Jordan Peele si riconferma uno dei più brillanti autori contemporanei e sforna Noi, una nuova perla capace di provocare attraverso il genere horror.

Con Noi (al cinema il 4 Aprile), il regista Jordan Peele consolida la cifra autoriale che portò nel 2017 l’atipico horror movie, Scappa – Get Out, alle luci della ribalta, permettendogli anche di vincere un Oscar, dimostrando che in fondo non è stato solo un caso.

Stessa poetica, stesso caratteristico utilizzo del genere horror: non di solo puro intrattenimento, ma capace di veicolare una provocazione sociale attraverso gli eventi del film. Eventi quanto mai surreali in questo caso. Riduciamo la trama ai minimi termini, perché raramente come nel caso di Noi, essere disorientati fino alla fine fa parte del fascino dell’ultima opera di Peele. Una famiglia: Gabe (Winston Duke) la moglie Adelaide (Lupita Nyong’o) la figlia Zora (Shahadi Wright Joseph) e il suo giovane fratellino Jason (Evan Alex). Solari, affiatati, felici e complici. I protagonisti di Noi fanno simpatia da subito e irradiano tutta la positività del sogno americano (almeno quello del ceto medio). Soprattutto Gabe, strappa con una certa continuità più di una risata con battute e atteggiamenti che, mi ripeterò, disorientano lo spettatore. Difficile infatti determinare i toni del film, una confusione volontaria magistralmente orchestrata da Peele, che sin dalle prime battute, evidenzia il contrappunto tra il mood più disimpegnato e quello “oscuro” del film.

Inizialmente con una messa in scena strepitosa, capace di far percepire l’inquietante indefinita presenza di qualcosa di “sbagliato”, anche sotto la luce del sole, in mezzo ad una popolosa spiaggia affollata. È una questione di dettagli, di inquadrature, di utilizzo magistrale del sonoro, di un simbolismo inserito con eleganza nel fluire della storia. Poi, improvvisamente, facendo precipitare gli eventi in una situazione talmente surreale da rasentare l’allegoria.

Chi siamo noi?

I nostri protagonisti si trovano a subire una “home invasion” da parte di un’altra famiglie i cui membri sono le loro esatte copie, ma più grottesche, disturbanti, negative, e ovviamente, malintenzionate. Chi sono? Cosa vogliono? Da dove vengono? Peele con Noi imbastisce un film incredibilmente ammaliante, che osa molto nel decostruire il genere horror per lasciare nuove sensazioni allo spettatore (proseguendo un tipo di linguaggio iniziato proprio con Get Out).

Un po’ come Sam Raimi fece circa trena anni fa con Evil Dead 2, mischia toni quasi parodistici con l’estetica horror, ma ci infila più cinismo e difficilmente va troppo sopra le righe. L’equilibrio, che crea una “bestia strana” ma intrigante, capace paradossalmente di prendersi estremamente sul serio, viene mantenuto anche per dar maggior forza al sottotesto destabilizzante, che fino alla fine rimane velato, indefinibile, ma presente, per sfociare potente nell’epilogo.

Jordan Peele è infatti uno di quegli autori che sfruttano il genere horror in maniera intelligente, come fece ad esempio il leggendario Romero, che tramite i suoi zombie criticava la società capitalista americana. Allo stesso modo Noi porta avanti un discorso etico sociale interessante, attraverso espedienti talvolta inverosimili, ma funzionali ed efficaci.

Alla stregua delle modalità narrative usate anche dall’interessantissimo It Follows di Mitchell qualche anno fa, il regista e sceneggiatore statunitense crea un film allegorico, ma con un piglio più avvinghiante, capace di intrattenere anche al di là delle sue finalità “intellettuali”. Un film che seppur formalmente risulta molto atipico come horror, ne restituisce pienamente alcuni dei suoi obiettivi “ancestrali”: la capacità di abbandonare lo spettatore lasciando un sottile strascico di inquietudine indefinita verso qualcosa di reale. Noi è quindi un altro centro pieno per Peele, che grazie alla sua opera stratificata, saprà divertirvi, spaventarvi (sebbene l’accento non sia certo posto sugli jump scare) ma anche parlarvi, tra le altre, di identità e di come questa possa essere plasmata dal contesto socio culturale in cui viviamo. Da vedere.

No more articles