grazie ad un piccolo e meraviglioso musical come Sulle ali dell’arcobaleno, decise di chiamare Marlon Brando ed Al Pacino e renderle le dramatis personae fondanti di quella che sarebbe stata una delle trilogie più emblematiche della storia del cinema.

Con Il Padrino (più il primo, ma senza, ovviamente, togliere niente ai capitoli seguenti) si è andato a descrivere alla perfezione quello che sarebbe stato il taglio che avrebbe caratterizzato ogni pellicola narrante le vicende di mafiosi di origine italiana.
Famiglie gigantesche, festività onorate costantemente, capi famiglia deificati, traffici di droga ridotti all’osso (fintanto che vi saranno membri “anziani” a tirare le fila delle cosche) con gli affari orientati prevalentemente a gioco d’azzardo, pizzo e prostituzione.

Riprese in interni quasi sempre in penombra, con giochi di luce volti a mettere in risalto solamente i volti granitici dei protagonisti.
Gli esterni invece sono caratterizzati sempre dal contrasto tra l’ambiente fuori città verde e sereno, oggetto di ampi campi e grandi inquadrature, ed i quartieri malfamati specchio della società deperita, grigia e triste, adoperati dalle famiglie portare al termine i propri interessi.

Ambientazioni, quasi sempre, caratterizzate da colonne sonore fatte di archi e piani, prive di percussioni, quasi pronte a richiamare le melodiche arie italiane tanto amate nel meridione dal quale provenivano i parenti dei capifamiglia.
Ne Il Padrino le musiche sono affidate al Maestro Nino Rota, mentre altre sono caratterizzate dal tocco dell’immortale Ennio Morricone (ne Gli Intoccabili, ad esempio).

Nel film di Scorsese, giusto per fare un passaggio tra mostri sacri della cinematografia, si può riscontrare un filo invisibile tanto quanto la mano di Smith, che collega i personaggi di Al Pacino (anche, paradossalmente, in Donnie Brasco) e De Niro.

Stessa fierezza, stesso fascino, stessa capacità decisionale, due Capi nati, due personaggi capaci di trasporre perfettamente l’Io che caratterizza in toto la cultura dei film di stampo mafioso, dove il costante contrasto tra bianco e nero, l’evoluzione malsana della persona che abbandona tutta l’umanità per rifugiarsi in un futuro che non le appartiene, ma che deve comunque conquistare, sono i punti fondanti che compongono le anime di tutte le maschere messe in scena.

Dopo Donnie Brasco, con un giovanissimo ed eccezionale Johnny Depp, creatura del 1997 partorita dal genio di Martin Scorsese (anche lui, come Coppola, per uno scherzo del destino, di ovvie origini italiane), è stata l’ultima VERA pellicola ispirata alla mafia italo-americana, ma all’orizzonte si intravede John Travolta nei panni del famoso John Gotti e, se è vero che Dio non gioca ai dadi, potremo aggiungere un’ulteriore e prezioso tassello a questa meravigliosa tradizione cinematografica.

mafia e cinema

Se vi piace il genere…

Se il mondo del crimine organizzato collegato al cinema vi affascina, non possiamo non consigliare i capostipiti del genere quali Il Padrino (qui in un meraviglioso cofanetto), Gli Intoccabili e ultimo, ma non per importanza, Quei bravi ragazzi, film proposto in una fantastica steelbook da collezione.

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