Oldboy di Park Chan-wook:
“Signore, sebbene io sappia di essere peggio di una bestia, non crede che abbia anch’io il diritto di vivere?”

È lo stesso protagonista del film, nelle sue ultime battute, a ringraziarci per aver ascoltato una «storia così terribile». All’inizio del secondo atto del film, il protagonista Oh Dae-Su si rifiuta di ascoltare la storia di un uomo in procinto di saltare da un palazzo. Mentre va via fregandosene del racconto altrui, quell’uomo in lacrime finisce per suicidarsi.
Quella di Oldboy è in effetti una storia terribile, una storia da cui si vorrebbe scappare il più lontano possibile ma a cui saltuariamente si ritorna, affascinati dal suo eterno intrigo narrativo e morale. Una storia a cui non ci si abitua mai, anche dopo averla “vissuta” decine e decine di volte.

Ma prima un po’ di contesto. All’inizio del nuovo millennio, in Corea del Sud si afferma una nuova ondata di cinema d’autore. Nascono le carriere di molti registi, come l’ex ministro della cultura coreano Lee Chang-dong, il compianto Kim Ki-duk, il premio Oscar Bong Joon-ho e il protagonista di questa disanima: Park Chan-wook, autore di una filmografia in parte inedita in Italia (o il cui recupero è estremamente difficile), come d’altronde anche per molte altre opere dei propri colleghi. Con il successo di Parasite ai Premi Oscar del 2020, la distribuzione italiana sembra aver deciso di (ri)distribuire al cinema o in home video i più grandi successi della new wave cinematografia sudcoreana. Oldboy di Park Chan-wook torna nelle nostre sale il 9 giugno 2021 con una rimasterizzazione in 4K, occasione perfetta per chi vuole recuperare quello che è sicuramente uno dei migliori film dello scorso ventennio.

Oldboy, film del 2003 tratto dal manga omonimo, racconta la storia di un uomo, Oh Dae-Su, che una notte viene rapito e imprigionato in una stanza senza che gli si dica il motivo. Dopo quindici lunghi anni, viene finalmente rilasciato, e il suo unico scopo diventa quello di vendicarsi. Poco tempo dopo, Lee Woo-jin, l’uomo dietro al rapimento, si rivela a Dae-su e gli lancia una sfida: se scopre entro cinque giorni il motivo dietro alla sua prigionia, Woo-jin si ucciderà e Mi-do, unica ragazza con cui il protagonista ha legato dopo esser stato liberato, sarà salva.
L’opera è il secondo film della trilogia ideale che ha come tema la vendetta. Insieme a Oldboy, Mr. Vendetta (2002) e Lady Vendetta (2005) vanno a comporre un trittico nel quale il regista Park Chan-Wook inquadra il tema della vendetta sotto ogni sua angolazione.  

“Ricorda, sia un granello di sabbia che una roccia nell’acqua affondano allo stesso modo.”

Dae-su esce quindi fuori dalla sua prigione e vuole vendicarsi. Non ha avuto contatti umani per moltissimo tempo, eppure una delle prime cose che decide di fare è azzuffarsi con una gang di strada. Si chiede se quindici anni di allenamento immaginario possano aiutare nella vita reale, e la risposta è ovviamente affermativa. E qui si apre uno degli spunti più interessanti del film di Park.

Quando il protagonista scopre il luogo dove è stato imprigionato, il racconto prende una direzione che potremmo definire quasi fantastica. La messa in scena rimane cruda, ancorata alla realtà, ma la storia deraglia nel campo fumettistico. Dae-su incontra una guardia e la traiettoria della propria arma, un simbolico martello, viene tratteggiata sopra lo schermo. Il film rompe la sospensione dell’incredulità aggiungendo in piena vista un elemento palesemente extradiegetico.

La scena subito dopo è forse ancor più indicativa del surrealismo della situazione. Con un piano sequenza di tre minuti, Park riprende Dae-su combattere contro un’orda di quattordici uomini. Un corridoio stretto, una telecamera su un carrello: la quarta parete viene eliminata e noi spettatori assistiamo alla scena come se fossimo davanti alla striscia di un fumetto. È come se stessimo osservando un supereroe all’opera, che supera sé stesso e sconfigge, armato solo di martello, una marea di “cattivi”. Dae-su non è più Dae-su, è il superuomo, è la vendetta. La sua capacità di affrontare queste enormi sfide non è realistica, ma metaforica della sua rabbia e determinazione. Come quella linea tratteggiata sullo schermo, lo spettatore si accorge che ciò che vede non è reale, ma va bene così. Anche la stessa location, una prigione per uomini che hanno commesso torti a persone abbastanza ricche per potersi permettere di rinchiuderle lì dentro, diventa una sorta di non-luogo incredibile dove tutto ciò che succede diventa lecito.

“Non è che vada molto meglio, vivo solo in una prigione più grande.”

Attenzione, questa sezione contiene spoiler sul finale.
Alla base di Oldboy di Park Chan-wook c’è una punizione, ma non sussiste un peccato. Durante la prigionia, il più grosso dolore di Dae-su non è tanto la privazione della libertà, ma il non sapere perché stia scontando questa pena. Sotto un punto di vista quasi kafkiano, Dae-su paga per un crimine che non conosce, o meglio, che ha dimenticato. Durante il confronto finale con Woo-jin, Dae-su lo accusa di star giocando slealmente e di averlo ipnotizzato per fargli scordare il suo crimine. Ma non è affatto così: Dae-su si è semplicemente scordato di quello che aveva fatto perché non gli riguardava e quindi non gli ha dato importanza. Quando era adolescente aveva messo in giro la voce che Woo-jin e sua sorella si trovavano in una relazione sessuale. A causa di quel segreto svelato, la giovane ragazza si suicidò buttandosi da una diga.

