Riuscire a vedere una bella serie sci-fi su Netflix, quella sì che è pura fantascienza

Nel 1981 George R.R. Martin, lontano dall’essere il sadico procrastinatore che conosciamo grazie alle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco, presentava al pubblico una novella che avrebbe segnato l’inizio della sua carriera da scrittore a tempo pieno. Trasposta per il cinema nel 1987 e ancora a trent’anni di distanza per la TV, con la nuova serie di SyFy disponibile da pochi giorni su Netflix, Nightflyers è un romanzo breve in cui il thriller fantascientifico si mischia alla ghost story in una narrazione claustrofobica e adrenalinica. Pubblicato in Italia da Mondadori come tutta la bibliografia martiniana, è tornato nelle librerie per il lancio della serie con una nuova edizione illustrata da David Palumbo.

Ten little humans went out in space

Vero e proprio esercizio di stile sul tema nave spaziale stregata, in Nightflyers Martin scrive la sua personale e fantascientifica versione di Dieci piccoli indiani, rinchiudendo in uno spazio ristretto, circondato dal vuoto cosmico, un team di accademici dalle varie specializzazioni, impegnati in una missione di contatto con una razza aliena: i volcryn. Ma ancora prima di avvicinarsi alla meta, la loro missione sarà messa a dura prova dai sabotaggi che la stessa nave, quasi animata di volontà propria, mette in atto ai loro danni, mentre il capitano, Royd Eris, si ostina a presentarsi a loro sotto forma di ologramma, scatenando tra gli scienziati quella discordia che è tratto distintivo della dea greca che porta lo stesso nome del capitano e alimentando la paranoia in agguato dietro ogni angolo dell’angusto ambiente in cui i quattro uomini e le cinque donne vivono e lavorano sotto l’occhio attento della nave.

nightflyers

Nonostante si sia guadagnata un posto tra i finalisti dello Hugo Award nel 1981 e il premio come miglior novella ai Locus Award dello stesso anno, anche in questo caso la scrittura di Martin non regala sorprese, limitandosi a narrare senza arte né parte una vicenda, quasi il libro tenti di avvicinarsi il più possibile a una sceneggiatura già pronta per la trasposizione, e il character design dei personaggi secondari (alcuni dei quali hanno conquistato il diritto di avere un nome solo nella seconda stesura della novella, quando sono state aggiunte settemila parole in vista di una seconda pubblicazione) è scialbo e poco più che abbozzato, lasciando emergere dalla mischia di comprimari sacrificabili (e sacrificati) il capo della spedizione, Karoly d’Branin e Melantha Jirls, il cui unico merito sembra quello di avere un corredo genetico modificato prima della nascita che la rende più resistente, più forte, più vorace e più lussuriosa della media. Il buon Martin infatti non si smentisce e, anni prima dei saffici rendez-vous di Daenerys con le sue ancelle, non tralascia di sottolineare (pur non avventurandosi, per nostra fortuna, in descrizioni troppo esplicite) l’inesauribile desiderio sessuale della ragazza.

Nessun segnale di buone serie sci-fi sul pianeta Netflix

Se possiamo perciò sostenere che Nightflyers sia una lettura veloce che piacerà a chi già ama l’autore e non farà cambiare idea agli altri, seppur le idee di Martin in campo sci-fi siano più sorprendenti di quelle a cui il gioco del trono ci ha abituato, la serie TV SyFy con co-produzione di Netflix, che ne detiene i diritti di distribuzione fuori dagli USA, va a intervenire sui problemi del romanzo trovando buone – seppur scontate – soluzioni, ma inciampando in altri ostacoli che la rendono l’ennesimo tentativo fallito di trovare nel catalogo della piattaforma di streaming della fantascienza fatta bene.

Nightflyers

Nei dieci episodi di questa prima (perché potete scommettere che ce ne sarà un’altra) stagione, l’atmosfera claustrofobica da delitto in una stanza chiusa lascia il passo a un maggior numero di figuranti a bordo dell nave, mentre vediamo, parallelamente, diminuire il numero di membri della crew dai nove della novella a sei, tutti ben sviluppati e con backstory interessanti, coerenti, ma dal sapore di già visto in altre centinaia di prodotti simili: la sete di conoscenza di Karl d’Branin si trasforma in un polpettone mentale a metà strada tra Eternal Sunshine of the Spotless Mind e Interstellar, con proiezioni mentali di ricordi e desideri, torridi ritorni di fiamma, e soluzioni narrative che non avrebbero stonato in Cloverfield Paradox (e, no, non è un complimento); Melantha, qui donna geneticamente modificata per i viaggi nello spazio profondo, andrà incontro al suo destino con una dose esagerata di casualità e scoperte da escape room; tra xenobiologi impazziti, versioni isteriche di HAL 9000 e fughe nella realtà virtuale, le poche idee originali presenti nella narrazione – tra cui il sesto episodio, The Sacred Gift, piccola sorpresa di world building che resta purtroppo poco più che un filler – si perdono nel mare di noia di un prodotto che avrebbe voluto essere un melting pot di splatter horror, psicothriller e space opera e finisce invece per essere un’insalata in cui ogni boccone ha un sapore diverso che male si amalgama con gli altri ingredienti presenti nel piatto.

La legge del contrappasso applicata a SyFy

Come Icaro, non a caso nominato nel nono episodio, i produttori hanno tentato di volare troppo vicino al sole, mettendo sul piatto molto più del necessario per rendere una storia interessante, senza avere il controllo degli elementi a loro disposizione. Anche il tema freudiano della nave come ventre materno viene sacrificato in nome delle molteplici storyline, a riprova che alcune storie intimiste mal si sposano con la fruizione superficiale da binge watching, che permette di guardare la serie in poco più di ventiquattr’ore e di dimenticarla altrettanto velocemente. La fantascienza è un campo molto difficile, è quel genere in cui pochi dettagli possono fare la differenza tra una storia valida e una débâcle totale come la visione della Corazzata Kotiomkin per gli impiegati della Megaditta di fantozziana memoria.

Nightflyers, che forse i produttori di casa SyFy si auguravano potesse essere un prodotto in grado di replicare il successo di pubblico e critica di The Expanse, è solo l’ennesima serie sci-fi da guardare quando non si ha niente di meglio da fare. Un giusto contrappasso per il canale statunitense che, proprio un anno fa, ha annunciato di non voler rinnovare per la quarta stagione quella che è forse la migliore serie su cui abbiano mai lavorato, con il rischio di ripetere l’errore commesso nel 2002 da Fox nel cancellare la serie di Joss Whedon Firefly, lasciando i fan senza una degna conclusione della storia che segue l’omonima ennealogia di James Corey (al secolo Daniel Abraham e Ty Franck, quest’ultimo assistente personale proprio di George Martin) giunta quasi al capitolo finale. Fortunatamente Jeff Bezos in persona è intervenuto, acquistando i diritti della produzione e spostandola sul suo Amazon Prime, tuttavia resta incomprensibile come SyFy abbia potuto abbandonare un simile prodotto dal successo consolidato per lanciarsi senza paracadute all’inseguimento di una replica degli introiti che HBO ha avuto con Game of Thrones, affidandosi solo al nome di Martin. Ancora più assurdo se si pensa che, pur comparendo tra gli executive producer, l’autore non ha avuto niente a che fare con questa serie, poiché legato da un contratto in esclusiva con HBO che gli impedisce di collaborare con altre produzioni televisive.

Del resto, avranno pensato i tipi di SyFy, al gioco delle serie TV o si vince o si muore. Tanto vale provarci comunque.

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