Ripartire dal passato. Sì, ma quale?

Oramai gli assidui lettori di fumetti avranno tutti, chi più chi meno a lungo, poggiato lo sguardo su un albo Marvel Legacy. Per chi, in minoranza, ne ignorasse ancora l’esistenza e il significato, il primo riassunto da fare è semplice: si tratta dell’ennesimo rilancio editoriale. Attenzione, però, perché non si tratta, a differenza di quello post-Secret Wars, di un vero e proprio reboot.

Un reboot, infatti, volendo fare i puristi, è un rilancio con caratteristiche narrative, un nuovo punto di partenza (con probabile, ma non obbligatoria, cancellazione dei progressi più recenti). Dopo Secret Wars, l’Universo, anzi, il Multiverso Marvel dei fumetti è stato ricreato artificialmente da parte dei Fantastici Quattro (Reed Richards, Susan Storm e figli, per questo scomparsi), in modo che la vita di tutti riprendesse “da un certo punto”, abbastanza avanzato da non doverci sorbire nuovamente tutte le super-origini degli eroi, ma non abbastanza da doversi portare sulle spalle le conseguenze degli ultimi 4-5 anni di pubblicazioni. Questo, banalmente, permette a nuovi lettori di potersi inserire in medias res senza sentirsi spaesati, una possibilità che Marvel, anche in passato con l’esempio del fu Universo Ultimate, ha sempre sudato per scongiurare. Senza contare che, con ogni reboot, si può ripartire facilmente dal numero #1, che invita sempre tutti a comprare, per “fare un tentativo” o per compulsivo collezionismo latente.

Questo non è accaduto con Legacy. In seguito a storie dall’impatto profondo (Steve Rogers pro-Hydra su tutte, in Secret Empire) e, più in generale, dopo anni di nuovi nomi dietro ai vecchi mantelli, con Falcon a fare da Captain America, Frank Cho a fare da Hulk, Jane Foster nei panni di Thor, X-23 in quelli di nuova Wolverine e tanti altri, si è decisi di optare per un ritorno vertiginoso al passato. Questo è Legacy: niente di narrativo, un cambio di rotta editoriale verso il vintage e la nostalgia, con novità controintuitive per un rilancio. Tutte le testate, ad esempio, hanno ripreso la numerazione storica, comprensiva delle uscite dalla sua nascita: capita quindi di acquistare un Deadpool #111, o uno Spider-Man #701.

Benché la cosa possa risultare, a una prima analisi, scoraggiante, si inserisce in realtà coerentemente nella scelta dell’editore. Titolare “Legacy” significa ribadire un’eredità, una storia, un passato costruito mese dopo mese da cinquant’anni e passa, che Marvel non vuole più sotterrare in nome di nuovi lettori. Scelta parallela è stata il ritorno in pompa magna degli eroi classici, a scapito delle reclute ormai semi-nuove. Non è un caso che, quasi simultaneamente: cominci un infausto ciclo chiamato “La morte di Thor”, riferendosi a Jane Foster; ricompaia misteriosamente Logan, peraltro in possesso di una gemma dell’Infinito, sulla serie dedicata al rilancio che congiunge il presente con i Vendicatori di 1.000.000 anni fa (Odino, Agamotto, Black Panther, Iron Fist, Starbrand e Ghost Rider su un Mammut!), salutata da scarso riscontro di pubblico; risorga il “vero” Captain America, sconfigga il suo io impostore e si impegni a riconquistare la fiducia di una nazione confusa e di se stesso.

Tutto qui? No. Senza inoltrarci in perigliosi territori oscuri quali sociologia e politica contemporanee, Marvel non ha improvvisamente cambiato idea sul suo modus operandi degli ultimi decenni. La svolta è arrivata con un leggero ritardo su quella, molto simile, operata da DC con il rilancio Rebirth. Questo, tuttavia, era accompagnato da risvolti narrativi che chiudevano il ciclo dei New 52 per riaprire quello antecedente, anzi, estendendolo e finendo per includere altri pilastri storici delle pubblicazioni DC, come l’universo di Watchmen, ora tutt’uno con quello di Batman (suona meglio a dirlo che a leggerlo, leggere la saga/crossover The Button per credere).

