Il manga Platinum End si conclude lasciando un po’ l’amaro in bocca

Molti concorderanno con noi nel dire che Platinum End, nel complesso, non sia stato esattamente il manga che ci si aspettava da Tsugumi Ohba e Takeshi Obata: la qualità grafica dei disegni di quest’ultimo è rimasta invariata, tuttavia le premesse e l’idea generale di Platinum End richiamano forse un po’ troppo il manga più famoso dei due autori, ovvero Death Note.

Un peccato, dato che il loro secondo successo, Bakuman, invece, si discostava moltissimo dalla loro prima opera praticamente sotto ogni aspetto, trattando della vita e del percorso lavorativo dei mangaka. Con Platinum End, Ohba e Obata decidono di ritornare in un certo senso alle origini ma non riescono a far centro, nonostante alcuni spunti di riflessione interessanti.

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Platinum End, il manga in cui si sceglierà il nuovo Dio

Il protagonista di Platinum End è simile a quelli di altri manga dalle tinte dark: Mirai Kakehashi ha avuto una vita sfortunata rimanendo orfano di entrambi i genitori e venendo affidato a degli zii che abusano di lui e si disinteressano del suo benessere psicofisico. La mancanza di una qualsiasi ragione per vivere spinge il ragazzo a tentare il suicidio.

Proprio mentre mormora le sue ultime parole gettandosi da un grattacielo, però, viene salvato da un angelo che gli fa dono dei suoi poteri angelici: due frecce, una bianca e una rossa, e le ali. Tuttavia, questi poteri non servono per giocare o goderne indisturbati, ma per prendere parte a quello che ricorderà a molti un gioco della morte, come ne abbiamo visti in altri anime survival.

Tredici persone sono infatti state avvicinate da altrettanti angeli allo scopo di rendere uno di loro il nuovo Dio: i prescelti dovranno allora uccidersi a vicenda finché non ne rimarrà uno solo, in grado di assurgere al ruolo di divinità assoluta. Comincia così il manga di Platinum End, in cui la morale, l’etica, la giustizia saranno nuovamente i temi centrali della narrazione che utilizza elementi religiosi adattati alla società contemporanea.

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Platinum End, un manga speculare a Death Note

Il manga di Platinum End si basa praticamente sullo stesso concept di Death Note: come si comporterebbe una persona che non ha niente da perdere, se ottenesse un potere divino? Nella sostanza, come detto poco sopra, riscontriamo temi molto simili alla prima opera ma con qualche differenza più o meno evidente.

Innanzitutto, le entità dalle quali i protagonisti ottengono il loro dono: in un caso erano gli dei della morte, gli shinigami della cultura giapponese, nell’altro gli angeli, riconducibili alla fede cristiana. Il potere concesso non è esclusivo, più di un comune mortale riceve la possibilità di cambiare la realtà secondo il proprio senso della giustizia ma viene seguito diversamente dall’entità che glielo ha dato: gli shinigami erano perlopiù passivi, quasi dei meri osservatori degli sviluppi dati dall’utilizzo dei loro Death Note (tranne alcune azioni d’eccezione compiute da Ryuk e Rem); gli angeli, per quanto anch’essi siano tenuti solo a sorvegliare il loro candidato, sono più partecipi e scambiano pareri e informazioni con i candidati in modo molto più spontaneo rispetto alla loro controparte dell’aldilà.

Tali informazioni, naturalmente, riguardano l’uso del potere ricevuto, soggetto anch’esso a regole che i protagonisti cercano di aggirare, sempre seguendo la propria morale. Mirai, ad esempio, si rifiuterà di usare la freccia bianca, che serve a uccidere, e sfrutterà di più quella rossa, che permette di creare un legame sentimentale con la persona colpita, la quale agirà solo per compiacere il candidato. La possibilità di uccidere rimane ma si può scegliere di non farlo, perlomeno non in prima persona.