A questo punto Woo-jin rivela il complesso piano di vendetta architettato per più di quindici anni. Usare l’ipnosi non per far scordare a Dae-su quello che aveva fatto, ma per farlo innamorare di Mi-do, la giovane ragazza che lo ha supportato nella sua ricerca per la verità. Solo che Mi-do è la figlia perduta di Dae-su, con la quale adesso ha una relazione amorosa e sessuale. Woo-jin muove le fila per creare un incesto tra padre e figlia. «Io e mia sorella ci siamo amati, pur sapendo ogni cosa. Ci riuscirete anche voi?»

Ovviamente le spirali vendicative in Oldboy sono due. Woo-jin si vendica di quello che Dae-su ha fatto quando era adolescente, mentre Dae-su vuole vendicarsi per tutti gli anni perduti in prigionia. A vincere questa battaglia del dolore è ovviamente il primo. Iniziamo il film con il protagonista che subisce un torto enorme, e per quasi novanta minuti lo vediamo combattere per ottenere la verità. Dae-su è invincibile, capace, intelligente. Un protagonista perfetto per un revenge movie dove si deve acciuffare il colpevole. Nel finale, questa prospettiva viene però ribaltata, e Dae-su diventa l’incarnazione del mostro, del freak, dell’immorale che non è più visto bene dal pubblico. L’occhio morboso dello spettatore poteva accettare la sete di vendetta, il sangue che scorre, ma non l’incesto, non un peccato così grave, anche se inconsapevole. È proprio questo tema così al limite a rendere Oldboy un’opera così originale. Il protagonista nel finale finisce in ginocchio davanti al “cattivo”, chiedendogli con tutte le forze di non rivelare l’osceno segreto a Mi-do, di lasciare sua figlia fuori da questa “storia terribile”, finendo pure per tagliarsi la lingua, l’origine di tutti i suoi mali. Woo-jin trattiene a malapena la risata. Ha ottenuto la sua vendetta, a differenza del protagonista, e gli concede la grazia di non svelare nulla alla ragazza. «Per quale altra gioia dovrei vivere adesso?», si chiede poco prima di salire in ascensore e spararsi con un colpo di pistola alla tempia.

“Sorridi, e il mondo sorriderà con te. Piangi, e piangerai da solo.”

Oldboy è un film in grado di portarci all’interno di mondi narrativi inediti. Come recentemente anche per Parasite, il cinema sudcoreano porta in scena dei quadri innovativi difficilmente ricollegabili ad altre opere. È curioso però notare come nel 2003 uscì un’altra grande opera sulla vendetta, Kill Bill di Tarantino. Quando quell’anno il regista americano era presidente di giuria al Festival di Cannes, premiò Oldboy con il Grand Prix Speciale della Giuria, ammettendo che era «il film che avrei voluto fare».

Dal punto di vista della morale, Kill Bill è diametralmente opposto al capolavoro di Park Chan-wook. Il film coreano ci mostra l’ascesa e la disfatta di un superuomo in cerca di vendetta. Decostruisce l’idea classica di eroe per mostrarlo debole e pietoso. Segue una spirale discendente verso l’oblio dove a vincere, in conclusione, non è lui. Anzi, finisce anche pure per cancellarsi la memoria tramite l’ipnosi per non dover convivere con i propri peccati. La sposa tarantiniana invece, parte subito all’inizio del film come una macchina di distruzione già fatta e compiuta. Una superdonna in grado di reggere il famoso confronto con gli 88 folli, in maniera simile a come Dae-su combatte armato di martello una dozzina di uomini in uno stretto corridoio. La differenza tra le due opere risiede però nello sguardo: la violenza di Tarantino è spettacolare e vivace, mentre quella di Chan-wook è cruda e realistica.

Sebbene la sposa finisca per rimpiangere l’avere ucciso Bill, la sua punizione per aver intrapreso la via della vendetta non è neanche paragonabile alla sorte di Dae-su. Gli stessi personaggi sono fin troppo distanti: la prima è un’assassina professionista, la migliore nel campo, ed è quindi naturale aspettarsi che sia in grado di trucidare orde di nemici. Il secondo è invece un uomo comune che diventa superuomo grazie alla propria forza di volontà, motivato dalla vendetta, e in grado anche di ricredersi delle proprie azioni quando il coltello non è più dalla parte del manico. La poetica di Kill Bill ruota intorno all’impossibilità di distaccarsi dalla propria natura, mentre quella di Oldboy s’impegna a mostrare l’essere umano come un carattere mutabile nel tempo, anche radicalmente.

oldboy

Questo paragone con il film di Tarantino esiste non solo per la similitudine sul tema, ma anche e soprattutto per come le due opere affrontano la corrente post-moderna. L’omaggio di Tarantino al cinema wuxia non regge il confronto con un capolavoro che trascende il genere e la citazione cinematografica. A differenza di molti altri revenge movie, Oldboy mostra la vendetta come un atto distruttivo. Ribalta l’idea eroica del giustiziere e ci mette davanti a tematiche affrontate molto raramente dal cinema popolare.

Oldboy di Park Chan-wook è il perfetto rappresentate di un cinema grandioso, che vive fuori dagli schemi e risulta quasi irreplicabile da qualsiasi altra industria. Entrare nel mondo di Oldboy significa perdersi in una selva oscura, dove ogni elemento della messa in scena ha lo scopo di sviluppare una storia tragica priva di ogni speranza. Significa entrare nel cinema coreano, e uscirne dipendenti.

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