Tutte le testate DC sono ripartite, sì, ma da nuovi numeri #1, con nuovi autori di spicco come Tom King su Batman, la conferma di altri quali Scott Snyder su Detective Comics, e il ritorno di nomi noti come un interessante, e sempre abile, Greg Rucka su Wonder Woman, di cui peraltro si ri-raccontano anche le origini, a episodi alternati con il presente. In questo caso, però, il cambio di rotta è ben meno drastico, si è voluto chiudere una parentesi ormai al tramonto del proprio ciclo vitale, un po’ come si fosse trattato di una versione DC dell’Ultimate Universe, ma con tre differenze fondamentali: l’universo dei New 52 non era altrettanto sperimentale, né altrettanto invecchiato male al momento della chiusura e, ultimo ma più importante, era l’unico universo fumettistico attivo, mai accostato parallelamente al corrispettivo “classico” come invece fatto in casa Marvel.

Ora, in base a quanto eviscerato finora, possiamo trarre possibili conclusioni sull’attuale strategia della Casa delle Idee, sui perché del rilancio all’indietro, nostalgicamente vintage ma sinceramente poco efficace, che risponde al nome di Legacy.

Può darsi che in Marvel, chiuso per sempre l’Universo Ultimate, si sia tentato di traslare sull’universo classico quello spirito di costante novità, modernità e multiversalità che hanno caratterizzato la linea editoriale almeno negli ultimi trent’anni (vale a dire, da prima della nascita di chi vi scrive e di circa metà delle generazioni fumettistiche attuali). Tant’è che si potrebbe assumere come metafora di questo spirito il personaggio stesso di Miles Morales: un secondo Spider-Man, molto giovane, creato nell’Ultimate Universe dopo la morte di Peter Parker, poi trasportato nell’Universo classico post-Secret Wars nonostante la compresenza, lì, del Peter Parker / Spider-Man originale.

Questo ha portato a una sperimentazione nell’Universo Classico, di cui altri tipici frutti sono Iron Heart, il Captain America cattivo, Visione e sua figlia, con risvolti positivi dal punto di vista della varietà narrativa, ma di grave saturazione da quello dello spazio editoriale. La linea dei “nuovissimi” ha retto parecchio, con esempi di ottima qualità e altri piuttosto scadenti (la delusione massima? Il Daredevil nero, nel costume più che nel genere, di Charles Soule), ma come fare a portarla avanti senza togliere spazio ai classici? Agli Avengers fondatori, per esempio, che tanti soldi stanno racimolando al cinema?

Il cambio di rotta non sarebbe stato operato quindi per le tante, tantissime voci levatesi, che volevano il ritorno di Thor maschio, dello Steve Rogers buono, di Tony Stark, di Bruce Banner e di tutti e quattro Fantastici Quattro. O meglio, non solo per queste. Ma per motivi di sovraccarico che, in tempo di confusione creativa, spingono sempre, prima o poi, a tirare i remi in barca per un più sicuro ritorno alle origini. Guardate cos’è successo con il flop di Solo: A Star Wars Story, che avrebbe spinto Disney a far marcia indietro, per ora, sulla produzione di qualsiasi altro film che non sia Episodio IX.

Anche qui, però, dobbiamo interrogarci. Esiste davvero, questa “Eredità” con la E maiuscola, di cui Legacy porta il nome e il vanto? La certezza, economica e narrativa, risiede fermamente negli eroi creati più di mezzo secolo fa? E, pur avendo oggi personaggi dallo stesso nome, non è altrettanto vero che questi sono comunque cambiati tantissimo, anche solo nel corso degli ultimi anni, o con il succedersi degli ultimi tre o quattro autori?

Come si può negare tale processo con Marvel, quando è vero persino per DC Comics, molto più rigida nel proprio evolversi verso qualcosa di nuovo, cosa valsale un indubbio vantaggio nel momento di “tornare a casa”, con Rebirth. Il momento, per il settore dei comic-book americani, è topico: forse stiamo assistendo a una fase cuscinetto (voluta?) per Marvel, laddove invece la Distinta Concorrenza dimostra una certa concretezza e solidità, nell’anticipare scelte editoriali e soffiare a Stan Lee & Co. autori ormai storici del calibro di Brian M. Bendis.

Certo, è pur vero che sul fronte cinematografico osserviamo l’esatto fenomeno inverso, per cui sono i Marvel Studios a dettare legge e DC a correre ai ripari. Ma se è vero che Kevin Feige ha modellato il suo universo cinematografico “a episodi” interconnessi sul modello dell’intrattenimento fumettistico, allora presto o tardi anche il grande schermo dovrà confrontarsi con un problema simile. Cosa succederà, a quel punto? Ne riparliamo tra 10-15 anni…

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