A volte la fantascienza non è la scelta giusta

Sono passati nove anni dal folgorante debutto di Duncan Jones che con Moon ha conquistato, tra gli altri, un BAFTA al miglior esordio, il Premio Hugo per la miglior rappresentazione drammatica e l’attenzione del pubblico. La carriera del primogenito di David Bowie nel mondo dei lungometraggi è iniziata con un grande successo, ripetuto due anni dopo, con un altro solido thriller fantascientifico, Source Code. Poi, nel 2016, Jones dirige Warcraft, scivolando in un fantasy poco convinto e poco convincente. Per questo motivo l’annuncio della collaborazione con Netflix per portare sugli schermi quello da lui stesso definito “il sequel spirituale di Moon” ci aveva fatto sperare in un ritorno alle tematiche speculative in grado di sondare l’animo umano del suo grande successo.

Dalla luna alle stalle

Siamo a Berlino in un futuro non poi così remoto, ma abbastanza lontano da collocare l’azione subito dopo gli eventi di Moon; il nostro eroe, Leo, lavora come barman in un locale losco, in compagnia della fidanzata, la cameriera Naadirah. Se la caratterizzazione di lei è affidata alla chioma blu artificiale che fa molto Ramona Flowers meets Clementine Kruczynski, di lui sappiamo che la causa della sua mancanza di voce è da ricercare nell’opposizione dei genitori, amish, ad un intervento chirurgico dopo un incidente in barca. Sul piano visivo, Leo e Naadirah sono i poli opposti attorno a cui gravitano gli altri personaggi: l’eroe è semplice come l’arredamento spartano della sua casa, naturale come i colori che indossa, solido come il legno che intaglia nei momenti liberi; la donzella in difficoltà, al contrario, incarna le ombre profonde nascoste negli angoli in cui la luce crudele dei neon non arriva, la città frenetica, l’avanzamento tecnologico. O almeno ci prova, nel poco spazio concessole in scena. Naadirah si dimostra infatti poco più di un MacGuffin, principessa rapita in attesa che il suo silente cavaliere la trovi e la liberi. Nonostante la relativa importanza che questo personaggio dovrebbe avere, la sua backstory è affidata a due battute di dialogo en passant, che rendono l’unico personaggio femminile piatto come una delle immagini pubblicitarie à la Blade Runner sulle pareti dei grattacieli, andando a inficiare l’emozionalità del finale.

In più di un’intervista Jones ha chiarito che Mute sarebbe dovuto essere il suo film d’esordio: il primo script è del 2003, la storia era ambientata nella Londra contemporanea e di grattacieli luminescenti e automobili volanti non se ne vedeva l’ombra. E forse sarebbe stato meglio così.

Nonostante le alte aspettative, infatti, Mute, risulta doppiamente fallace: mediocre come film noir, pessimo come film di fantascienza.
Dal punto di vista narrativo gli incastri presentati nelle due infinite ore di visione sono prevedibili e vagamente irritanti: i personaggi di Cactus e Duck (Paul Rudd e Justin Theroux), potenzialmente interessanti, finiscono per essere penalizzati dal loro flaw, che li trasforma in comparse con un pessimo gusto per barba e capelli, anziché in parti attive della storia. Se il setting fosse rimasto quello del primo script, Mute sarebbe stato un thriller di cui nessuno avrebbe più parlato dopo un mese.

Nelle seguenti riscritture Duncan Jones decide, invece, di omaggiare il padre, recentemente scomparso, spostando la narrazione a Berlino, città cara al Duca Bianco, e di aggiungere droni volanti e sexbot totalmente ininfluenti ai fine della trama.

Non è tutta fantascienza quel che luccica

Se in Moon l’ambientazione alienante e spersonalizzante del satellite terrestre era essa stessa protagonista, sembra quasi che stavolta la scelta di Jones sia dovuta al senso di sicurezza del tornare a un genere che ha sempre giocato a suo favore, un modo per esporsi senza rischiare troppo, sfruttando il trend del momento. Complice la versione di Villeneuve di Blade Runner e la recente scoperta di Hollywood dell’esistenza della letteratura speculativa, è innegabile che la fantascienza stia vivendo un momento d’oro, con scrittori e registi finalmente orgogliosi di professare il loro amore per le ambientazioni cyberpunk e disponibili a impegnarsi a fondo in qualsiasi progetto abbia almeno una scena su un pianeta polveroso e senza atmosfera. Tuttavia occorre affrontare la sempre più massiccia offerta di prodotti spacciati per fantascienza tenendo bene a mente la rivelazione (o legge) di Sturgeon: nel 1958 il famoso scrittore e critico americano postulava che “il novanta per cento di qualsiasi cosa è spazzatura”. A quei tempi il concetto era formulato come risposta ai frequenti attacchi nei confronti della science fiction come genere mediocre e lo scrittore poneva l’accento sulla mancanza di qualità della quasi totalità dei prodotti di intrattenimento, anche fuori dal bacino della speculazione; al giorno d’oggi la rivelazione sembra essere più un monito e una consolazione per i fruitori, sempre più spesso alle prese con prodotti fotocopia che cavalcano un trend nella speranza di bissare il successo dei predecessori.

La fantascienza di Mute appartiene al novanta per cento: è inutile, uno spruzzo di polvere luccicante lanciato negli occhi dello spettatore nella vana speranza che non si accorga della fragilità della storia che sta guardando, un facile escamotage per ricollegarsi in modo lasco a Moon, un’occasione mancata di lavorare bene sull’unico spunto interessante presente: la frattura tra il vecchio mondo amish e la contemporaneità del futuro, presentata in esergo dal proverbio “in order to mold his people, God often has to melt them” (per plasmare il suo popolo, spesso Dio ha bisogno di disfarli).

Certo, Mute non è un film interessato a indagare le possibilità del futuro, così come non si dimostra attento nel sostenere l’impalcatura di un thriller ben congegnato, ma nonostante il suo tentativo di indagine dell’amore filiale, quest’opera si attesta come l’ennesimo esempio di fallimento produttivo da parte di Netflix, valido solo come una dimostrazione d’amore per le due persone che hanno cresciuto Duncan Jones e a cui il film è dedicato: il padre David e la tata Marion, those who became parents.

mute recensione

Verdetto:


Con un ritmo troppo rilassato e senza approfondire abbastanza l’umanità dei personaggi, Mute di Duncan Jones resta un esperimento di fusione dei generi fallace e incapace di convincere, con un’ambientazione abbozzata e nessuna nuova idea.

Mute - Recensione
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