You gotta believe, ma con che coraggio?

Quando Sony decise di gettarsi nel mondo console per la prima volta sapeva che il suo modus operandi doveva essere sconvolgente e moderno, cercando di risultare una mosca bianca all’interno di una console war tra due colossi giapponesi come Sega e Nintendo. Ciò si tradusse in esperienze di gioco tanto vicine quanto lontane rispetto all’offerta della concorrenza e, nel secondo caso, PaRappa The Rapper rappresenta un perfetto esempio di come PlayStation spingesse sull’acceleratore della creatività pura, inventando dal nulla un nuovo genere come il rhythm game diventando un gioco di culto.

A oltre 20 anni dalla sua prima apparizione, PaRappa The Rapper fa il suo ritorno su PlayStation 4 in un’edizione remastered che dovrebbe dar lustro ad un titolo iconico del passato ma che, a conti fatti, ci ha parecchio delusi.

La trama del titolo è basilare e funzionale a portare avanti il gioco senza troppi fronzoli: PaRappa è un cane eternamente innamorato della sua amica Sunny Funny, una margherita molto attraente. In vista del compleanno di lei, PaRappa dovrà riuscire a conquistare il suo cuore, avventurandosi in mirabolanti avventure al motto di “I gotta believe” e, nel frattempo, rappare a più non posso.

L’intera trama di gioco viene raccontata attraverso dei filmati obiettivamente osceni: nonostante sprizzino anni ’90 da tutti i pori grazie ad una realizzazione estetica molto in voga nel periodo, i suddetti sono riproposizioni nudi e crudi degli FMV compresi nella versione originale del gioco, qualità inclusa. Una visione che si saremmo volentieri risparmiati e che però è solo il picco dell’iceberg della nostra insoddisfazione.
Sul lato gameplay le cose sono rimaste allo stesso modo e va tutto bene: ogni livello di gioco rappresenta un Maestro, il quale ci infonderà di sapere a suon di beat e rap sfrenato. Il nostro compito sarà quello di rappare in sync seguendo i versi del Maestro e, premendo i tasti suggeriti con il giusto tempismo, riproducendoli per non abbassare la nostra valutazione visibile sulla destra. Finché resteremo sul GOOD, avremo buone chance di passare il livello, altrimenti il mondo attorno a noi si disgregherà fino a dover ripetere il brano. Se invece ci sentiamo abbastanza abili, il gioco permette anche di eseguire del freestyle, a patto di utilizzare i tasti del Maestro e seguendo il ritmo della musica, garantendoci una valutazione COOL in caso di esito positivo. Nulla di complesso ma più che coerente con gli anni dell’uscita, quando il top dei giochi musicali era rappresentato dal karaoke o, tutt’al più, dal gioco di società Simon.
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E qui casca malamente l’asino: abbiamo finito il gioco diverse volte e, nonostante in redazione Guitar Hero e Rock Band non sono mai mancati, il tempismo richiesto dal gioco ci è risultato spesso incomprensibile. Vuoi per i requisiti del gioco, che già all’epoca si rivelava non difficile ma alquanto puntiglioso in termini di ritmo, vuoi perché abbiamo riscontrato un input lag abbastanza critico, giocare a PaRappa The Rapper si è rivelato più una scommessa che altro, incapaci di comprendere appieno le sue meccaniche. Nemmeno le opzioni ci sono venute in aiuto non avendo alcun tipo di calibrazione se non due impostazioni relative all’ingrandimento di icone, utile ma nemmeno troppo, o all’attivazione della vibrazione durante le canzoni che abbiamo prontamente disattivato in quanto assolutamente fuorviante in fase di esecuzione.

Un vero peccato perché, almeno in questa fase, il lavoro di remastering c’è, si vede e si sente: tutti i livelli del gioco sono infatti ridisegnati con la giusta definizione, fino a 4K se siete possessori di PlayStation 4 Pro, con colori sgargiantissimi che fanno oggettivamente una splendida figura su schermo. A ciò si aggiungono le tracce originali, rimesse a nuovo e che pompano alla perfezione riportandoci per un po’ nei magici anni ’90, quando il rap era ancora una cosa seria.

A distruggere questi piccoli momenti di magia/amarcord ci pensa però la longevità del titolo imbarazzante adesso come ieri: 6 livelli e il gioco finisce, lasciando giusto spazio ad un po’ di partite extra nel caso si voglia rifinire lo score o sbloccare qualche segreto ma nulla che rappresenti un reale stimolo per proseguire.

Chiudiamo infine con una nota a margine che ci ha lasciati perplessi: i menu. Ovviamente non ci aspettavamo chissà cosa, tuttavia la navigazione all’interno dei menù è di una complessità mai vista, oltre che totalmente inutile. Per capirci meglio, immaginate di dover selezionare un’opzione: di base navigate con freccette o analogici sull’opzione desiderata e premete il tasto X. Ecco, in PaRappa questo non è possibile perché ogni opzione ha il suo tasto designato, magari condiviso tra altre porzioni di opzioni, rendendo una semplice scelta un calvario. E se anche questa spiegazione non vi ha fatto capire bene, beh, rappresenta a pieno l’esperienza di gioco con questo titolo.

Verdetto:

Al netto della sua importanza storica, PaRappa The Rapper è un titolo che risente della sua età sotto diversi aspetti, gli stessi sui quali questa rimasterizzazione scivola senza nemmeno troppa vergogna. Non sappiamo nemmeno se consigliarlo ad un eventuale zoccolo duro di fans, a fronte di un lavoro nel complesso insoddisfacente e che restituisce un’ombra sbiadita. Confidiamo in remastered qualitativamente migliori e più attese dal pubblico (leggasi MediEvil, ndr).

Pur essendo del 1988, Francesco non ha ricordi della sua vita prima del ’94, anno in cui gli regalarono un NES: da quel giorno i videogiochi sono stati quasi la sua linfa vitale e, crescendo con loro, li vede come il fratello maggiore che non ha mai avuto. Quando non gioca suona il basso elettrico oppure sbraita nel traffico di Roma. Occasionalmente svolge anche quello che le persone a lui non affini chiamano “un lavoro vero”.