Direttamente dall’Egitto Netflix ci propone una serie molto interessante tutta incentrata sull’occulto e il sovrannaturale: Paranormal

Paranormal è una nuova proposta di Netflix che ho trovato, particolare, piacevole, anche se non totalmente priva di difetti. Si tratta di una serie egiziana, tratta dai romanzi horror di Ahmed Khaled Tawfik. La trama che si sviluppa in 6 episodi da circa 50 minuti racconta di un professore universitario, Refaat, un quarantenne disilluso, cinico, un po’ sornione ma anche emotivamente profondo e razionale nel suo approccio alla vita.

Molto razionale e concreto. Al punto da non credere a nulla che non si possa spiegare con la logica, almeno fino a quando la sua vita non viene sconvolta da eventi sovrannaturali, dalla comparsa di un fantasma che sembra legato ad una magione visitata in gioventù, e a una misteriosa bambina conosciuta in quell’occasione, Shiraz.

Da questo evento, in un percorso verso la verità dietro la natura di questo spettro, si innescheranno una serie di eventi paranormali con cui il nostro Refaat dovrà giocoforza confrontarsi, scardinando le sue ideologie e aprendo sempre di più la mente verso un universo mistico, in cui miti, folklore e creature spaventose e leggendarie irrompono con sempre maggiore frequenza nella vita prima tranquilla del professore.

Inizialmente la serie risulta sicuramente affascinante, complice anche il contesto esotico e suggestivo del Cairo degli anni 60’, ma tra spettri, maledizioni faraoniche, mummie e quant’altro, confonde un po’ sulla direzione  che vuole prendere.

Ben presto però se ne intuisce la struttura: Paranormal si sviluppa con delle trame verticali per ogni episodio, che portano al confronto con una diversa entità sovrannaturale, un diverso viaggio nell’occulto di Refaat, il quale però non è, ancora, un vero e proprio indagatore del paranormale, indole che si sviluppa in modo implicito molto lentamente, e che rende un po’ questa serie anche una specie di storia di origini per il personaggio.

Refaat infatti non cerca -per buona parte della storia- volontariamente di indagare su questi fenomeni. È vittima degli eventi, è impacciato, è costantemente in bilico tra scetticismo e presa di coscienza, è suo malgrado risucchiato in una serie di situazioni da incubo di cui cerca un qualche filo conduttore per la sua sopravvivenza e quella di chi gli sta attorno. E quindi esiste un trait d’union, una linea narrativa orizzontale molto forte che lega e smuove le vicende fino alla conclusione, che si rivela l’ottima chiusura di un capitolo che però fa parte di qualcosa di molto più grande che spero, ci verrà raccontato in futuro.

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Paranormal è bene però farlo capire chiaramente, non è una serie horror in senso stretto, non ha alcuna intenzione di spaventare, non ci sono jump scare e la messa in scena non punta tanto a mantenere alta la tensione. L’atmosfera che si respira, è sicuramente sinistra, crepuscolare, malinconica però non propriamente grottesca. Paranormal per certi versi mi ricorda cose molto, molto diverse tra loro. Personalmente mi ha lasciato vagamente qualche vibes da racconto mesto, a tratti fiabesco, in un contesto storico che viene tinto di nero. Ha quindi uno stile anche abbastanza ricercato nel genere delle ghost story. Allo stesso tempo la parziale verticalità narrativa di ogni episodio mi ricorda a livello di struttura prodotti molto più terra terra e prettamente televisivi, come Buffy o X-Files. Con “il caso/mostro della settimana”, per intenderci.

È un po’ un mix di cose, non spiacevole devo dire. La costante è però un certo fascino della messa in scena che ti spinge in ogni caso a seguire le vicende. E poi Refaat, un protagonista a cui ci si affeziona facilmente, interessante, stratificato, con il suo mood perennemente depresso, il suo fare stralunato, il suo sarcasmo, la sua figura cosi caratteristica, un po’ goffa, sgraziata, i suoi vizi e virtù, il suo costante dar voce a pensieri, ragionamenti, emozioni che solo noi spettatori possiamo seguire mentre si mostra nel suo mondo come una persona sfuggevole, passiva, indecifrabile.

Tutto quello che caratterizza Refaat lo rende un personaggio attraente per lo spettatore, nonostante nella sua scrittura si possono scorgere comunque delle sbavature. Ad esempio stranisce un po’ talvolta il suo manifestare nuove forme di scetticismo dopo aver vissuto particolari eventi che paiono averle dissipate completamente.

Se si dovesse giudicare solo il taglio della serie e il suo protagonista, Paranormal sarebbe totalmente da promuovere, ci sono però degli aspetti piuttosto sottotono da sottolineare. Alcuni veramente di poco conto a mio parere come gli effetti speciali scadenti che però onestamente pesano poco su una produzione che non punta certo sullo spettacolo visivo. Altri però già più rilevanti. Su tutti i comprimari che ruotano attorno a Refaat. In realtà, tra parenti, vecchie fiamme e improbabili compari di avventure, sono più o meno quasi tutti buoni sulla carta e alcuni hanno molto potenziale.

Mi è piaciuto in particolare il background del fratello maggiore di Refaat, o il rapporto tra quest’ultimo e Meggie. Ma questi sono davvero poco sviluppati ed è un peccato. In altre situazioni poi, tipo gran parte delle scene che coinvolgono la sorella di Refaat, tra dialoghi, recitazione discutibile, stereotipi e cliché, pare di trovarsi di fronte ad una telenovela argentina di serie B. Ci sono quindi un po’ di alti e bassi, è indubbio, un po’ caratterizzati dal tenore della produzione che non è ovviamente di altissimo budget e un po’ dovuti anche ad un contesto culturalmente diverso in cui è realizzata.

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Complessivamente però Paranormal si configura come uno show dal fascino abbastanza universale, capace di muoversi su corde che oscillano di continuo tra la leggerezza e il dramma intenso, con tinte macabre e senza particolari cali di ritmo. Le indagini dell’occulto di Refaat ci traghettano tra story line piuttosto suggestive che sebbene si rifanno a miti e leggende un po’ stereotipati, sono ben raccontate e funzionali all’arco narrativo generale della serie. Non aspettatevi però terrore e raccapriccio dalle avventure di Refaat, bensì una ghost story tecnicamente ben realizzata, dalle atmosfere, musiche e fotografia capaci di creare una certa cupezza di fondo ma che tutto sommato riflette un po’ l’animo smaliziato del suo riuscito protagonista, senza cercare quindi di fregare lo spettatore con banali espedienti alla ricerca dello spavento facile.

 

 

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