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Mirai è la seconda differenza che possiamo osservare comparando i manga di Platinum End e Light: viene naturale un confronto con Light, poiché entrambi sono i primi possessori di questi poteri sovrannaturali e tutti e due sono stufi della vita che conducono, seppur per motivi diversi. Tuttavia, se Light dà sfogo alla propria megalomania autoeleggendosi nuovo Dio, Mirai desidera solo la propria felicità e si farà diversi scrupoli lungo tutta la storia. Purtroppo, per quanto nobile sia il suo animo, questo è anche il suo punto debole come protagonista: scegliendo una posizione il più possibile pacifista, la sua immobilità crea in realtà maggiori conflitti e blocca anche i personaggi che gli si radunano intorno (quantomeno quelli che decidono di sposarne gli ideali). Paradossalmente, pur non avendo un vero e proprio seguito sotto suo completo controllo, Kira possiede qualità da leader che poi gli permettono di guadagnarsi il favore di una parte dell’opinione pubblica.

Quest’ultima si rivela parte integrante del conflitto in entrambi i manga: la società è nuovamente oggetto di critica sociale, come già capitato in tantissime opere nipponiche, e Platinum End non fa eccezione espandendo la riflessione sulla divinità, sul significato dell’esistenza e sul futuro dell’umanità all’intera popolazione mondiale, superando i limiti geografici entro i quali invece si sviluppava il fenomeno di Kira.

Il limite di Platinum End

Considerato il successo di Death Note, viene spontaneo chiedersi perché all’inizio di questo articolo sia stata espressa una certa delusione dopo la lettura del manga Platinum End. Il motivo è semplice: questa volta sembrerebbe che Ohba e Obata abbiano voluto andare sul sicuro, scegliendo di riproporre soggetto, tematiche e stile che li hanno resi famosi.

Tuttavia, questa cautela non ha giocato a loro favore, soprattutto a causa del protagonista che risulta piuttosto piatto, in balia degli eventi, e non sembra volersi evolvere nemmeno quando entrano in gioco personalità sempre più problematiche. Eppure riesce in qualche modo ad attirare a sé alcuni degli altri candidati, che però rimangono perlopiù inchiodati nei loro ruoli secondari, tranne poche eccezioni.

Insomma, Platinum End non riesce a distinguersi dal suo predecessore in maniera netta, per via di un protagonista poco carismatico e di una ventata di novità dalla durata troppo breve rispetto ai 14 volumi di cui si compone il manga. La storia mantiene, tuttavia, una sua coerenza fino alla fine e i disegni, ovviamente, compensano riuscendo a tenere il lettore sufficientemente interessato grazie anche ai design di umani e angeli. Non si può dire Platinum End sia un manga da non perdere assolutamente, ma se siete fan entusiasti della coppia Ohba-Obata forse riuscirete comunque ad apprezzare le atmosfere di quest’opera, sicuramente per molti familiari e proprio per questo, per alcuni, apprezzabili.

Torinese, classe '94, vive dal 2014 a Treviso. Un tempo faceva più spesso la pendolare per raggiungere l'università di Ca' Foscari di Venezia, dove studia lingua e cultura giapponese. Nel tempo libero guadagnato evitando i ritardi di Trenitalia, oltre a studiare e fare qualche lavoretto, spende e spande nella sua fumetteria di fiducia concentrandosi soprattutto sui manga, con alcune eccezioni per gli euromanga e le graphic novel; inoltre è entrata in una spirale di dipendenza da serie TV, dopo che con Netflix si è risolto il problema dell'attesa dei nuovi episodi, ed ogni martedì molla tutto per fare giochi da tavolo fino a notte fonda. Dopo un primo tentativo con un blog personale, entra in Stay Nerd nel luglio 2018 e qui comincia la sua prima esperienza come redattrice e caposezione anime e manga, nella quale cerca di trasmettere il proprio interesse per la cultura e le tradizioni giapponesi grazie alle conoscenze acquisite.